22 Maggio Mag 2013 1411 22 maggio 2013

Per l'energia l'Europa in crisi si scorda del clima

Vertice europeo: il costo del gas è quattro volte più alto che negli Usa

Rete Energia

In tempi di crisi può capitare anche questo. Che il clima e l’effetto sera passi in secondo piano, in nome di competitività, industria e crescita, con buona pace dei disastri metereologici che si accumulano negli ultimi anni – basta guardare Oklahoma City in questi giorni. È quanto sta accadendo in sede Ue, e si sta vedendo al summit di oggi a Bruxelles – dove l’energia è in primo piano (insieme alla lotta all’evasione fiscale), all’ombra del boom del gas di scisto, meglio noto come “shale gas”, che sta facendo la fortuna degli Stati Uniti. Non si decide niente di particolare, ma è sufficiente per registrare l’atmosfera generale.

Nelle conclusioni del vertice odierno si parla di completare il mercato unico di energia, favorire gli investimenti per rilanciare il settore migliorare la diversificazione di fonti energetiche – con la possibilità di sfruttare quelle "indigene", «in modo più sistematico». Il riferimento è anzitutto agli ingenti giacimenti di gas di scisto in Polonia e Spagna.

«È innegabile – dicono fonti diplomatiche Ue – che è cambiata la gerarchia. Adesso la priorità è la crescita e il rilancio della competitività dell’industria europea». La preoccupazione è concreta. Gli Usa, grazie al ricorso al gas di scisto, sono, sul fronte del gas, sulla via dell’indipendenza energetica. Risultato: «nel 2012 – si legge in un documento preparato dalla Commissione Europea – i prezzi industriali del gas negli Stati Uniti sono stati quattro volte più bassi che in Europa. Questo erode la competitività delle imprese europee» (per la cronaca, i prezzi del gas in Italia sono i più alti di tutta l’Europa occidentale, con 34,6 euro per Mwh, contro i 22,9 della Gran Bretagna, i 24,5 della Germania, i 28,9 della Francia e i 30,1 della Spagna). Secondo la Commissione i prezzi dell’elettricità nell’Ue stanno «mettendo a rischio oltre 200.000 posti di lavoro» nell’industria dell’alluminio, ad elevato consumo energetico.

Stesso concetto si trova del resto nelle conclusioni del vertice odierno: «nell’attuale contesto economico – è l’incipit – dobbiamo mobilitare tutte le nostre politiche a sostegno della competitività, dell’occupazione e della crescita. Il rifornimento di energia conveniente e sostenibile per le nostre economie è cruciale».

Significativamente, solo poche settimane fa il Parlamento Europeo aveva bocciato la proposta della Commissione Europea di ridurre la quantità di permessi di emissioni di CO2, secondo il sistema ETS (Emission Trading System nell’ambito degli obiettivi di riduzione del CO2 in Europa entro il 2020 del 20% rispetto al 1990, che consente agli stati che emettono meno CO2 di quanto potrebbero di vendere le quote ancora libere a Stati che invece hanno esaurito le loro). Il commissario al Clima Conni Hedegaard è preoccupata per i prezzi ormai stracciati dei permessi di emissioni, e voleva contingentare le quantità per far risalire i costi e dunque ridurre l’incentivo a inquinare. Niente da fare. Le lobby industriali sono riuscite a imporsi, facendo notare, proprio, la questione della competitività. Solo pochi giorni prima del summit, del resto, Markus Beyrer, direttore generale di Business Europe (che riunisce le Confindustrie dei 27) in una lettera al premier irlandese Enda Kenny – Dublino è presidente di turno Ue – ha sottolineato i vantaggi del gas di scisto e criticato duramente il sistema ETS, nonché il sostegno pubblico alle rinnovabili.

Certo è che il clima nelle conclusioni del vertice di oggi viene nominato solo di sfuggita, in riferimento alla strategia post-2020 della Commissione per l’energia e il clima. Piuttosto si parla della necessità di «significativi investimenti in nuove e intelligenti infrastrutture», favorendo l’attuazione rapida delle norme Ue sulle grandi reti transeuropee nel settore energetico (TEN–E), una revisione delle norme di aiuto di Stato per investimenti mirati, misure nazionali e Ue anzitutto con fondi strutturali, il rilancio di ricerca e sviluppo. Si parla, certo, di rinnovabili, ma si afferma che «la Commissione intende valutare il ricorso sistematico a fonti energetiche indigene in considerazione di un loro sfruttamento sicuro, sostenibile ed efficiente sul fronte dei costi». Polonia e Spagna premono per il gas di scisto, la Germania – che ha molto investito sulle rinnovabili – frena. Infine, si punta all’efficienza energetica per abbassare i costi, forse tra le poche queste misure (salvo le rinnovabili) ad essere positiva per il clima.

Ambientalisti ed europarlamentari sensibili all’Ambiente sono furibondi. Come uno dei più impegnati, l’europarlamentare lussemburghese Claude Turmes (Verdi): «Questo testo – tuona – apre la porte ai maggiori inquinatori dell’Ue non solo per continuare a infischiarsene delle future politiche climatiche dell’Ue, ma anche per evitare qualsiasi partecipazione alla modernizzazione della vetusta infrastruttura energetica dell’Europa». Forse Turmes calca un po’ la mano, non tutto è necessario negativo per il clima – ad esempio il riferimento sulle alte tecnologie e l’efficienza energetica sono piuttosto a suo favore – tuttavia è chiaro che il cambio di gerarchie c’è. E chi, alla fine, ha più voce in capitolo.  

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