16 Giugno Giu 2013 2052 16 giugno 2013

Quelle sere al Caffè Rosati con Pasolini e Moravia

Maria Pace Ottieri, “Promettimi di non morire”

Promettimi Non Morire Ottieri

Il caffè è Rosati in piazza del Popolo a Roma, la sera quella di un giorno qualunque del 1962. Una bella ragazza americana, folti capelli e labbra prominenti, osserva al bancone chi entra e chi esce. Non è il mondo divino dell’antichità a inebriarla a Roma, ma quella speciale mescolanza di cinema, arte e letteratura che si incontra nel celebre caffè di piazza del Popolo.
Il luogo si anima verso le otto, quando il barman dà un’ultima ed esuberante strigliata alla macchina del caffè e comincia a mettere sul bancone piattini di olive e patatine. La ragazza ha un appuntamento ma è venuta un po’ prima, è un’habitué e scrive della società romana per la rivista americana Glamour.

Le si avvicina subito Franco Angeli, il giovane pittore ventitreenne con la faccia da antico romano, che beve un Vodka Martini dietro l’altro, mettendoli su un inesauribile conto a credito. La ragazza lo conosce, sa che dipinge tenui quadri dove il bianco su bianco o il grigio su grigio si stemperano l’uno sull’altro senza disegno. Il piú grigio di tutti lo ha visto al Museo di Arte Moderna di Villa Borghese. Non è mai riuscita a capire quando trovi il tempo di dipingere perché sembra esistere solo in questo caffè, sempre con in mano un bicchiere. “Sono orfano,” le ha detto la prima volta che si sono parlati, ma prima che lei potesse dire mi dispiace, ha sorriso deliziato dalla propria originalità. Le si è appena avvicinato per dirle che insieme ad altri pittori sta andando a piazza Farnese a cucinare un pollo alla diavola e se vuole accompagnarlo. I pittori romani sembrano convogliare gran parte delle loro energie artistiche nel pianificare nuovi modi esotici di cucinare il pollo, ma la ragazza non è mai riuscita a convincersi che il pollo si materializzi davvero, e ha imparato, nei pochi mesi del suo soggiorno romano, che i progetti collassano il piú delle volte sotto il peso di interminabili discussioni. Gli spiega che sta aspettando qualcuno, ma Franco si è già avviato al telefono per illustrare a qualche altra amica il progetto della serata in tutti i suoi piú sapidi dettagli.

La ragazza ordina un Cinzano e si guarda intorno per vedere chi c’è: sta entrando Pasolini. Ha un’aria piú da istruttore di pugilato che da romanziere e poeta. Difficile spiegare agli americani il mondo di cui scrive, quello delle periferie romane, nel quale i suoi eroi parlano un romanesco dialettale e poetico, muovendosi tra desolate macerie da cui non riescono ad allontanarsi.
Pasolini è in piedi sulla porta del caffè, si guarda in giro, aggrondato, da sotto i suoi occhiali scuri, e parla intensamente con Laura Betti. È nata come attrice, ma poi ha avuto l’idea di chiedere ai suoi amici scrittori di scriverle delle canzoni e cosí ha ottenuto una certa fama. Ha una biondezza e un’esilità da bambina, indossa un impermeabile giallo e stivali alti di gomma nera lucida. Ma non sta piovendo. Eppure la ragazza ricorda di averla sempre e solo vista vestita da pioggia.

La ragazza è troppo lontana per ascoltare la loro conversazione, ma crede di poterne immaginare l’argomento. Pasolini ha di recente cominciato a girare il suo secondo film e uno degli attori principali, Franco Citti, un ragazzo di talento con un’espressione trucida (scoperto da Pasolini in qualche strada “pericolosa” delle borgate), è stato arrestato un paio di settimane prima per ubriachezza molesta e condannato a un anno di prigione. Ogni tanto capitava da Rosati con un abito sfacciatamente nuovo, scarpe dalla punta quadrata e la sua enorme Fiat rossa parcheggiata con grande orgoglio di fronte alla porta del bar. Nel suo primo film, Accattone, recitava il ruolo di un amareggiato gigolò che si innamora suo malgrado. La scena che la ragazza ricorda in modo piú vivido è quella in cui scende a piedi lungo una strada desolata, il cui squallore è accentuato dal bagliore accecante e fisso del sole. I bambini giocano nella polvere, si sentono voci di scherno fuori scena e in questa camminata c’è tutta la disperazione della povertà, dell’essere dannato e dimenticato. Chissà quanto tempo ci vorrà prima di rivedere la sua faccia sugli schermi cinematografici e la Fiat rossa davanti a Rosati. La ragazza distoglie lo sguardo dalla porta che sta fissando come alla ricerca di fantasmi e vede nell’angolo, appoggiato al banco della pasticceria, Raffaele La Capria, il minuto ed esuberante scrittore napoletano fiancheggiato dai suoi due alti avvocati, uno per parte, come carabinieri. Per il suo romanzo Ferito a morte, vincitore del Premio Strega, è stato accusato di diffamazione dal sindaco di una cittadina vicino Napoli, dove il libro è ambientato. Il caso si è trascinato per mesi, ulteriormente complicato dal fatto che, senza rinunciare alla convinzione di essere stato insultato, il sindaco pare non sia ancora riuscito a dipanare il complesso intreccio psicologico del libro. Durante un’udienza del processo a Napoli, stizzito, si è rivolto a uno degli avvocati della difesa esigendo di sapere di che cosa parlasse. Una volta la ragazza ha chiesto a La Capria come mai nella maggior parte dei romanzi degli scrittori italiani non vi sia traccia di senso dell’umorismo e lui, divertito, le ha risposto: “Io scrivo con umorismo e tutti credono che li diffami. Gli italiani si prendono troppo sul serio”.

Improvvisamente, il caffè si è riempito di gente. Come una festa che si muova con un suo proprio ritmo verso un momento culminante, c’è un turbinare di voci, le conversazioni si spezzano e ricominciano, le persone si spingono cercando di avvicinarsi al bancone per ordinare da bere. La ragazza lascia il suo posto vicino alla macchina del caffè e si fa largo per uscire con un bicchiere in mano in cerca di qualcuno da salutare. Vede un gruppo di gente che conosce, sono habitué di Rosati e per lo piú figli della nomenclatura.
C’è Sandro, figlio dello scultore Nino Franchina che fa opere astratte di metallo nello stile di Brâncuși. Tirando un infelice cane al guinzaglio, le si avvicina per stringerle la mano e chiederle cosa fa. Lei spiega che sta aspettando una persona. Lui dice che ha appena finito un altro documentario. Non c’è incontro in cui non stia per finire o cominciare un documentario. Per molti giovani intellettuali italiani, osserva la ragazza tra sé, il cinema non è solo una forma d’arte, ma una religione e una mistica. In piedi, dietro a Sandro, scorge Bernardo Bertolucci, figlio del poeta Attilio, capelli ricci, alto e timido, a ventidue anni è il piú giovane regista italiano ad aver ottenuto un contratto per un lungometraggio. Ha lavorato come assistente di Pasolini in Accattone e il film che sta girando in proprio è l’adattamento di un suo racconto. A riprova del recente successo, il suo nome compare nelle rubriche di pettegolezzi dei rotocalchi. Ma la sua natura modesta e seria è fonte di grande frustrazione per i cronisti mondani, che non trovano niente di scandaloso su cui scrivere e si accontentano di pubblicare fotografie del giovane regista che mangia un innocente cono gelato sul set.

La ragazza resta in piedi pensando a due immagini della tristezza: una Fiat rossa chiusa in un garage da qualche parte e un cane morto. Due immagini che hanno poco a che fare l’una con l’altra, se non che entrambe rappresentano legami con un mondo una volta trovato e ora, di nuovo, perduto. Per evitare ulteriori simbolizzazioni e possibili stati depressivi, guarda l’orologio, sono le nove meno un quarto. Il grande momento del caffè è quasi finito, la folla si è assottigliata, sta entrando Moravia con la moglie Elsa Morante, ora il raduno serale dell’intellighenzia romana è al completo. Elsa Morante raggiunge immediatamente il gruppo di fronte alla porta con Pasolini e Laura Betti. Si affretta verso il bancone e ordina un caffè, sembra che con questo semplice gesto voglia esprimere il rigoroso controllo sulle infinite e gravi preoccupazioni che l’assediano. Moravia dice buonasera alla ragazza e lei gli chiede come sta procedendo il suo nuovo romanzo e di che cosa tratta. È su un giornalista milanese dell’alta borghesia, taglia corto lui, bevendo impaziente il caffè per scappare subito via, lasciandola da sola a cercare di distinguere i gradi gerarchici nella borghesia italiana, che non ha mai ben capito. Di una sola cosa è certa: per quanto concerne i romanzieri italiani, qualunque sia il loro grado di borghesia, non gli giova.
Ma ecco che arriva finalmente la persona che la ragazza aspettava.
Senza fiato saluta da ogni parte per poi spiegare alla giovane amica, in una sola frase: “Mi dispiace moltissimo del ritardo, volevo chiamarti ma questa sceneggiatura... ci abbiamo lavorato tutto il giorno e ogni volta che cercavo di alzarmi e uscire dalla stanza per telefonarti, loro dicevano: siediti e dacci delle idee, vogliamo delle idee! Cosí mi sedevo e cercavo di tirar fuori idee dalla mia testa come un mago stanco”. La ragazza la rassicura, non le dispiace affatto aspettare da Rosati. Anzi, le piace. Le due donne lasciano insieme il caffè per scoprire una pioggia sottile, non sufficiente a giustificare un impermeabile giallo, ma una pioggia. Ci sono molte macchine parcheggiate, ma nessuna in particolare è di quel rosso trionfale. Il cielo è grigio su grigio, in quel momento, ore nove, ha inizio la serata romana.

P.S.: Ti prego di scrivermi, sto molto male dopo un incidente in macchina, il 15 novembre scorso, molto dolore. Sto ancora in ospedale da dieci settimane e non riesce a camminare nianche un passo. D’avvero! È scifoso ma almeno sono viva...
La tua Carol

La busta si era sfilata dalle pagine del primo volume dello Zibaldone di Leopardi, un libro che mia madre teneva sul comodino della stanza che ora, dopo la sua morte, era diventata la mia. Lo avevo aperto a caso ed era comparsa la piccola busta bianca, aperta e vuota, indirizzata a lei. Sul retro, la preghiera scritta in una grafia alta e tremolante. Quando era arrivata quella lettera? Di certo quando la destinataria era ancora viva. Scrutai i due francobolli alla luce della lampada sul comodino, la data non si leggeva, mi misi a frugare nel cassetto per cercare una lente e finalmente scoprii, sul timbro sbiadito, che era stata spedita dagli Stati Uniti il 27 gennaio 2009. Erano passati due anni e sei mesi, mia madre non c’era piú e poteva essere morta anche chi l’aveva scritta. La calligrafia, spigolosa ma chiara, era la stessa di un pacco di lettere ritrovate in casa. Non le avevo ancora guardate, troppi gli oggetti lasciati a cui trovare una seconda vita: scatole di elastici, di fermacarte, di lacci da scarpe, di vecchi messali, cassetti di scatoline e piattini d’argento con le iniziali di sposi ignoti, guanti, album di fotografie, negativi, spille, monete.
E carte, una vasta corrispondenza che si aggiungeva nel tempo a quelle accumulate dalle generazioni precedenti in quella stessa casa, la vita di mia madre era stata affollata come la piazza di un’insurrezione.

Niente è piú difficile che decidere le sorti di oggetti altrui, interpretare la volontà dei morti. I vivi si accaniscono a esaudire i loro desideri, quando la morte può averli radicalmente trasformati, resi immemori, liberi, incuranti dei propri fardelli terreni, i primi a ridere delle proprie manie a cui, chi resta, vuole rimanere fedele.
Ma perché la busta era vuota e quel messaggio terribile era stato scritto sul retro come fosse un’aggiunta dell’ultimo momento?
Guardai l’orologio, mezzanotte, l’ora giusta per telefonare negli Stati Uniti. C’era un lungo numero sulla busta. Col cuore in gola lo composi: un signore brusco rispose che non c’era nessuna Carol Gaiser e buttò giú. Riprovai e il telefono squillò a vuoto per qualche minuto. Non avevo fatto un solo passo avanti. Quel villano era un nuovo inquilino che neanche sapeva chi fosse l’abitante precedente? Avevo sbagliato numero? Carol si era trasferita in un’altra casa con un nuovo numero che non avrei mai piú potuto rintracciare?
Aprii la busta che conteneva le lettere, ci sarebbero voluti mesi per leggerle tutte, e insieme c’erano articoli, poesie, racconti di Carol che coprivano un arco di oltre vent’anni. Mi misi ad ascoltare la voce epistolare di Carol Gaiser in cerca di qualche notizia utile a ritrovarla.
marzo 1985

Cara Silvana,
che gioia di parlarti l’altro giorno, nonostante tutta l’acqua
tra noi quando parliamo è come il continuo di una lunga conversazione, non mi sento mai di quei momenti di awkwardness (mal essere?) che si sente con le amiche dopo un’assenza. Sai cosa voglio dire? Parlare con te mi aiuta ad andare avanti con un po’ meno di paura nel cuore. È un peccato che non sono piú spirituale. Ecco dentro di la lettera lo articolo di Glamour del 1962, quando ti aspettavo da Rosati, finalmente!
Non posso capire se è ancora attuale, sono passati piú di trent’anni, da quella sera del nostro appuntamento.
Mando anche questo scontrino dello stesso anno del bar Rosati in piazza del Popolo, forse di quella sera, chi sa?
La telefonata di oggi mi ha lasciato molto up tutta la serata, mentre cucinavo la cena per la madre, la convincevo di nuovo di usare un crema per la pelle secca, lei sta diventando piú bambina ogni giorno. Ma meno male stiamo ancora qui, SURVIVORS.
Ti prego di dormire mille ore, almeno. Tua Carol
Gastronomia: lire 120 Vino Calice: 100 Bicchiere minerale: 30 Totale 250 lire
(Non avevo pagato io siguramente, non avevo un cent).
7 aprile 1987 che guai!

Carissima Silvana,
non ti ho telefonato nonostante il mio promesso perché stavo malissimo da tanto tempo. Il dotore dice che è postraumatic stress. In questi anni c’era l’ucidio della mia cara amica Diane per causa del suo pazissimo marito, la morte di Vera, un’altra amica, l’ulcera che mi ha messo in ospedale, poi il piede rota, la CFS che sofro da 3 ani e mezzo adesso e poi questa bracia rota. Ed anche da vivere con la madre ho perduto tuta la gioearia d’oro che avevo (cinque agnelli, uno che era il solo ricordo del mio padre). La mia madre ha lasciato entrare nella casa un uomo che fingeva di essere un plumber. Mentre lei stava in cucina lui in dieci minuti è entrato nella camera di letto e ha preso tuto di valore.
© 2013 nottetempo srl

Twitter: @nottetempoediz

*Maria Pace Ottieri e Carol Gaiser, Promettimi di non morire, Nottetempo, 255 pagine, 15,30 €

Maria Pace Ottieri, scrittrice, leggi il profilo completo
Carol Gaiser, poetessa e giornalista, ha collaborato con Glamour, Newsweek e The New York Times. Vive a Queens (NY).

Dopo la morte della madre Silvana Mauri, Maria Pace Ottieri trova un pacco di lettere scritte in un italiano un po’ sgrammaticato e firmate “Carol”. Questa scoperta segna l’inizio di un viaggio appassionato attraverso il tempo, l’Atlantico e quarant’anni di amicizia tra le due corrispondenti, che si erano conosciute a Roma nei primi anni Sessanta, quando Carol, giovane poetessa, era una brillante borsista Fulbright piena di umorismo e curiosità, catapultata al centro di una vivace stagione intellettuale: conosce Pasolini, La Capria, Elsa Morante, Moravia e Silvana Mauri, con cui nasce una complicità immediata e profonda. Per tutta la vita, Carol le indirizzerà lunghe lettere che involontariamente compongono una biografia epistolare e si rivelano il romanzo che non ha mai scritto: un romanzo pieno di passione, che partendo dal fulgore della stagione romana, attraversa il mondo esaltante del Greenwich Village e percorre poi parabole dolorose, perdite e amori inquieti. Una straordinaria storia americana: Se è vero che apprendi piú da un failure che da un successo, io a questo punto dovrei essere omnisciente.

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