10 Maggio Mag 2013 1328 10 maggio 2013

I centri per l’impiego per dare lavoro devono cambiare

I centri per l’impiego per dare lavoro devono cambiare

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Il governo sta predisponendo una proposta di attuazione in Italia della Youth Guarantee: il progetto europeo che si pone l'obiettivo di trovare un lavoro ai giovani under 25 nel giro di pochi mesi. Novità: far lavorare molto di più i centri dell’impiego e costringerli a fare una offerta di lavoro ai giovani entro quattro mesi.

Il progetto a cui si sta lavorando prevede che un giovane (che sia un giovane che ha appena finito le scuole o l’università, oppure che sia un drop out) appena si affaccia al mercato del lavoro venga preso in carico da un Centro per l’Impiego (CPI).
Dopo di che vengono effettuate due operazioni; la prima è una sorta di “bilancio di competenze”, uno screening complessivo delle sue attitudini e delle sue aspirazioni professionali. Questa fase prevede anche interventi di formazione che consentano di completare una preparazione più specifica. In seguito si passa ad una proposta di stage o di apprendistato. Il tutto con una clausola vincolante: entro quattro mesi il CPI è tenuto obbligatoriamente a fare un’offerta di lavoro ad ogni giovane che ha in carico. Non si tratta, quindi, di mera informazione o di mero orientamento, ma di un percorso definito che immette il giovane in una prospettiva di lavoro.

Quest’ultima è la vera novità della proposta. Fino ad ora i CPI facevano tanto orientamento e tanta costosa formazione ma pochissimo inserimento; ora sono obbligati a fare inserimento, o perlomeno un’offerta. Vincolare i CPI ad un obbiettivo è sicuramente un passo in avanti. Ma che succede se un CPI non rispetta il vincolo? E soprattutto, può avere successo un’iniziativa del genere in Italia?

Il programma Youth Guarantee ha prodotto risultati interessanti in Paesi come Svezia, Austria e Finlandia. Ma i risultati promettenti in Svezia, ripresi in buona parte dalla riforma Fornero nella definizione dei livelli essenziali, potrebbero non portare ad analoghi risultati anche in Italia: i “tirocini di qualità” in realtà spesso nascondono a tutti gli effetti un lavoro subordinato a basso costo e senza una successiva stabilizzazione.

La formazione professionale in questi anni è stato il principale strumento di politiche attive per migliorare le chance di collocamento dei soggetti svantaggiati (giovani e meno giovani) e i risultati, da quello che si sa, non sono incoraggianti. Soprattutto in tempi di crisi la formazione non porta a nulla se non c’è domanda di lavoro e se le attenzioni del CPI non sono tutte rivolte verso il trovare la domanda (cioè i servizi all’impresa) piuttosto che il preparare l’offerta (quando c’è una fila di disoccupati, il problema non è certo l’offerta di lavoro ma la domanda).

Infine, la creazione d’impresa presenta, almeno nelle passate sperimentazioni, grossi problemi quali la difficoltà da parte dei giovani di reperire parte del finanziamento dal mercato (il rischio d’impresa è troppo alto e pertanto non garantiscono alle banche sufficienti garanzie). Inoltre, dalle funzioni di sopravvivenza è ormai noto che l’80% delle start-up è destinata al fallimento, con tutti i rischi civili e penali che ne possono derivare per i giovani imprenditori.

Gli ostacoli maggiori sono tuttavia insiti nell’inadeguatezza delle attuali strutture dei CPI. Quindi, cosa si deve fare?

Innanzitutto, vanno risolti alcuni nodi lasciati dalla riforma Fornero: va superata rapidamente l’incertezza istituzionale dovuta alla riorganizzazione delle funzioni assegnate alle province e deve essere posto rimedio al mancato esercizio della delega sul riordino dei servizi all’impiego. 

Successivamente, sarebbe anche il caso di attribuire al braccio operativo di questo soggetto (regioni, consorzi di comuni, città metropolitane), ovvero gli eventuali nuovi servizi pubblici per l’impiego (New-Pes), il duplice compito di erogare sia le politiche attive che le politiche passive, preferibilmente all’interno di un pacchetto integrato come nel caso del programma IRO nei Paesi Bassi.

È inoltre necessario potenziare l’organico dei servizi pubblici per l’impiego in linea con gli standard degli altri paesi europei (analogamente a quanto è successo con la prima tornata dei fondi comunitari 2000–2006), con figure professionali specifiche per attivare servizi di bilancio delle competenze o marketing territoriale e trasformare l’attore pubblico in un avanzato fornitore di informazioni direttamente consultabili online. Peraltro sarebbe anche un’occasione straordinaria sia per stabilizzare i giovani precari all’interno dei vari uffici dei servizi pubblici al lavoro, sia per riqualificare il personale amministrativo verso compiti attinenti all’ispettorato del lavoro (l’alternativa è il trasferimento ad altro incarico).

Infine, va cancellata la parte amministrativa nei Centri per l’Impiego; affidata ad un numero verde nazionale (come avviene già oggi in alcune province d’Italia) e attribuito, sotto forma di monopolio, il collocamento dei soggetti “svantaggiati” ai soggetti privati (dove il pagamento fa seguito solo se vengono raggiunte determinate quote), si otterrebbero dei New-Pes in linea con le raccomandazioni della Commissione Europea. 

Twitter: @F_Giubileo@marcoleonardi9

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