24 Maggio Mag 2013 0604 24 maggio 2013

Gli imprenditori lombardi e la sindrome Gran Torino

La Lombardia perde colpi in Europa

Tessile 1

“Maledetti barbari”. È l’imprecazione preferita di Walt Kowalski, il misantropo protagonista di Gran Torino, ma potrebbe essere il lamento corale dei piccoli e micro imprenditori lombardi. Prigionieri, come l’ex operaio della Ford interpretato da Clint Eastwood, di un mondo che non gli appartiene più.

Il loro paradosso è che vivono in una delle regioni più ricche d’Europa, quella col più alto numero di imprenditori e lavoratori autonomi del continente (918.600, il doppio dell’Île-de-France e della Cataluña) e che, se fosse una nazione, esporterebbe quanto esporta la Turchia. Una regione, tuttavia, in cui in un anno, tra il primo trimestre del 2012 e il primo trimestre del 2013, sono sparite 5.626 imprese artigiane, pari al 2,1% sul totale, il peggior calo degli ultimi quattro anni. 

Il problema della Lombardia, e quindi del nord produttivo, in altre parole, è la sua economia polarizzata. L’annuale rapporto dell’Osservatorio sulle piccole e micro imprese di Confartigianato Lombardia offre un significativo esempio di tale polarizzazione, attraverso un confronto con il lander tedesco del Baden Württemberg. In Lombardia, tra il 2009 e il 2011, la quantità di merce esportata è cresciuta di 19,8 punti, l’indice della produzione di 7,2. Al contrario, nel Baden Württemberg e nel medesimo lasso di tempo, l’export è cresciuto di 35,2 punti e la produzione di 24,9. Dalle parti di Stoccarda, in altre parole, chi esporta traina chi produce (in molti casi, peraltro, si tratta degli stessi soggetti economici). Da noi, invece, vi sono sempre meno legami tra le poche realtà in grado di esportare la propria produzione e le molte realtà che, per settore d’appartenenza, dimensioni, capitalizzazione non esportano nulla di ciò che producono.

Quel che emerge è dunque un sistema economico duale in cui da un lato vi sono poche, medio-grandi imprese, strutturate e patrimonializzate, che riescono a esportare, a ottenere finanziamenti e a investire per crescere ancora, mentre dall’altro vi è una moltitudine di naufraghi della crisi, ceto medio imprenditoriale impoverito e depresso per la perdita di potere d’acquisto, di status sociale, di prospettive. Una dualità, questa, che contiene una pericolosa e implicita premessa: che l’unica forza vitale del capitalismo italiano siano le medie imprese che esportano e che le piccole e micro imprese, per non dire di quelle artigiane, siano solo rami secchi e avvizziti da far resistere finché si può. Più per ragioni sociali, comunque, che non per il loro valore economico. Dei Kowalski, in altre parole. Che, come lui, esorcizzano la metamorfosi del mondo intorno a loro, cristallizzando in un eterno passato ciò che sta all’interno della loro proprietà: la Gran Torino parcheggiata nel vialetto, il capannone progetto di vita coi macchinari fermi e gli operai in cassa integrazione.

La cosa curiosa è che mentre da noi - che il capitalismo diffuso ce lo siamo inventati - i piccoli imprenditori sono, ad andar bene, compatiti, altrove succede altro. Dal fortunato volume di Stefano Micelli, Futuro Artigiano, scopriamo che secondo il direttore di Wired Chris Anderson, autore peraltro del best seller Makers (tradotto: artigiani), «la prossima rivoluzione industriale sarà guidata da una nuova generazione di piccole imprese a cavallo fra l’alta tecnologia e l’artigianato, capaci di fornire prodotti innovativi altamente personalizzati, a scala limitata».  

Quante delle 872.864 imprese lombarde sotto i venti addetti, pari al 97,4% sul totale delle imprese non agricole, potrebbero incamminarsi lungo un simile percorso di sviluppo? Quanti dei 72.295 giovani imprenditori artigiani lombardi sotto i 35 anni, nativi digitali o quasi, potrebbero mettersi alla testa di tale metamorfosi? Ancora: quanto questo processo potrebbe giovare a contrastare la disoccupazione, soprattutto quella giovanile?

La vita di Walt Kovalski cambia quando incontra l’“altro”. Nella fattispecie Thao, un giovane immigrato cinese che tenta di rubargli la Gran Torino per entrare in una gang. Qualche Thao, in Lombardia c’è. Ad esempio, sono le 23.228 realtà imprenditoriali che hanno fatto segnare, pur in un anno terribile come il 2012 un tasso di crescita positivo. Realtà che operano nell’ambito della produzione di software, consulenza informatica e attività connesse (+6,8%), di quelle che si occupano di servizi d’informazione e altri servizi informatici (+6,5%), di attività di servizi per edifici e paesaggio (+5,5%), in attività di supporto per le funzioni di ufficio e altri servizi di supporto alle imprese (+3,9%), nella riparazione, manutenzione ed installazione di macchine ed apparecchiature (+2,6%).

Altri, invece, se ne vanno. Secondo l’Aire, infatti nel 2011 Lombardia e Veneto sono state le regioni dalle quali sono emigrati più 20-40enni: 4.768 lombardi e 2.568 veneti, per la precisione. Fisiologico, se si pensa che ultimi cinque anni – tra il 2007 e il 2012, quindi – il tasso di occupazione degli under 30 lombardi è diminuito di 9,7 punti percentuali, quello di attività è sceso del 5,4% e quello di disoccupazione è cresciuto del 9,2 per cento. Ciò che è più preoccupante, però, è che ad andarsene all’estero sono i figli delle regioni più produttive, più aperte al mondo, più dotate di scuole di alto livello. È un nuovo migrare, questo, più legato alle opportunità che alle necessità, nel quale i migranti non sono gli ultimi, bensì i primi della classe. Un migrare che priva la Lombardia dei talenti che ha coltivato. Gran parte di loro fanno parte di quei soggetti su cui Richard Florida, negli Stati Uniti d’America, ha scritto il libro L’ascesa della nuova classe creativa e che qui da noi, Carlo Formenti, giornalista e studioso di fenomeni sociali correlati alle nuove tecnologie, ha definito, con ben altra enfasi, come il “quinto stato”.

Quanto questi due deboli mondi - quello delle micro e piccole imprese e quello dei nuovi professionisti della conoscenza, o perlomeno di quelli che rimangono in Italia - possano assieme fare una forza è tema su cui da tempo si dibatte, nel ragionare di strategie di cambiamento e di nuovi inizi. In altre parole, provando a chiudere la faglia tra l’artigianato tradizionalmente inteso e i saperi terziari avanzati. Citando Aldo Bonomi e il suo nuovo libro Il capitalismo in-finito si tratta, in altre parole, di «ridare un territorio alle città e delle città ai territori». Sembra una missione impossibile, ma è assieme a Thao che Walt Kovalski e la Gran Torino sono uscite dal vialetto e hanno cominciato a cambiare la terra ostile che li circondava. L'azione, la contaminazione tra culture, la voglia di futuro possono molto più delle (legittime) lamentele su fisco, burocrazia, accesso al credito. Per capirlo non serve Clint Eastwood. Basta il buon senso, un po’ di coraggio e qualche «maledetto barbaro».

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