21 Maggio Mag 2013 2002 21 maggio 2013

Assad, profilo psicologico di un dittatore insicuro

Intervista agli psichiatri americani Jerrold M. Post e Ruthie Pertsis

Bashar Al Assad

Il potere autocratico può assumere varie forme. Molto dipende dalla personalità di colui che lo detiene. Esistono, e sono esistiti in passato, dittatori forti e solitari. In una parola, assoluti. Capaci di esercitare un ferreo e totale controllo sulla macchina dello Stato. Ma ce ne sono stati, e ce ne sono tuttora, anche altri più deboli e manovrabili. Arrivati al potere quasi per caso, e soggetti alle pressioni esterne, per esempio quelle della loro famiglia.

Quale, di questi due profili psicologici agli antipodi, sia il più deleterio in un dittatore è una domanda difficile. A cui forse non saprebbero rispondere neanche due esperti come Jerrold M. Post e Ruthie Pertsis. Ma è una domanda che sorge spontanea quando si pensa al presidente siriano Bashar Al Assad. Di cui Post e Pertsis, dal loro ufficio a Washington, hanno offerto un profilo psicologico per Linkiesta.

Psichiatra, 79 anni, alla Cia Post ha fondato il Center for the Analysis of Personality and Political Behavior, dove vengono tracciati i profili dei leader mondiali. Lui stesso ha analizzato le personalità di Saddam Hussein, Fidel Castro e molti altri. Infatti ha anche tracciato (lo racconta un articolo pubblicato nel 2004 dal New York Times), «i profili di Anwar el-Sadat e Menachem Begin affinché Jimmy Carter li usasse nei negoziati di Camp David che portarono alla pace tra Egitto e Israele nel 1979».

Autore di libri come The Mind of the Terrorist: The Psychology of Terrorism from the IRA to al-Qaeda, oggi Post è professore di psichiatria e direttore del programma di psicologia politica della Elliott School of International Affairs della George Washington University. Da parte sua Ruthie Pertsis, ex allieva del professore, lavora con lui come direttore di ricerca alla George Washington University. Ha inoltre contribuito alla stesura di uno dei capitoli dell’ultimo libro di Post, ormai prossimo alla pubblicazione, intitolato Dreams of Glory: Narcissism and Politics. In quel capitolo i due analizzano i profili di vari leader che, come Al Assad, sono stati la seconda scelta dei loro padri o familiari: i rimpiazzi per quei fratelli che, invece, fin da giovanissimi erano stati predestinati a ereditare la leadership.

Come possono convivere in Bashar Al Assad l’immagine dell’uomo calmo e timido che che dà quando appare in televisione, con quella del dittatore che da oltre due anni reprime sanguinosamente la ribellione siriana? 
Post:
La dottoressa Pertsis e io abbiamo recentemente aggiornato un articolo scientifico che avevamo scritto tre anni fa, sostenendo che Bashar Al Assad è stato la seconda scelta di suo padre. Ad altri personaggi molto potenti è successo lo stesso. È il caso del fratello maggiore di John F. Kennedy, Joseph: fino alla sua morte [nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, ndr] era lui quello che avrebbe dovuto ereditare la leadership politica del padre; lo stesso vale per Benjamin Netanyahu, il cui fratello Jonathan era l’eroe della famiglia, e per Rajiv Gandhi. La morte di un fratello maggiore eroico che ha tutte le qualità del leader ed è destinato alla successione di un padre forte, è un fenomeno psicologico molto potente. L’apparenza calma e tranquilla di Bashar Al Assad deve, in realtà, celare una profonda insicurezza. Ruthie e io abbiamo trovato particolarmente interessante la sua risposta quando, durante l’intervista [del dicembre 2011, ndr] con Barbara Walters [della rete statunitense ABC, ndr], gli fu chiesto fino a che punto fosse responsabile delle violenze in Siria. 

Pertsis: Lui rispose: «Io non possiedo il governo, sono solo il presidente, non possiedo le forze di sicurezza».

Post: Bashar sembra essere il volto gentile del governo, ruolo assegnatogli dal padre Hafez [fondatore della dinastia, ndr], mentre l’esecutore è suo fratello minore, Maher. La personalità di Maher è molto più simile a quella di Hafez e di Basil, il [defunto, ndr] fratello maggiore. Quindi quando ci chiediamo perché Bashar stia agendo in questo modo, la questione centrale potrebbe essere il modo in cui la sua famiglia e l’esercito lo controllano. Bashar non è come suo padre, che si era accaparrato tutto il potere: non ha il controllo di quanto sta accadendo in Siria, ed è probabile che sotto la sua leadership le decisioni vengano prese da più persone.

Pensate che possa essere facilmente manipolato da altri membri del regime? 
Post:
Non tanto manipolato, quanto vincolato. Non vuole che il regime della famiglia Al Assad crolli proprio con lui, questo è certamente uno degli aspetti che lo vincolano. Detto questo, da un punto di vista psicologico non pensiamo che lui sia un assassino. Fra le sue email che sono trapelate [nel marzo dell’anno scorso, ndr] c’era quella di un’amica di famiglia, una figlia dell’emiro del Qatar, che lo invitava a rifugiarsi nel loro Paese prima che fosse troppo tardi. Ebbene, abbiamo trovato interessante il tono della risposta di Bashar: sembrava quasi quello di uno spettatore, non lasciava trapelare alcun senso di angoscia per quello che i siriani stavano patendo sotto il suo governo. 

Quindi c’è di mezzo il senso dell’onore familiare?
Pertsis:
Certamente l’insicurezza derivante dal non essere stato la prima scelta di suo padre come successore si unisce alla volontà di non essere colui con il quale si conclude il regime degli Al Assad, dopo decenni di potere. Bashar non sta solo cercando di essere all’altezza di suo padre, ma anche del fratello che ha sostituito. 

Non avrà la personalità di un assassino ma non sembra avere rimorsi per quello che sta succedendo, a cominciare dalle uccisioni dei civili. Perché rifiuta di dimettersi? 
Post:
Per come la vede lui, sta lottando contro i terroristi e i ribelli che cercano di destabilizzare la Siria. Pensa che le sue azioni e le loro sanguinose conseguenze siano necessarie per reprimere le ribellioni. Non abbiamo a che fare con un selvaggio dittatore senza scrupoli che massacra e distrugge: per come la vede lui, si tratta di una difesa necessaria, e alla quale è a capo il fratello minore Maher, responsabile della sicurezza. Secondo la nostra analisi Maher ha un ruolo molto importante nella situazione perché la durezza di alcune azioni, particolarmente estreme, dipende proprio dal suo coinvolgimento. E in effetti c’è tutta una corrente di opinione secondo la quale è Maher a essere il numero uno in Siria, non Bashar. Bashar Al Assad è totalmente diverso dal padre, che aveva un’enorme capacità di leadership e godeva della completa lealtà da parte dell’esercito. E quando dichiara di non possedere il governo lo dice sul serio. 

Sembra quasi che sia un fantoccio, più che un leader. Un fantoccio nelle mani di altri gruppi di potere. 
Post:
È una descrizione piuttosto adatta, sì. In realtà è molto combattuto e non sa bene come districarsi da una situazione che sfugge al suo controllo.

Che margini di negoziato pensate possano esserci perché rinunci al potere? 
Post:
Penso che la situazione sia ormai andata troppo oltre, e che non ci sia davvero modo di negoziare. Non è che Bashar Al Assad sia disposto a resistere fino alla morte: quello che gli impedisce di andarsene è soprattutto il peso di un regime che da decenni detiene il potere in Siria. Detto questo, se i ribelli diventassero più forti, ricevessero maggiore appoggio e il regime corresse un alto rischio di crollare, sarebbe possibile che se ne andasse e cercasse rifugio all’estero. In questo è molto diverso da Gheddafi, per esempio. 

Pertsis: E in effetti Gheddafi è caduto perché molte persone del suo circolo avevano disertato. Ora la stessa cosa sembra accadere in Siria, anche se a un ritmo molto più lento, e sarà un fattore rilevante nel determinare la conclusione del conflitto.

Post: Se Bashar Al Assad vedesse mancare le sue basi di appoggio ne terrebbe certamente conto: è del tutto in contatto con la realtà e capace di valutare quello che sta succedendo. Sta resistendo in grandissima parte perché, come ho già detto, non vuole vedere il regime degli Al Assad crollare proprio quando è lui presidente, ed è vincolato da suo fratello minore, che ha il controllo dell’esercito, e dalla famiglia.

Pertsis: Per quanto riguarda la personalità di Bashar, bisogna tenere presente che l’unico modello al quale può ispirarsi è suo padre, Hafez. E quando ci furono ribellioni contro di lui, Hafez le represse con rapidità ed estrema durezza, come fece ad Hama negli anni Ottanta, ad esempio. Ora che Bashar si trova di fronte a una situazione simile, cerca un riferimento in suo padre, l’unico modello che abbia avuto.

Eppure Bashar sembra aver seguito le orme del padre anche prima della rivolta, visto che da quando è arrivato al potere il livello dell’uso della tortura, per esempio, non è calato rispetto a quando governava Hafez. 
Pertsis:
Secondo noi è stato molto ingenuo, quando Bashar arrivò al potere, credere che sarebbe stato diverso da suo padre e che avrebbe attuato delle riforme solo perché aveva vissuto a Londra e sposato una siriana nata in Inghilterra. È comunque cresciuto circondato dalle forze di sicurezza, e con un modello paterno molto preciso. Di fronte a questo, né il suo matrimonio né un’esperienza di 18 mesi a Londra sarebbero mai potuti bastare per fare di lui un riformatore e un leader totalmente diverso da suo padre. 

Quali sono le differenze fra la personalità di Bashar Al Assad e quella del suo fratello maggiore, Basil? 
Post:
Basil era il tipico macho. Credo che avrebbe mantenuto molto più saldamente il controllo e avrebbe governato in modo totalitario e certamente violento. Se questa ribellione fosse iniziata sotto il suo governo, l’avrebbe repressa come suo padre fece ad Hama. 

Pensate che Bashar desiderasse diventare presidente?
Pertsis:
Pensiamo di no. In fondo stava studiando per diventare oculista. Sembra davvero avere una personalità molto diversa da quella di Hafez, Basil e Maher, e che volesse vivere esercitando la sua professione e mantenendo un profilo politico molto basso. In realtà non crediamo che si fosse mai aspettato di diventare il leader, né che lo volesse. 

Post: Ma quando Hafez glielo chiese si trattò di un ordine, in realtà. Un ordine al quale non poteva rifiutare. Così assunse il ruolo che il padre gli aveva chiesto di ricoprire. 

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