22 Maggio Mag 2013 0600 22 maggio 2013

Dite ai romani quanto gli costano i derivati del Comune

Da Veltroni ad Alemanno, i conti in rosso della capitale alla vigilia del voto

Derivati Comune Roma

Oltre ai 200 milioni di deficit e al miliardo di debito calcolati dall’agenzia di rating Fitch, sulle spalle dei cittadini romani grava l’incognita derivati. Si tratta dei contratti sottoscritti dal Campidoglio, tra gli altri, con Morgan Stanley, JP Morgan, Banca Opi (ora Biis), Dexia, Deutsche Bank e Ubs. Una vexata quaestio che, come un fiume carsico, è riaffiorata con prepotenza in questi ultimi scampoli di campagna elettorale. Sull’affaire, a quanto risulta a Linkiesta, sta continuando a indagare anche il Pm Paolo Ielo, che ha di fatto riaperto il caso dopo una prima ipotesi di chiusura delle indagini nell’agosto 2012.

A dare una sferzata, qualche giorno fa, ci ha pensato il candidato grillino Marcello De Vito, che non a caso ha improntato la campagna elettorale sulla poca trasparenza dell’amministrazione cittadina. Sottoponendo, questa la strategia, due istanze di accesso agli atti: una al sindaco e l’altra al commissario straordinario del debito, il manager tremontiano Massimo Varazzani. Entrambe mirate a far luce sui derivati stipulati dall’amministrazione Veltroni. 

Nel corso di una conferenza stampa, ieri l’altro, De Vito ha snocciolato alcune cifre: i derivati pesano per 6 miliardi di euro sul debito comunale accertato dal commissario al momento dell’addio di Veltroni. «Alemanno ha deciso di rispondere alla nostra richiesta a fine campagna elettorale, dopo che l'abbiamo incalzato nel confronto tv», ha detto De Vito. Manca l’ulteriore documentazione in possesso del team di Varazzani, «che ci ha negato l’accesso agli atti ritenendoci “non legittimati”, così i cittadini romani non hanno il diritto di sapere come vengono spesi i loro soldi». Da quanto si apprende, Varazzani ha chiuso sette dei nove contratti complessivi con una spesa di 150 milioni di euro a carico del Comune (come peraltro si evince dalla Relazione di fine mandato). I cittadini, tuttavia, continuano a pagare la tristemente famosa «Veltroni Tax», ovvero l’addizionale Irpef lievitata proprio a servizio della gestione commissariale.

Lo studio dell’esposizione sui derivati è stato gestito dall’avvocato Alessandro Canali, attivista pentastellato e consulente legale per le battaglie del movimento capitolino. A Linkiesta spiega: «Quella di Veltroni è un’operazione da Guinness, la più grande in Italia». Per anni lo strumento dei derivati è stato un jolly nel taschino dei sindaci, che «ottenevano liquidità immediata da gestire senza i vincoli delle leggi di contabilità, magari per le spese correnti».

L’iniziativa grillina ha costretto Alemanno a rispondere con un comunicato ufficiale, nel quale il sindaco uscente osserva: «Abbiamo denunciato la questione derivati sin da subito», dice, «mandando una lettera alla Procura e alla Corte dei Conti, siamo contenti che il M5s contribuisca a far emergere questa realtà». «Il Pd ha fatto un buco da 6 miliardi e il Pdl l’ha coperto», incalza De Vito, che in caso di vittoria ha promesso: «Andremo a verificare i contratti e le responsabilità degli amministratori, dopodiché valuteremo se agire tramite il contenzioso». Guardando al Comune di Milano, che a fine 2012 è riuscito a recuperare 455 milioni di euro attraverso un accordo extragiudiziale con Deutsche Bank, Ubs, JP Morgan e Depfa Bank.

Più facile a dirsi che a farsi, in un contesto dove l’opacità è la regola. Lo scorso febbraio, Varazzani ha dichiarato a Sette: «Ho preferito chiudere sei contratti nel 2011, e l’ultimo pochi mesi fa, facendo risparmiare ai cittadini 200 milioni di euro di costi prospettici se calcolati in quel momento». “Se calcolati in quel momento” è un particolare non secondario: la scorsa estate, secondo quanto risulta a Linkiesta, il mark to market (il valore di mercato al momento della risoluzione anticipata del contratto, secondo l’interpretazione della Cassazione dopo il processo di Milano, ndr) di alcuni strumenti sottoscritti nel 2002 era ritornato in positivo. In altre parole, il Campidoglio ci stava guadagnando. Tant’è che l’indagine di Ielo andava verso l’archiviazione. Poi qualcosa è cambiato.

Un passo indietro. Il 27 novembre 2003 il Campidoglio lancia un bond da 1,4 miliardi in tre tranche – una da 600 e due da 400 milioni – a un tasso del 5,37 per cento con scadenza al 2033. È un’emissione bullet, che significa rimborso del capitale soltanto alla scadenza. La finanziaria 2002 – con cui l’allora ministro Giulio Tremonti fissava un set di regole per l’accesso al mercato dei capitali da parte degli enti locali e per l’ammortamento del debito attraverso i derivati, e il successivo decreto ministeriale del 2003 – prevedeva che l’ammortamento del debito potesse avvenire in due modi: con la costituzione di un fondo (sinking fund), e mediante un “amortising swap”, strumento in base al quale l’intero capitale del prestito obbligazionario viene accumulato progressivamente, mediante accantonamento di quote.

Tassi e nozionale di un contratto di interest rate swap

In che modo? Nel contratto in questione (vedi foto sopra), il Comune – su un nozionale decrescente – paga alla banca un tasso che va dal 5,1% del 2007 al 6,15% al 2045, ricevendo un tasso variabile pari all’Euribor a 6 mesi. Due metodi con il medesimo obiettivo: indebitarsi non avendo nemmeno i soldi per pagare gli interessi ai sottoscrittori del debito. Un’invenzione implementata dal genio contabile di Tremonti.

La rinegoziazione dei derivati su emissioni per 2,4 miliardi

Dunque, con l’amortising swap – che costa al Comune il 5,375% – il Campidoglio paga le cedole, mentre nel sinking fund della banca confluiscono le quote di capitale da rimborsare alla scadenza. Come si evince dalla foto sopra, a fine 2007 il Comune rinegozia l’amortising swap da un miliardo su un’emissione per complessivi 2,4 miliardi, allungandone le scadenze al 2048, a un tasso del 5,345 per cento. Per quanto riguarda il sinking fund, i tassi sono due: il primo, del 5,3%, è sul debito contratto, mentre il secondo – compreso tra il 5 e il 7,5% – serve a formare il capitale da rimborsare alla scadenza (vedi foto sotto). È un po’ lo stesso meccanismo dei mutui concessi assieme alle polizze vita tramite piano di accumulo.

Contratto del sinking fund

Nella relazione alla Camera dello scorso dicembre Varazzani ha detto di aver chiuso 6 contratti nel 2011 (vedi foto sotto), e – nel luglio 2012 – l’ultimo contratto derivato sottostante il prestito bullet di 1,4 miliardi di euro, riuscendo a «limitare le passività del prestito ai soli interessi passivi (da corrispondere ai sottoscrittori fino alla scadenza del 2048) e alla restituzione della quota capitale (in un’unica soluzione finale al 2048)». I grillini sostengono che i contratti siano in perdita per 6 miliardi, mentre a febbraio la Corte dei Conti del Lazio ha acceso un faro su altri 400 milioni. A quanto ammontano gli interessi passivi del contratto da 1,4 miliardi? E l’esposizione totale del Comune a oggi? E il valore di mercato del sottostante? E gli oneri sui cittadini? Domande a cui il prossimo sindaco non potrà non rispondere.

Contratti chiusi da Varazzani nel 2011 (Fonte: relazione alla Camera 2012)

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