22 Maggio Mag 2013 0605 22 maggio 2013

Topolino fa tremila numeri, in fila dal ’49 ad oggi

Oggi in edicola la tremillesima copia del fumetto creato da Walt Disney

Topolino

C’è chi, a fine gennaio del Settantacinque, si svegliò prima del solito per correre in edicola ancora in pigiama e acchiappare la sua bella copia del mitico numero mille di Topolino, fresco di stampa. Tra questi c’è chi ripeté la levataccia a fine marzo del Novantaquattro, per il numero duemila. Ecco, oggi ci risiamo e Topolino tremila può finalmente trovare il suo cantuccio insieme agli altri nella collezione, con tutti i dorsi rigorosamente gialli.

Tremila, ragazzi! Tremila messi in fila, uno accanto all’altro, dall’aprile del Quarantanove fino a oggi.
Per cominciare bene la giornata, la storia d’apertura ha un autore con gli occhiali dalla montatura blu e un ghigno simpatico tra i baffi e il pizzo. È Tito Faraci e sembra uscito da un fumetto pure lui, con quel suo passo ciondolante alla Pippo.
Capita, di ritrovar se stessi tra paperi e topi e forse è proprio questo il motivo del successo di tutto ciò. C’è chi si rivede in Eta Beta, chi in Archimede Pitagorico, chi si rispecchia in Basettoni, chi in Nonna Papera. Tu?

È sceneggiatore di prim’ordine, Tito Faraci, ma se dice in giro che fa il fumettista va sempre a finire che gli chiedono un disegno e lui, con la matita in mano, è quasi peggio di te. Perché non ci si pensa mai, ma un fumetto va scritto e descritto, prima di esser disegnato, stampato e finalmente letto e guardato, riletto e collezionato, con il suo pallino nero sul naso e i guanti ad avvolgere le quattro dita. E se a pagina sette Pippo si allaccia le scarpe, bisogna dirlo già a pagina uno, al disegnatore, che Pippo le aveva slacciate...

Con le parole Tito ci va a nozze: trova le frasi giuste da far accomodare nel balloon e non sono mai troppe o troppo poche. Aggiunge un «nel frattempo» qua e là e bada bene che il colpo di scena sia in alto a sinistra di una pagina di sinistra, che se invece finisce sulla pagina di destra, quella dispari, l’occhio sbircia sempre troppo presto e la sorpresa si sgonfia.
Tito pensa di esserlo lui, Topolino, e a quota tremila non si sente per nulla vecchio. Di più: per festeggiare fa spendere due nichelini a Zio Paperone e gli fa acquistare una copia; poi fa esclamare a Gambadilegno che il numero andrà a ruba! Ahr! Ahr! A Paperino, invece, fa borbottare uno «SGRUNT», che il più simpatico è lui, ma il nome al giornale lo ha dato quel tizio dalle orecchie paraboliche! In più il tremila è il numero fortunato del solito Gastone... A Pluto fa dire «WOOF!» e non gli serve abbaiare altro, mentre a Pippo fa borbottare che il suo numero di scarpe è il cinquanta, ma avendo solo due piedi gliene avanzano sempre quarantotto.

E forse alla fine è anche un po’ Topolino a essere Tito...
Scrive anche quando non ci sono parole, Tito. Magari giusto un «BOOOM!» o un «GULP» e nulla più, perché poi quello che lui sceneggia diventa magicamente un disegno, sulla tavola rigorosamente di sei riquadri, con Clarabella e Orazio che scivolano dal pennino del disegnatore. Infatti il fumetto si legge anche se non c’è scritto nulla, perché il suo lavoro si nasconde tra matite, inchiostri e colori.

Capita spesso che la matita sia quella di Giorgio Cavazzano. Capita anche sul numero tremila e tra i suoi bozzetti mi nasconderei volentieri anch’io: se gli chiedi un disegno, lui sì che con due tratti ti tira fuori un Paperoga o una Nonna Papera e può dire in giro di fare il fumettista.
Son cinquant’anni che Giorgio frequenta topi e paperi, Ezechiele Lupo e Qui, Quo, Qua senza accento: cominciò nella bottega di Romano Scarpa e oggi è ancora lì a inventare il mondo della nostra fantasia. Era già lì ben prima del numero mille e per il duemila nemmeno dovette farsi svegliare all’alba, avendone disegnato lui la copertina...

Son cinquant’anni che Giorgio frequenta anche chi sta dietro Topolino, o dentro, e spesso son conterranei suoi e di Tito, come Guido Martina, Giovanni Battista Carpi, Silvia Ziche, Silvano Mezzavilla e tanti altri, tanto bravi che al loro cospetto Paperinik e Super Pippo impallidiscono. O arrossiscono.
Un giorno gli capitò sul tavolo da disegno anche una sceneggiatura da far tremare i polpastrelli, scritta da Jerry Siegel, ideatore di Superman in persona: Clark Kent, all’anagrafe di Cartoonia. Pure lui protagonista sulle pagine così piccole e così grandi del Topolino italiano, per cui sceneggiò ben più di cento altre storie, volanti e fantascientifiche come piace a lui. E come piace a noi.

Pare quasi che Topolinia e Paperopoli siano più dalle parti di Milano e Venezia, che alla periferia di Burbank e piace pensare che sia proprio così. In fondo, che Amelia se ne stia sul Vesuvio non è certo un caso. E se a spasso negli inferi c’è Pippo a far da Virgilio accanto a quel topastro d’un Dante è un caso ancor di meno. E se davanti a casa trovi parcheggiata una roulotte...
Racconta, Giorgio, che il suo vicino era solito stazionare la propria, di roulotte, bellamente davanti a casa, nella posizione più ingombrante possibile. Lui, per vendicarsi un po’, pensò bene di metterci ad abitare quei tre furfanti della Banda Bassotti – tié – senza nemmeno chiedere aiuto a uno sceneggiatore. E da allora il loro covo è ancora lì dentro, mentre il vicino, dove sia non lo so.

Magari si è alzato all’alba anche lui, stamattina, per correre ancora in pigiama all’edicola all’angolo, acchiapparsi il mitico numero tremila di Topolino e poi appollaiarsi solitario su una panchina del parco a leggere tutte d’un fiato le storie, una dopo l’altra, da quella di Tito e Giorgio fino all’ultima. Poi la giornata può cominciare.
E ricomincia anche il conto alla rovescia: mancano mille uscite al numero quattromila, a occhio si festeggia nel luglio del duemilatrentadue. Qualcuno mi ricordi di puntare la sveglia!

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