19 Maggio Mag 2013 0633 19 maggio 2013

Dagli scribi all’ebook, la stampa è sempre meretrice

Una polemica vecchia quanto il mondo

Kindlepaperback

Che orrore, potranno mai la parola, la cultura, essere tramandate attraverso un artificio, uno strumento, un meccanismo? No la parola è degna soltanto della nobiltà che le spetta. Argomentazioni, queste, che risuonano familiari oggi, quando all'orizzonte del libro si stanno profilando i lettori elettronici e nessuno è oggettivamente in grado di dire che fine farà il libro di carta. Se ne discute al Salone di Torino, se ne discute in tutte le sedi e in tutte le salse, peccato che il discorso sia vecchio, già sentito. Almeno da un paio di millenni. Già al tempo degli antichi greci, infatti, si sono alzati parecchi sopraccigli quando a qualcuno è venuto in mente di trascrivere i versi di Omero. Solo i cantori, si diceva, hanno la dignità di trasmettere la parola, la scrittura la corrompe e la volgarizza.

Passano oltre 1500 anni e dalla Germania arriva in Italia un'invenzione promettente: la stampa a caratteri mobili (Gutenberg utilizza la nuova tecnica nel 1455, dieci anni dopo viene stampato il primo libro in Italia, nel monastero benedettino di Subiaco). La nuova tecnica permette di ottenere libri molto più in fretta e, soprattutto, molto meno costosi. Ma c'è una categoria che non si rassegna affatto a lasciarsi mettere da parte: gli amanuensi.

Come un tempo i cantori di Atene, ora gli scribi guardano con orrore all'innovazione e qualcuno intinge la penna d'oca nel calamaio per vergare parole di fuoco: la stampa è puttana. La dice un frate domenicano, tal Filippo da Strada, che nella Venezia di fine Quattrocento (la Serenissima sarebbe presto diventata la capitale dell'editoria: nella prima metà del Cinquecento a Venezia si stampava la metà dei libri che si pubblicavano nell'intera Europa) lancia una pesantissima ammonizione contro i libri a stampa. I manoscritti originali in latino sono conservati nella Biblioteca marciana a Venezia, e nella braidense, a Milano, ma sono stati stampati (orrore) con traduzione italiana (doppio orrore: anche il volgare piaceva mica tanto a questi signori) da Marsilio in un volumetto dal significativo titolo di Stampa meretrix.

La cultura è degna di pochi, non può essere massificata da un'invenzione così volgare come la stampa. «A prezzi tanto stracciati stampano ciò che ciascuno ammassa in abbondanza per sé e così anche gli asini si mettono a studiare. Gli stampatori ingurgitano vino, russano sepolti dal lusso, deridono. Va in esilio la superiore arte dei copisti che non conobbero mai nessun'altra attività che lo scrivere bene», afferma il frate che poi si rivolge al capo della Serenissima perché renda immortale il suo nome mettendo fine a tanto scempio: «Questa gloria, o doge, ti riguarda: abbattere le stampe, cosa che prego che tu faccia perché chi è dedito al vizio non trionfi».

Ed ecco ora il passaggio che dà il titolo al librino: «La scrittura è, certamente, degna di venerazione e deve essere ritenuta più nobile di tutti i beni che l'oro ammassa per noi, a patto che non abbia subito brutture nel postribolo delle stampe. Essa è pura se praticata con la penna, è meretrice quando viene stampata». («Est virgo hec penna, meretrix est stampificata», per chi si ricorda ancora qualcosa dai tempi della scuola).

La spiegazione di tutto ciò è semplice: «Non devi forse definire prostituta quella che simula di amarci tanto, dedita solo al guadagno rapace? Non sarà forse degna del nome di lupa quella svergognatissima femmina che, suscitando lussuria, indebolisce i giovani? Così fanno i libri stampati: corrompono i cuori innocenti».
Avvertimento contro i libri stampati si intitola il manoscritto successivo, molto probabilmente vergato dalla stessa persona. «Ultimamente in tutte le città da queste stampe si leva tale turpissimo flagello insieme a coloro che leggono simili cose. Gli stampatori, dediti al vino, contraffanno le scritture. Non permetterai che qualcuno si sia avvicinato alle prime dottrine tra mille rozzi tipografi fanfaroni. O doge, preferisci un piccolo libro scritto col calamo a cento stampati alti quanto vuoi: ne esci più nobile. Le stampe non sono degne di insozzare le biblioteche, né di essere toccate dalle mani dei nobili, bensì dei miseri».Povero frate, destinato a essere travolto dalla storia. Tanto livore non sarebbe servito a nulla, perché la stampa era destinata a trionfare sulla scrittura, a prescindere da qualsiasi cosa si dicesse o si facesse.

Oggi nessuno chiede ai capi di stato di fermare i kindle o gli iPad, ma la paura per la fine del libro di carta è palpabile. Anzi, c'è timore che finisca pure il modo di leggere che conosciamo: concentrati, in silenzio, con una lettura consequenziale. I testi elettronici permettono di interrompere la lettura per guardare un filmato, per approfondire con un altro testo, o magari dare un'occhiata a un titolo di giornale. Ma nemmeno il nostro modo di leggere è sempre stato così. Anche questa innovazione ci deriva dalla Venezia cinquecentesca: quando Aldo Manuzio, nel 1501, stampa il primo libro tascabile non aveva la più pallida idea di dove quell'innovazione sarebbe arrivata. Certo non poteva immaginare che noi, oggi, mezzo millennio più tardi l'avremmo ancora usata. E forse la stiamo per dismettere, ma certo non possiamo saperlo.

Invece aveva ben chiaro che cosa avrebbe comportato: si sarebbe potuto leggere in silenzio e soprattutto per piacere personale. Con il libro tascabile la lettura smette di essere uno strumento di lavoro o di istruzione comincia a diventare svago. I grandi libri infolio dovevano essere appoggiati a un leggìo per essere letti e qualcuno lo faceva a voce alta mentre tutti gli altri ascoltavano in silenzio, molto spesso religioso trattandosi, per l'appunto, di religiosi, monaci o frati che fossero. Questi volumoni avevano in ogni caso un costo notevole (anche se infinitamente minore dei manoscritti su pergamena: occorreva sterminare un gregge di pecore per avere pagine a sufficienza), mentre i piccoli libelli portatiles, come li chiamava Manuzio, costavano poco e potevano essere comodamente trasportati.

E infatti proprio questo scrive Aldo a Bartolomeo d'Alviano, comandante delle truppe di terra della Sarenissima: «Potete leggere i miei libretti durante le pause delle campagne militari». Di fronte all'incalzare del libro elettronico vien da domandarsi se conti di più il contenente o il contenuto. Una risposta la dà lo scrittore Tiziano Scarpa: «Sono scomparsi prima gli aedi e poi gli scribi, forse scomparirà la stampa, ma Omero gode sempre di ottima salute».

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook