9 Giugno Giu 2013 1928 09 giugno 2013

“Giusto che le banche private controllino Bankitalia”

Parla Alfredo Gigliobianco, capo della divisione storia economica di Palazzo Koch

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«L’avere come azioniste le banche private non significa rispondere ai loro interessi, perché gli statuti sono fissati dalla legge, così come il mandato di mantenere i prezzi stabili. Poi è naturale che in questa fase di turbolenze gli istituti che sono a corto di capitale cerchino di trovare una soluzione a loro favorevole» Ne è convinto Alfredo Gigliobianco, capo della divisione storia economica della Banca d’Italia. Per l’autore di “Via Nazionale”, saggio uscito nel 2006 per Donzelli dedicato al ruolo di Palazzo Koch nella formazione della classe dirigente politica e amministrativa italiana, il contributo maggiore dell’istituto centrale è stato «l’aver introdotto una cultura delle compatibilità nei confronti della spesa». Un’azione che, a suo dire, è stata recepita dalla politica piuttosto in ritardo. 

Fabrizio Saccomanni e Daniele Franco, ministro dell’Economia e Ragioniere generale dello Stato. Entrambi ex dirigenti di Bankitalia. È un ritorno al passato?
Sappiamo quanti ministri e presidenti del consiglio nella storia provengono dalla Banca d’Italia. Ci si dovrebbe chiedere come mai in Italia c’è una situazione in cui via Nazionale rappresenta una scuola di classe dirigente. Il governatore Bonaldo Stringher nel 1919 fu il primo a diventare ministro del Tesoro, nel fascismo l’idea di chiamare uomini di Bankitalia, dunque fuori dal partito, non era invece popolare. Nel 1947 Luigi Einaudi, altro ex di via Nazionale, venne chiamato nel ruolo di ministro del Bilancio. Insomma, quando c’è un’emergenza arriva Bankitalia. Ritengo che l’economia sia stato un fattore di debolezza strutturale del Paese, e dunque si scelgono uomini che hanno conoscenza dei problemi tecnici.

L’economia reale non dovrebbe essere una stretta competenza di una banca centrale.
In effetti facciamo un po’ di più rispetto alle altre banche centrali. Proprio perché economia ha difficoltà a mettersi in carrtreggiata, non solo negli anni della crisi, spesso Bankitalia ha cercato di ragionarci sopra e proporre idee, ben sapendo che l’economia monetaria non sta da sola. Mi spiego: se il compito della banca centrale è di mantenere i prezzi stabili, ma l’economia reale fa poca innovazione e ha una produttività calante, è inevitabile che ciò favorirà un aumento dei prezzi, problematica – questa sì – che rientra nel nostro mandato come banca centrale. 

C’è un tema sul quale storicamente Bankitalia ha sempre battuto?
Sì, l’inefficienza della pubblica amministrazione: via Nazionale chiede riforme da cinquant’anni. Chiaramente se l’apparato non funziona anche l’economia soffre, e grandi organismi internazionali come la Banca mondiale ci chiedono di riformare i tempi della giustizia civile. Su questa tematica, andando a spulciare le considerazioni finali di Guido Carli (governatore dal ’60 al ’75) e di Paolo Baffi (governatore dal ’75 al ’79, ndr) ci sono ampi cenni al tema. Oltretutto da 15 anni a questa parte anche gli economisti in sede teorica hanno posto di più l’accento sull’importanza del sistema legale e la velocità con cui vengono risolte le controversie, che incide molto sulla capacità di attrarre investimenti esteri.

Quando inizia lo sviluppo di Bankitalia come “tecnostruttura” a servizio della politica?
La fase dei “tecnici” attiena allo sviluppo del sistema capitalistico. Ad esempio negli Stati Uniti il segretario alla Difesa Robert McNamara era una cosiddetta “testa d’uovo”, ovvero un tecnocrate con una formazione economica importante che durante la guerra lavorava nell’ufficio studi dell’esercito e poi per un periodo stette alla Ford dove rivoluzionò il management introducendo il metodo dell’analisi dei sistemi. Quando passò alla Banca mondiale fece lo stesso. In Italia i tecnici non sono andati direttamente all’esecutivo ma nel ventennio ’60-’80 sono stati parte di una sorta di governo allargato, pur rimanendo nella banca centrale. Ricordiamoci che Carli si occupò a lungo di nazionalizzazione dell’industria elettrica, suggerendo di indennizzare le imprese anziché gli azionisti, in modo che le capacità imprenditoriali acquisite nel tempo non si disperdessero. Peccato che poi il risultato non è stato brillante come l’intuizione. Altre idee buone spinte dalla Banca d’Italia sono la modernizzazione dell’apparato statistico nazionale e l’informatizzazione delle banche.

Ovviamente al pari della capacità tecnica serve l’abilità politica nel passaggio da via Nazionale a via XX Settembre. 
Assolutamente si, se un tecnico non ha questa capacità allora è meglio che rimanga a fare il tecnico. A mio avviso il contributo maggiore che la pratica di Bankitalia ha dato è stato l’aver introdotto una cultura delle compatibilità nei confronti della spesa. Purtroppo, a guardare il debito pubblico, l’idea è penetrata solo di recente nella politica fiscale e in quella salariale. È arrivata così tardi che dobbiamo fare i conti con debito che ha un costo enorme e questo costo è uno dei problemi più grossi dell’economia italiana.

Torniamo a Saccomanni e Franco. Non è strano il tempismo tra il passaggio delle redini di economia e spesa nelle mani di due ex Bankitalia arrivi dopo la nazionalizzazione di fatto della terza banca italiana e dopo la sconfitta nella trasformazione in Spa della Popolare di Milano?
I poteri della Banca d’Italia sono definiti e determinati dalla legge, poi si può sempre migliorare. Su Bpm nelle sue Considerazioni finali Visco si è limitato ad esprimere un’idea di quello che può essere un assetto più favorevole a un sistema bancario moderno. Su Mps sicuramente c’è stata un’azione di vigilanza, ma il sistema lo deve cambiare il parlamento e il governo. Ricordiamoci che fu Bankitalia a denunciare per prima il Banco Ambrosiano alla magistratura. All’epoca il Banco non era obbligato da leggi italiane a stilare un bilancio consolidato, quindi la percezione che poteva avere un ispettore della Banca d’Italia non era completa, come misero bene in evidenza gli ispettori, che chiesero a Calvi documenti sulle consociate estere. 

Ciclicamente ritorna nel dibattito la questione dell’applicazione della legge 262 del 2005, per “nazionalizzare” via Nazionale, i cui azionisti oggi sono gli stessi istituti che dovrebbe controllare (qui l’elenco). Alcuni, come Carige, lo chiedono a gran voce per avere capitali freschi. Quali sono le ragioni storiche di questo assetto proprietario?
Anzitutto va specificato che non siamo gli unici: un altro Paese che ha un assetto simile sono gli Usa con le 12 Reserve Banks del sistema ognuna delle quali è posseduta dagli istituti nazionali. Andiamo alle origini: la carta moneta senza valore intrinseco è un vantaggio per l’economia nel suo insieme perché hai macchina dei pagamenti legata all’oro e all’argento “fisico” è costosa e difficile da mantenere. Tuttavia la moneta cartacea ha dato origine a una serie di abusi, come il grande scandalo di John Law e della Banque Générale (istituto privato che ottiene il monopolio del conio dal duca Filippo d’Orleans, reggente dopo la morte di Luigi XVI, e porterà al dissesto della Francia nel 1716 stampando banconote e scambiandole con titoli pubblici di valore sempre maggiore, ma slegati da un sottostante, ndr). Essi hanno avviato una profonda riflessione in Europa sulla separazione proprietaria dallo Stato della banca che si occupa di stampare moneta. L’avere come azionisti i privati non significa rispondere ai loro interessi, perché gli statuti sono fissati dalla legge, così come il mandato di mantenere i prezzi stabili. Poi è naturale che in questa fase di turbolenze le banche che sono a corto di capitale cerchino di trovare una soluzione a loro favorevole.  

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