14 Maggio Mag 2013 1228 14 maggio 2013

LinkedIn da oggi mette al bando la prostituzione

Stop ai profili che offrono sesso a pagamento

Billie Piper

LinkedIn dice basta alla prostituzione: per le vie virtuali del social network dedicato ai professionisti, da oggi in poi, chi pratica “il mestiere più antico del mondo” non è più benvenuto. La piattaforma di Mountain View, ieri, ha reso pubbliche alcune modifiche al proprio regolamento interno. Le variazioni, che riguardando la politica sulla privacy e i termini generali di utilizzo del servizio, coinvolgono tutti gli utenti iscritti, oltre duecento milioni.

Tra le varie novità elencate, ce n'è una particolarmente curiosa: «Anche se è legale nel paese in cui vi trovate, [è vietato] creare profili o generare contenuto che promuova servizi di accompagnamento e prostituzione». Escort e gigolò al bando, dunque, senza eccezioni. Il social network non diventerà una “casa chiusa” online e si rifiuta di offrire servizi di sesso a pagamento: addio dunque a centinaia di profili già attivi e spazio ad una bella risistemata alla pagina delle skills, dove la prostituzione figura come una competenza lavorativa.

Che i servizi di prostituzione e escort utilizzino i social network per pubblicizzare la propria attività non è una novità. Facebook e Twitter sono inondati di pagine dedicate alla professione bandita in Italia dal 1958, grazie anche ai pochi controlli realizzati a monte: Zuckerberg stesso, infatti, ha ammesso che le pagine in questione - complete di fotografie spinte, tariffari, elenco degli extra, numeri di telefono ed indirizzi - vengono chiuse solo se un certo numero di utenti ne segnala l'inappropriatezza.

Se ciò non accade, però, la via è libera. I social media sono campi d'azione perfetti per le prostitute, perché vi possono agire senza bisogno di intermediazione con il cliente. In Inghilterra, il Daily Mail ha svolto un'inchiesta sul fenomeno, evidenziano come, data la bassa età degli utilizzatori delle piattaforme sociali, siano molti i bambini che rischiano di incappare in contenuto “proibito”. Dopo le rivelazioni del tabloid britannico, Facebook ha chiuso alcune delle pagine segnalate, ma non ha modificato il proprio regolamento interno. LinkedIn sì: servirà?

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