25 Maggio Mag 2013 0839 25 maggio 2013

I sessant’anni che Scirea avrebbe festeggiato oggi

I sessant’anni che Scirea avrebbe festeggiato oggi

Gaetanoscirea

Oggi avrebbe compiuto sessant’anni. Lui che, come scriveva Gianni Mura, si augurava di continuare ad essere quel che era, e un po’ di salute. Invece morì a Babsk, in Polonia, in un’incidente d’auto. Il luogo dell’impatto, in corrispondenza di un dosso ai margini di un boschetto a poche centinaia di metri dal villaggio di 600 persone, dove era presente una croce oggi non è più individuabile a causa dei lavori di sbancamento per il raddoppio della strada E67.

Gaetano Scirea era nato a Cernusco sul Naviglio il 25 maggio 1953. In carriera ha vestito la maglia dell’Atalanta agli esordi e, sopratutto, della Juventus di cui è stato capitano. È stato campione del mondo in Spagna, nel 1982. In questo video, Sandro Ciotti annuncia la scomparsa di Scirea e dice: «È inutile spendere parole per un uomo che si è illustrato da solo per tanti anni su tutti i campi del mondo (...) che era un campione non soltanto di sport ma sopratutto di civilità».

Di lui Gianni Brera scrisse: «Era dolce e composto di una moderazione tipica del grande artista». Questo è il ricordo pubblicato da Gianni Mura su la Repubblica il 5 settembre del 1989

CON Gaetano Scirea se n’è andata una delle facce più pulite del nostro calcio. Giovanni Arpino l’ aveva paragonato a Garrone, ma forse era più facile essere Garrone in un’ aula scolastica dell’ Italia di allora che in una squadra di calcio dell’ Italia di questi ultimi anni. Scirea è stato un campione di rara signorilità: un dono, un’ educazione, una vocazione forse. Era come stesse in disparte anche quando era al centro dell’ attenzione. Ora che è morto in quel brutto modo (ma ci sono bei modi di morire?), ora sentiamo un dolore vivo e forte, come per un amico, un parente, e pensiamo che la vita è cattiva, ingiusta la sorte, tutte cose vecchie che sapevamo già da un pezzo. Ma perché doveva toccare proprio a Scirea? Non meritava di finire bruciato su una strada polacca, ma di continuare a lavorare, di diventare vecchio insieme alla moglie, al figlio, di fare le cose in cui credeva. Poche. Ma chiare, come lui. Era un campione, lo sanno tutti, ci sono i numeri a dirlo, c’ è la stima di tanta gente che ha giocato con lui e contro di lui. Giocarci contro era capire cos’ è la lealtà. Mai un’ espulsione, in tanti anni, e per un difensore non è così facile il percorso netto, anche quando non è un picchiatore. E’ troppo buono dicevano di lui agli inizi. Oppure non è abbastanza cattivo, più o meno lo stesso concetto. Sbagliato, o meglio smentito da Scirea. Adesso ci accorgiamo di come fosse lo stesso uomo, in campo e fuori, e non è un caso che lui e Zoff, e le loro mogli, fossero così in amicizia. In molti campioni c’ è una vena di diversità, una sorta di sdoppiamento agonistico, un qualcosa che li segna e li caratterizza, li sottolinea, li fa ricordare. Scirea no. Una carriera da uomo tranquillo e sereno, riguardoso degli altri ma attento alla sua strada. Diceva di suo padre, operaio per 38 anni alla Pirelli: Mi ha insegnato il valore del sacrificio. Pochi soldi, ma la dignità per essere felici.

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