24 Maggio Mag 2013 1300 24 maggio 2013

“A Napoli ci vorrebbe un vero festival alternativo”

L'ex membro dei Co'Sang lancia il suo disco solista

46644 548714471836060 1507147697 N

Non c'è città come Napoli per un napoletano. E non è solo campanilismo: per chi ci è nato e cresciuto, il capoluogo campano è fonte di ispirazione e di sofferenza, a metà tra un brivido lungo la schiena e una ferita aperta nel cuore. Lo sa bene Antonio Riccardi, in arte Ntò, ex componente del duo rap Co'Sang, uno degli act più importanti della scena hip hop italiana durante gli anni zero. Lui Napoli l'ha cantata per anni, a cominciare dalla Marianella, il suo quartiere. E continua ancora adesso, all'inizio della sua carriera solista.

Le strade con Luché, l'altro cinquanta per cento dei Co'Sang, si sono separate all'inizio del 2012. Dopo anni di successi in coppia, entrambi hanno cominciato a lavorare lungo percorsi autonomi. Nel marzo 2013, Ntò ha pubblicato il suo primo disco, un'autoproduzione intitolata “Il coraggio impossibile”. Dentro ci sono suoni nuovi, ma accompagnati dai testi di sempre: i due singoli tratti finora dall'album (“Memorabili” e “Je rappresento”) lo confermano. Notevoli anche le collaborazioni: c'è il rapper partenopeo Clementino, il sassofonista e cantautore Enzo Avitabile, e ci sono i maestri italiani del ritmo in levare, i Casino Royale.

Il disco è arrivato al 17esimo posto in classifica Fimi. Davvero niente male, considerato che è completamente autoprodotto.
Proprio perché ho fatto tutto da solo, considero questo risultato come un primo posto. Per registrare "Il coraggio impossibile" ho investito i soldi che avevo da parte, ho chiesto la collaborazione di artisti che sono soprattutto amici. Le case discografiche non erano convinte al cento per cento, così ho preferito puntare solo sulle mie forze: dopo i primi risultati, sono arrivate le telefonate di complimenti dai piani alti delle etichette. Questa, per me è stata una bella vittoria.

Che potrebbe essere di esempio anche per altri artisti?
Forse, ma attenzione: io usufruisco oggi di una popolarità territoriale conquistata negli anni, e di una certa esperienza nella gestione di queste situazioni. Un artista emergente che non gode di una solida fanbase rischia di fare un buco nell'acqua.

Il disco ha venduto tanto in Lazio e in Lombardia, regioni "nuove" per la tua musica. La scelta di dare più spazio all'italiano sta funzionando. Tra poco abbandonerai definitivamente il dialetto?
No, non se ne parla. Quello di avvicinamento all'italiano è un percorso di anni, cominciato ai tempi dei Co'Sang. Eravamo stati definiti un "fenomeno regionale" proprio perché cantavamo solo in napoletano. Così abbiamo cominciato ad utilizzare un po' di italiano, volevamo dimostrare che la nostra musica potesse oltrepassare i confini campani. La lingua nazionale, ovviamente, aumenta il potenziale, sia a livello comunicativo sia a livello commerciale. Ma non abbandonerò il napoletano, è parte di me e lo sarà sempre.

Dopo tanti in anni in un duo, com'è ricominciare da solo?
Non facile. Dal punto di vista emotivo ero un po' preoccupato, perché sapevo che stavo ripartendo da zero. Questo era il disco della vita, per me. Dovevo dimostrare tanto: innanzitutto, che avessi le qualità per gestire la direzione artistica di un grande progetto. Quando lavoravo con Luca era lui ad occuparsi dei beat, ed è sempre stato davvero bravo. Ma io avevo un gusto mio, una mia visione personale della musica. In questo album si sente la differenza rispetto al passato. Il rap è l'unico lavoro che ho, l'unica cosa che so fare bene. Per questo, ci sto mettendo tutto me stesso.

In Italia l'hip hop sta vivendo un momento d'oro, dal punto di vista delle vendite e dell'attenzione mediatica. Perché, secondo te?
Il rap è una musica molto vicina alle esigenze dei ragazzi, una delle poche a contenere ancora dei messaggi che arrivano dritti alla mente del pubblico. Tra gli appassionati del genere ci sono sempre più giovani, così come giovani sono i rapper che ascoltano: questo permette di trarre qualcosa di utile dalle canzoni, si crea una connessione profonda tra pubblico e artisti. Date queste premesse, l'industria dovrebbe essere un po' più pronta e florida: nel momento in cui l'offerta è massima, l'accessibilità resta minima. Soprattutto a livello di strutture e di investimenti.

Il tuo pubblico è cresciuto con te? Oppure ti rivolgi a un pubblico nuovo?
Io ho i ragazzi che mi seguono dai Co'Sang e che fortunatamente hanno accolto bene questa nuova proposta musicale. Poi ci sono molti giovani, come dicevo prima: nati nel '95, che quando è uscito "Chi more pe' mme" avevano solo dieci anni. E poi credo di essere arrivato anche ad un pubblico più adulto, di cinque o sei anni in più di me, talvolta anche dieci. Mi ha stupito e mi lusinga. Del resto non posso certo collocarmi nel segmento di Fedez o artisti simili, i miei testi sono più maturi.

Napoli è sempre il centro della tua espressione artistica: qui sei nato e cresciuto, qui la tua musica rimane sempre più apprezzata. Come la descriveresti a un estraneo?
Napoli è un mondo a parte, pieno di difficoltà. Qui i problemi sono accentuati, basti pensare che ancora la gente s'ammazza per strada. I problemi maggiori sono a livello endemico: la disoccupazione e la sovrappopolazione, oltre ad un certo disinteresse a livello politico. Solo la bellezza è riuscita, fino ad oggi, a "salvare" Napoli. Questa è una città con un potenziale immenso, soprattutto dal punto di vista turistico, ma ha un disperato bisogno d'aiuto.

A livello musicale, invece, come se la cava?
Il livello è sempre alto. Qui abbiamo fra i migliori turnisti d'Italia, senza contare la grandissima quantità di produzione artistica a livello di musiche originali e testi. La musica a Napoli è storia e tradizione, dalla villanella del '500 a Pino Mauro, passando per un genio come Armando Travajoli. C'è bisogno di dare una continuità a questo solco, c'è bisogno di investire.

Cosa proponi?
Perché non pensare ad un festival internazionale a Napoli? Darebbe risalto e prestigio. Ecco cosa ci vorrebbe: un Coachella napoletano, con una direzione artistica seria, gruppi di spessore a livello internazionale. Non una manifestazione in cui viene sempre Renzo Arbore che, con tutto il rispetto, non è quello di cui questa città ha bisogno per crescere. Perché la salvezza di Napoli passa anche dalla musica. 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook