16 Giugno Giu 2013 0916 16 giugno 2013

Oltre il ciclismo, il doping per tutti è una piaga

Due casi al Giro 2013, quello di Danilo Di Luca e Mauro Santambrogio

Mauro Santambrogio

Il caso di Mauro Santambrogio, ciclista che ha partecipato al Giro d’Italia 2013, l’ultimo corridore ad essere risultato positivo ad un controllo antidoping (per Epo-Eritropoietina) regala, l’ennesima ipocrisia sportiva. E, soprattutto, non fa spegnere i riflettori su questa piaga che riguarda praticamente ogni disciplina.

Come sempre è il mercato che fornisce le indicazioni concrete: la vendita illegale di epo, di gh, e degli altri ormoni come il nandrolone, il testosterone, il winstrol, il decadurobolin, l’anadrol, la tiroxina e l’insulina è nelle mani della Camorra e di altre organizzazioni. La criminalità organizzata valuta che l’affare delle sostanze dopanti sia il principale competitor, sul mercato, della droga. Con tutte le conseguenze che possono derivare dal fatto che i gestori siano uomini senza scrupoli che arrivano a vendere persino fiale di ormone della crescita estratto da cadaveri di cavalli infettati dal morbo della mucca pazza.

Questo significa che il doping non è più soltanto una questione che riguarda lo sport professionistico, ma che è penetrato nel tessuto sociale, tra i dilettanti, soprattutto giovani e giovanissimi. «Il doping si diffonde sempre di più tra i giovanissimi, addirittura sotto i dodici anni» dicono allarmati al Laboratorio antidoping della Federazione medico sportiva italiana. Per spirito di emulazione verso i campioni del ciclismo, del calcio, dello sci, del rugby e perfino del nuoto, che forse non sono consapevoli di quale potenza attrattiva abbiano come modelli di riferimento, questi ragazzi non esitano a correre il rischio di danneggiare per sempre e in maniera irrimediabile il proprio fisico. Nonostante le cronache raccontino spesso i drammi di morti e di gravi malattie dei loro stessi beniamini.

A volte, come attestano operazioni svolte dai carabinieri del Nas, sono gli stessi genitori che comprano al mercato nero o presso farmacie compiacenti epo e anabolizzanti per i figli. Per non parlare delle palestre dove capita che tra gli stessi iscritti ci siano i pusher di queste bombe chimiche.

Un dato è simbolicamente rappresentativo di questa evoluzione: se, stando ai controlli del Coni, gli atleti professionisti dell’atletica che si dopano sono lo 0,6%, secondo i test del Ministero della Salute, la percentuale tra gli amatori cresce fino 3,5/4%. Insomma, il doping amatoriale è oramai la culla finanziaria dello sport dannoso per la salute. Secondo un vecchio rapporto (2006) del Wada (l’agenzia mondiale della lotta al doping), «Il vero business delle case farmaceutiche è questo. Puntano sulla massa di persone che vogliono battere il vicino di pianerottolo nelle gare domenicali».

Per dare un’idea di che cosa può succedere a un ragazzo che si metta in testa di migliorare prestazioni e fisico con tempi e metodi «innaturali», ecco un breve elenco di possibili sindromi e malattie: leucemie, infarti, trombosi, perdita di capelli, acne, difetti gravi alla nascita, come elementi femminili in un feto maschile e viceversa, aggressività, emicrania, gravi forme di depressione, atrofia testicolare, disfunzioni sessuali, iperallargamento della prostata, tumori, gynecomastia (sviluppo di tessuti femminili, soprattutto del seno, negli uomini).

Il livello di guardia e di attenzione da parte dell’Istituto superiore della sanità è molto alto e comincia dal basso, con un fitto calendario di interventi informativi presso le scuole, le società sportive professionistiche e amatoriali.  

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