7 Maggio Mag 2013 0600 07 maggio 2013

Andreotti, la vecchia volpe Dc amica degli arabi

Tra Atlantico e Mediterraneo

Andreotti Gheddafi

C’è persino chi racconta la strage di Ustica come uno scontro interno alla Dc: da una parte l’anima che si rifaceva a Francesco Cossiga, filoatlantica e amica degli americani; dall’altra quella andreottiana, filoaraba e mediterranea. Gli 81 morti a bordo del Dc 9 Itavia abbattuto il 27 giugno 1980 sarebbero stati un danno collaterale della lotta tra titani democristiani. D’altra parte che tra il “gattosardo” e la “vecchia volpe” non corresse buon sangue era cosa risaputa.

La politica estera di Giulio Andreotti (ministro degli Esteri con Bettino Craxi, dal 1983 al 1989, nonché presidente della commissione Esteri della Camera dal 1979 al 1983), più che al congresso di Vienna si ispirava al concilio di Costantinopoli, quando si ritrovarono a discutere 150 vescovi delle diocesi orientali.

L’Italia del dopoguerra si barcamena nel Mediterraneo, cercando di svolgere la sua parte all’interno dell’Alleanza atlantica. La svolta arriva negli anni Settanta, quando Roma si rende conto di non essere più un santuario per la guerriglia palestinese. Il gruppo terrorista più attivo, ovvero Settembre Nero, fondato nel 1970, il 4 agosto 1972 compie uno spettacolare attentato a Trieste: colloca quattro bombe sotto altrettanti enormi serbatoi di petrolio dell’oleodotto transalpino che dalla città adriatica porta il greggio fino a Ingolstadt, in Germania. Scoppiano solo tre bombe, ma i serbatoi si incendiano e il calore intensissimo fa propagare le fiamme a un quarto. Le colonne di fumo nero, alte tre chilometri, erano visibili fino in Friuli. Non ci scappa il morto abbastanza per caso, ma si contano una ventina di feriti, soprattutto fra i pompieri, arrivati anche da Veneto e Lombardia per cercare di spegnere le fiamme. «Vogliamo infliggere violenti colpi ai nemici della rivoluzione palestinese e agli interessi imperialistici che sostengono il sionismo, questo atto è in armonia con altre azioni da intraprendere nella Germania federale e in altri Paesi d’Europa», così recita il comunicato di rivendicazione diffuso a Damasco, in Siria, due giorni più tardi. Neanche un mese dopo, il 5 settembre, i terroristi avrebbero tenuto fede al loro impegno, seminando terrore e morte alle Olimpiadi di Monaco di Baviera.

Ma il salto di qualità in Italia avviene con la strage di Fiumicino, il 17 dicembre 1973: 32 morti e 15 feriti provocati da un commando di cinque terroristi palestinesi. Per la verità la situazione era piuttosto in divenire perché pochi giorni prima della strage, ovvero il 23 novembre 1973, precipita nel cielo di Marghera (cadendo poco distante dai depositi di fosgene che, fossero esplosi, avrebbero provocato morti a decine di migliaia) un aereo da trasporto militare, Argo 16. Aveva portato in Libia cinque palestinesi catturati a Ostia che stavano progettanto un attentato contro le linee aeree israeliane. A bordo dell’aereo si trovano alcuni gladiatori e Gladio, lo si saprà poi, è organizzazione cara a Cossiga. Anni dopo il giudice Carlo Mastelloni ritiene che ad abbattere l’aereo siano stati i servizi segreti israeliani, come risposta alle operazioni italiane di appoggio ai palestinesi. Nel 1987 riapre il caso, ma nel 1999 tutto si chiude con un’assoluzione e il Mossad viene scagionato: il cargo militare era caduto per un guasto o un errore del pilota.

In ogni caso dopo la strage di Fiumicino si dipana la rete andreottiana: una serie di taciti accordi con i palestinesi e gli stati mediorientali per tener fuori l’Italia dalle operazioni terroristiche. E infatti attentati non ce ne sono più perché ai vari bracci armati delle organizzazioni palestinesi ora conviene usare la penisola come base logistica. Lo dimostra il sequestro a Ortona, il 7 novembre 1979, di due missili terra-aria, probabilmente destinati a un attentato contro il presidente egiziano, Anwar el Sadat. I missili erano a bordo di un furgone e gli arrestati sono quattro: Daniele Pifano, Luciano Nieri e Giorgio Baumgartner, autonomi romani del collettivo di via dei Volsci, e Abu Anzeh Saleh, capo in Italia del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, nonché uomo di fiducia di Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, il più temibile terrorista internazionale dell’epoca. Il presidente del Consiglio in questo momento è Francesco Cossiga, succeduto a Giulio Andreotti. Solo un caso?

La pax andreottiana dura fino al 7 ottobre 1985, ovvero al sequestro dell’Achille Lauro, e alla successiva crisi di Sigonella. Ministro degli Esteri in quei giorni è proprio Giulio Andreotti. Il transatlantico viene sequestrato da un commando di quattro terroristi del Fronte per la liberazione della Palestina.

In seguito a febbrili trattative condotte dal numero due dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Abu Abbas, e all’intervento dell’Egitto, la nave viene rilasciata. Sembra che ai 201 passeggeri e ai 344 membri dell’equipaggio non sia stato torto un capello e invece un paio di giorni dopo si scopre che era stato ucciso un passeggero ebreo americano, Leon Klinghoffer. L’uomo, paralitico a causa di un ictus, era stato gettato fuori bordo con la sua carozzina. L’11 ottobre quattro F 14 americani intercettano il boeing 737 delle linee aeree egiziane che sta trasportando i palestinesi – tra loro anche Abu Abbas – a Tunisi dove al tempo si trova il quartier generale dell’Olp. L’aereo viene fatto atterrare nella base americana di Sigonella, in Sicilia, dove però il governo italiano – presidente del consiglio Bettino Craxi, ministro degli Esteri Giulio Andreotti – intende esercitare la propria giurisdizione. I carabinieri e i Vam (Vigilanza aeronautica militare) spianano le armi contro la Delta Force americana e si giunge a un passo dal confronto armato. È la più grave crisi tra Italia e Stati Uniti nel dopoguerra e in cabina di regia c’è il più filo arabo dei democristiani italiani.

Alla Casa Bianca, invece, siede Ronald Reagan, un signore piuttosto risoluto. Già il fatto di non essere riuscito a mettere le mani sugli assassini di Klinghoffer gli secca parecchio, ma quando, il 5 aprile 1986, una bomba esplode in una discoteca di Berlino, La Belle, frequenata da militari Usa, uccidendone due e ferendone una cinquantina (muore anche una donna turca) decide di averne abbastanza. Alcuni fax di congratulazioni intercettati dall’ambasciata libica di Berlino Est lasciano chiaramente capire che dietro l’attentato ci sia il colonnello Muhammar Gheddafi. Il 15 aprile da basi aeree scozzesi partono 45 aerei che in 12 minuti sganciano 232 bombe e 48 missili su Tripoli. L’obiettivo è Gheddafi. Ma gli americani non hanno fatto i conti con la vecchia volpe. Proprio dall’Italia, il giorno prima, 15 aprile, giunge un allerta a Tripoli. Il colonnello libico, grazie all’intercessione andreottiana, salva la pelle.

Anni dopo, nel 2008, in un’intervista al Corriere della Sera, l’ex capo della Cia in Italia, Vincent Cannistraro, svela che gli americani non avevano avvisato il governo italiano dell’operazione contro la Libia proprio per il timore che Roma potesse mettere in allarme Tripoli. «Alla Casa Bianca non amavamo Andreotti, temevano che facesse gli interessi libici, ci sembrava troppo vicino a Paesi arabi a noi ostili», afferma Cannistraro che nel 1986 faceva parte del Consiglio di sicurezza nazionale Usa. Il presidente Reagan manda da Andreotti l’emissario Vernon Walters soltanto all’ultimo minuto, quando l’operazione era già cominciata. Spiega Cannistraro a Ennio Caretto che lo intervista per il Corriere: «Una cautela perché in precedenza il vostro ministro degli Esteri aveva fatto da intermediario per Gheddafi. Noi invece, pur senza ammetterlo pubblicamente, volevamo eliminare il colonnello, allora uno sponsor del terrorismo». La Casa Bianca non poteva sapere che la rete andreottiana aveva già avvisato Tripoli il giorno prima sulla base di notizie trapelate probabilmente da una qualche capitale europea.
 

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