11 Maggio Mag 2013 1635 11 maggio 2013

Mille di qua, mille di là. Garibaldi spiegato ai figli

Link Young

Mille Di Qua Mille Di La Cover

Partirono dopo l’ora di cena, la sera del cinque di maggio 1860, i mille della Spedizione dei Mille, tra gli spruzzi dello scoglio di Quarto, a poche spiagge dal centro di Genova. Partirono a bordo di due ondeggianti battelli a vapore, il Piemonte e il Lombardo e, dopo aver fatto tappa a Talamone e a Porto Santo Stefano, raggiunsero Marsala all’ora di pranzo del giorno undici. Fu quello uno degli eventi principali dell’entusiasmante avventura che portò, ormai più di centocinquant’anni fa, all’Unità dell’Italia.

il racconto
BUONGUSTAIO D’UN GARIBALDI!
Vuole una leggenda che il Garibaldi, generale Giuseppe, uomo di mondo, anzi di due mondi, altroché, si trovasse un giorno a spasso per i vicoli e i carruggi di Genova. Aveva la barba, il Garibaldi, e indossava una elegante giubba rossa, un po’ come Babbo Natale, con la sola differenza che il generale non ha mai portato un regalo a nessun bambino, mentre Babbo invece sì.
Era da poco trascorso il mezzodì e un certo appetito cominciava a brontolargli nello stomaco, tanto che lui si diresse lesto verso il porto, entrò deciso in una trattoria a pochi passi dal modo, salutò con un cenno del capo e si accomodò a un tavolino apparecchiato per bene, con vista sui pennoni delle navi attraccate.
“Oste! – ordinò, si narra, con voce potente – un bel piatto di pasta con il pesto.”
Beh, a Genova cos’altro volevi mangiare? Un’amatriciana faceva troppo Roma, la carbonara non era ancora stata inventata, la pizza l’avrebbe gustata a Napoli e i tortellini a Bologna. La frullava da un po’ la bell’idea di una guida dell’Italia gastronomica e non è detto che non sia stato proprio per questo che si prese la briga di unire il paese, altrimenti come faceva?!
Comunque sia a Genova è il pesto il condimento che va e, se ci capiti anche tu, ordina le trofie e vedrai che non avrai di che pentirti. Quattro ciuffi di basilico dal quartiere Pra, del pecorino e del parmigiano grattugiati per bene, un pugno di pinoli, aglio, sale, olio rigorosamente ligure: tutto nel mortaio e via di pestello e di forza di gomito. Nel frattempo l’acqua è sul fuoco, sbucci una patata e la tagli a dadini, lavi i fagiolini verdi e butti tutto appena bolle, a cuocere con le trofie. Tempo pochi minuti scoli, impiatti, condisci con il pesto, un’altra spruzzata di parmigiano e buon appetito.
Garibaldi sì che era un buongustaio! Tanto lo era che, con il sapore del pesto ancora sul palato non perse tempo e:
“Oste! – ordinò ancora, si narra, con tono imperioso – un’orata alla ligure!”
Non ne fanno più, di orate così. Oggi sono pesci lunghi poco più di una spanna, ma allora erano bestie grosse così, ricche, carnose, golose, da perdere il senno al sentirne il profumo uscire dalla cucina. Servita su un letto di patate, con i pinoli e le olive taggiasche tutt’intorno, poi, era una sorta di sogno ad occhi aperti. E la bocca pure.
Vuole la stessa leggenda che il Garibaldi, generale Giuseppe, soddisfatta la fame, non aveva però del tutto soddisfatto la gola. Mancava il tocco finale: un bicchiere di vino dolce, di quelli che chiudono il cerchio e capisci perché i piatti son rotondi.
“Oste! – ordinò, si narra, con voce soave – un bicchiere di vino Marsala.”
È ottimo, il vino Marsala, soprattutto se sorseggiato alla fine di un pasto, ma c’era un problema. Nel lontano 1860 non c’erano autostrade ad asfaltare il paese, non c’era il treno a sferragliare su e giù, non c’erano ovunque i camion a trasportare questo e quello da qua a là e il vino Marsala – lo dice il nome stesso – si beveva a Marsala e non altrove. A Genova potevi trovare lo Sciacchetrà delle Cinque Terre, buono pure lui, che però non è Marsala nel nome e nemmeno nel sapore. E Garibaldi il Marsala voleva, pare, non altro.
L’oste si fece pallido. Si avvicinò al tavolo con fare circospetto e, sottovoce, sussurrò.
“Generale, mi spiace, il Marsala non ce l’ho...!”
Non ti dico lo sguardo del Garibaldi, che quando gli venivano i cinque minuti... Si alzò di scatto, rovesciò il tavolo, con schizzi di pesto e lische di orata dappertutto, quindi esclamò:
“Allora non pago!” E se ne uscì.
“Si figuri – balbettò l’oste, imbarazzato – generale, qui lei è ospite gradito, ci mancherebbe, offre la casa, altroché!” Ma quello era ormai lontano e ciao.
Andò a Quarto, il Garibaldi, che è un luogo facile da trovare: è tra terzo e quinto, se vieni di qua, tra quinto e terzo se vieni di là. Chiamò mille amici, come quelli che ti minacciano di chiamare lo zio e farti una faccia così. Ecco, lui mille ne chiamò. Saltò insieme a loro su due navi, percorse spedito il mare Tirreno in tutta la sua lunghezza, con qualche tappa per un caffè, e dopo un viaggio ondeggiante finalmente giunse in vista delle coste della Sicilia il giorno undici di maggio, con il sole caldo a dargli il benvenuto. Attraccò al porto e conquistò la città. Lui, la sua giubba rossa e i suoi mille compari.
Alla sera, finiti i trambusti, nella luce ambrata del tramonto, il Garibaldi, generale Giuseppe, si poté rilassare al bar della piazza, si narra, e gustarsi finalmente quel tanto desiderato bicchiere di vino Marsala, ambrato pure lui.
Salute!

LA FOTOGRAFIA

IL VIDEO

Nel 1961, per celebrare in allegria i cent’anni di Unità d’Italia, le belle menti di Cesare Zavattini e di Roberto Gavioli, con un nutrito numero di compari, si misero all’opera per realizzare un film d’animazione che ricordasse le imprese di quel dì. Non c’era computer a facilitare il lavoro, ma tanta voglia e ancor più fantasia: matite colorate, inchiostri, forbici e cartoncini, disegno dopo disegno, fotogramma dopo fotogramma. Ne uscì La lunga calza verde: il Risorgimento in un quarto d’ora di piacevole e musicale racconto animato.

la pagina web
I mille della Spedizione dei Mille furono ben più di mille. Nelle pagine di supplemento alla Gazzetta Ufficiale del Regno del dodici novembre 1878 sta scritto milleottantanove, per la precisione: in ordine alfabetico dal letterato Abba Giuseppe Cesare, fino al medico Zuzzi Enrico Matteo. Giuseppe Garibaldi, generale, agricoltore, deputato al parlamento, era il numero 482. Una sola donna tra i mille e più, la gentile Rosalia Montmasson, ad accompagnare il marito Francesco Crispi per non farlo soffrire di nostalgia. Il fotografo Alessandro Pavia si prese la briga di ritrarli quasi tutti, uno dopo l’altro, nel suo studio di Genova.
Chissà se tra loro c’è un tuo lontano parente...

i nostri eroi
Tra i Mille di Garibaldi non c’era tale Martini Giovanni. Non c’era, perché Giovannino nel 1860 era un marmocchio alto così, che se fosse partito anche lui sarebbe stata la Spedizione dei Mille virgola cinque, che non sarebbe stata la stessa cosa davvero.
Ma appena raggiunta l’età, il Martini si presentò in caserma, indossò una giubba rossa nuova nuova, stirata di fresco e cominciò la sua bella carriera di garibaldino. Senza spada o moschetto, però, bensì suonando il tamburo, che in quei tempi non c’era esercito senza un tamburino a dare il ritmo alle battaglie.
Forse poco soddisfatto del ruolo tamburellante, dopo qualche anno il Martini se ne andò in America, dove cambiò pure nome in John Martin, senza troppi sforzi di fantasia. Già che c’era poteva cambiarlo in John Lennon o in John Kennedy, ma tant’è, Giovanni Martini era e John Martin diventò.
E sempre per non cambiare troppo si presentò in caserma, questa volta con una bella giubba blu e i bottoni in ottone. Di fronte a lui c’era nientemeno che il generale Custer, con i suoi baffi sorridenti, che gli diede il benvenuto nel Settimo Cavalleggeri, il più celebre della nazione. Senza pistola o fucile, però, bensì a suonare la tromba, che un trombettiere serviva in ogni reparto, per la carica e la ritirata, la sveglia e la buonanotte.
Nel 1876 partirono in duecentoquarantadue soldati a cavallo, per esplorare un territorio fino ad allora abitato solo dagli indiani. I quali indiani, capirai, non avendo invitato nessuno, lasciarono che quegli ospiti inattesi entrassero in una radura, ora nota come Little Bighorn, per poi circondarli in più di duemila e caricarli con archi, frecce e cavalli al galoppo.
Il generale chiamò John, gli ordinò di correre al forte a chiamare rinforzi e così fu. La battaglia, però, infuriò e i soldati del Settimo Cavalleggeri, ahimè, morirono tutti, generale Custer compreso. Tutti tranne lui, trombettiere affannato, che con i rinforzi arrivò troppo tardi e restò unico supersite della battaglia più conosciuta della storia del West.

C’è una bicicletta in giro per le città, che si chiama Garibaldi 71. Se è rossa è ancor più bella, ma anche di altro colore va bene. È una bicicletta comoda, da passeggio, con le ruote grandi e il parafango contro gli schizzi. Ma con il generale, ti dirò, non c’entra gran che.
Capita che nell’anno 1900 tondo tondo il signor Giorgio Rossignoli apra a Milano una fabbrica di biciclette. E capita che la sede sia sin da allora in Corso Garibaldi, al numero 71, dove tutt’ora si trova il negozio. Capita, infine, che un giorno cominci la produzione di questa bella bicicletta, che prende il nome dell’indirizzo di casa e il gioco è fatto!

Si chiamava Giuseppe Garibaldi anche il nipote di Giuseppe Garibaldi e quanto a fantasia si poteva senz’altro far meglio. Da tutti, però, fu sempre chiamato Peppino, il giovincello, e l’omonimia svanì. E già che c’era, da grande il piccolo Garibaldi fece il garibaldino, che fa pure rima con Peppino.
Nel 1918, con la Grande Guerra a oscurare l’Europa, fu comandante dei Cacciatori delle Alpi e, al termine di una terribile battaglia, con i suoi soldati e il tricolore nel pugno conquistò la vetta del Col di Lana, guardando di lassù le truppe austriache in ritirata e ritagliandosi due o tre righe sui libri di storia, che non saranno state libri interi come quelli sul nonno, ma comunque qualcosa.

quattro domande a…

... DANTE ALIGHIERI
Sommo e caro Poeta, lei ha unito l’Italia e gli italiani con la sua bella lingua; il generale Garibaldi ha fatto il resto. Non le dispiace un po’ essersi perso tutto il Risorgimento? Chissà quante cose avrebbe potuto cantare...
Non ha torto, caro mio, ma ognuno è figlio del proprio tempo e non è detto che pure il Garibaldi avrebbe maggiormente gradito essere dei nostri alla fine dell’Evo Medio. Diciamo piuttosto che noi poeti e letterati abbiamo la vista lunga e arriviamo spesso prima del resto dell’umanità. Anche Jules Verne narrò dell’uomo sulla Luna un secolo prima di Armstrong e Aldrin; io ho unito l’Italia quel mezzo millennio prima del generale.
Ecco, Garibaldi ce lo avrebbe messo, nella sua Commedia?
Ah, lo avrei inserito senz’altro. Nessun dubbio. e ancor più certo sono, che gli avrei trovato un cantuccio laggiù negl’inferi, dove sarà anche un po’ scomodo e disagevole, ma vuoi mettere il divertimento?!
E un verso sui Mille ce lo vuole concedere?
Mille si va, co ‘l nostro generale
mille si va, scendendo lungo ‘l mare
mille si va, pe’ farsi ricordare.
C’è da commuoversi: una terzina di endecasillabi come piace a Lei! E se un giorno volesse farsi accompagnare a spasso per l’Italia unita, chi vorrebbe accanto a Lei, un Virgilio o una Beatrice?
Ah, Beatrice... Adesso sono io quello che si commuove. Con tutto il rispetto per il Virgilio, non ho dubbi e scelgo la Bea. A parte che farei un figurone, passeggiando in sua compagnia, le dico che tra i fornelli sono in poche, brave come lei: la mi nonna e poche altre davvero. La sua ribollita è un sogno, mi creda. La tagliata co’ li fagiolini poi... Ecco, la pasta al pesto non è forse il suo piatto migliore, ma con due occhi dolci così la si mangia e si tace.

TI CONSIGLIO UIN LIBRO

Davide Gnola – DIARIO DI BORDO DEL CAPITANO GIUSEPPE GARIBALDI – Mursia

Aveva le radici nel fondo del mare, Garibaldi Giuseppe, generale in sella al suo cavallo bianco, capitano al timone di una barca o un veliero. Prima di riunire i suoi Mille e l’Italia, verso Oriente e verso Occidente li solcò tutti, i sette mari del pianeta, trasportando materiali d’ogni genere, affrontando tempeste e bonacce.
E di tutto questo ne resta un diario, con parole marinaresche in ogni pagina, appunti di viaggio, osservazioni sui porti e le coste, calcoli per accorciare la rotta o aggirare il maltempo e chissà, magari pure la ricetta su come conservare un’aringa sotto sale...
 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook