9 Giugno Giu 2013 1628 09 giugno 2013

Michael Douglas, il morso della vagina

Tumore a causa del sesso orale. La nemesi beffarda che ha colpito l'attore americano

Michael Douglas

Quando nel 1992 Michael Douglas attraversò il vialetto della clinica Sierra di Tucson nella brulla Arizona per disintossicarsi dal sesso al costo di quarantamila dollari al mese aveva meno di cinquant’anni, aveva vinto due oscar e aveva appena finito di girare con Sharon Stone la scena del più fantastico accavallamento di gambe nella storia del cinema. «Amava l’uomo che è stato ucciso?»; «No, mi piaceva scopare con lui»; «Allora è una professionista»; «No, dilettante». Ed ecco gli istinti bestiali, il terrore misto all’eccitazione, la finzione del cinema e la realtà che si tengono insieme, eros e thanatos, nella storia di questo attore che, entrato nel mondo degli eccessi molti anni fa, ne è appena uscito la settimana scorsa confessando l’origine della sua malattia appena sconfitta: «Mi ero ammalato di cancro perché praticavo il cunnilingus...».

E deve esserci proprio un rapporto sottile e incrollabile tra malattia e destino se il protagonista di Basic Instinct e di Attrazione Fatale, sceneggiature di sesso e di morte, l’attore che si fece ricoverare per disintossicarsi dall’eccessiva pratica erotica, ha rischiato di morire di tumore alla gola a causa di mille e variegate avventure orali. Anche Freud fu annientato da un cancro alla bocca, lui che trafficava con le parole come Douglas evidentemente trafficava con gli organi femminili. Alla fine dei suoi giorni, il linguista e psichiatra taumaturgo, quel Freud che aveva ridotto l’intero armamentario classico della filosofia alla parola, cioè a qualcosa che veniva e doveva essere comunicato, non riusciva più a comunicare niente. Così come adesso Douglas ha dichiarato guerra medica a quel che può accadere dentro un letto e forse adesso pratica, e di certo predica, l’astinenza sessuale. Dunque la malattia, per sorte e destino, colpisce il punto più importante del corpo, della professione e della scienza, delle passioni e delle energie di ciascuno, invera una tragica nemesi beffarda.

La futura ex moglie Diandra, la donna della sua vita (la prima vita), la mise giù dura un giorno di vent’anni fa e lo convinse ad andare in clinica per via delle sue ossessioni sessuali, «o la smetti o ti lascio». E lui, maschio ma intimamente fragile come un personaggio dei suoi film d’erotismo nero, allora giurò e spergiurò che non dipendeva nemmeno dalla sua volontà, che sì, l’aveva tradita con decine di donne, colleghe attrici, giornaliste rosa, persino un paio d’amiche di lei, ma che pure tutto questo non significava niente, «devo essere malato», incapace di resistere ai sensi, un compulsivo della carne, fissato come quel marito infedele che in Attrazione Fatale rispondeva all’amante Glen Close, maga Circe in carriera, «se lo dici a mia moglie ti ammazzo!».

Poi, il cancro. L’attore ossessionato che si ammala della sua ossessione, che è però anche la sua forza vitale, il tratto dei suoi personaggi più riusciti e di maggior successo, il suo modo lascivo di stare al mondo e persino d’interpretare la vita con languore. Ed è lunga la teoria di uomini più e meno eccezionali che collegano la malattia alla loro abilità, al loro genio, alle loro passioni, alla loro indole più profonda e dunque, in definiva, al loro destino.

Roosevelt, il presidente di quel New Deal che fu gambe forti e braccia nerborute, opere pubbliche, dinamismo umano ed economico, vanghe e sudore, era paralizzato su una sedia a rotelle, incapace di muoversi lui che pure aveva dato movimento all’America intera. Così come Enrico Berlinguer, animato da passione troppo forte in un corpo troppo piccolo e composto, morì di passione politica dopo essersi sentito male durante un comizio elettorale. E poi ancora Cassius Clay colpito dal Parkinson nella sua agile eleganza, Beethoven e la sua sordità…

Ma si potrebbe anche pensare che quella di Douglas sia un’altra storia ancora, e chissà che non sia così che la veda pure il suo protagonista, l’attore ormai ultra sessantenne che ha rivestito di pedagogismo una così triste vicenda personale. L’accoppiata cunnilingus-morte si è diffusa in un baleno per il mondo, in un’esplosione di significati e di possibili conseguenze, chissà, anche di costume e di morale.

Come se fosse la laicità del sesso ad essere sempre aggredita dalla malattia. Sifilide, gonorrea, Aids, piattole, papilloma virus, è sempre il peccato che viene punito, e non c’è ambito della vita umana che sia minacciato dal morbo quanto la sfera sessuale, sin dai tempi di Manzoni e forse anche prima, nell’800 che fu epoca di relazioni clandestine e di grandi malattie veneree. «In somma sappi, che tutti fur cherci/E litterati grandi, e di grande fama/D’un medesimo peccato al mondo lerci...».

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