22 Giugno Giu 2013 1105 22 giugno 2013

Chi tra John Elkann e Della Valle prenderà il Corriere?

La ristrutturazione di Rcs

Corriere Sera

For sale: il boudoir di via Solferino è in vendita, anzi in svendita. Sui tappeti polverosi giacciono i diritti di proprietà lasciati cadere da grandi firme (Pesenti, Merloni, Lucchini, Benetton, Generali) e da nuovi protagonisti con un piede dentro e uno fuori come Giuseppe Rotelli, prima della sua scomparsa prematura. Pronto a comprare è Diego Della Valle che potrebbe diventare il primo azionista della Rcs e dominus al Corriere della Sera. Sulla sua strada ormai è rimasto solo John Elkann. La sfida è tra l'imprenditore del lusso che ha superato la crisi continuando ad accumulare profitti grazie alle vendite all'estero, e l'erede della dinastia Agnelli che vorrebbe portare in America quel che resta di un impero nato un secolo fa in terra sabauda.

Tutto questo avviene perché l'intero salotto buono viene scosso dal terremoto innescato da Alberto Nagel. Con una svolta radicale, vincendo resistenze esterne e interne (lui un finanziere cresciuto all'ombra di Enrico Cuccia), l'amministratore delegato di Mediobanca ha deciso di uscire da molti degli intrecci morganatici che lo legavano ai grandi gruppi italiani, sciogliendo anche i patti di sindacato. L'effetto immediato è su Rcs che era già in subbuglio, poi toccherà a Telco (la holding che controlla Telecom) e a Pirelli. Ma non è del tutto al riparo nemmeno Generali: la quota scenderà dal 13 al 10% non appena la banca d’affari avrà individuato un investitore istituzionale. Insomma, c'è aria davvero di un passaggio d'epoca.

Molti sono stati sorpresi dalla rapidità degli eventi. Linkiesta aveva segnalato tra i primi che si stavano rimescolando le carte e vecchi avversari diventavano interlocutori se non alleati. Come Della Valle e Giovanni Bazoli, l'arzillo vecchietto (definizione di Mr.Tod's), mentre anche l'altro vecchietto, Cesare Geronzi, riconosceva che il piano per il salvataggio del gruppo editoriale faceva acqua e l'industriale calzaturiero aveva ragioni da vendere. Adesso Nagel ammette che "ci vuole un imprenditore, qualcuno che si faccia carico della strategia industriale che non è compito delle banche". E poi: “Ben venga Della Valle se mette i soldi”. A via Solferino "occorre un padrone", aveva scritto il giorno prima Giuliano Ferrara sul Foglio, guardando con simpatia alla pars destruens svolta dall’imprenditore marchigiano. Un soggetto editoriale nuovo, dunque, ma per fare che? Un industriale o un finanziere è il padrone giusto?

"Vuole sapere che cosa ci faccio con i giornali? Io sono un imprenditore e come tale ho sempre bisogno di aiuto politico. E i politici temono soprattutto la stampa". Forse perché, come diceva Balzac, è più irresponsabile: "a differenza dalla politica non ha mai nulla da perdere". La battuta, o meglio, la cinica riflessione, è di Eugenio Cefis già presidente dell'Eni che aveva scalato la Montedison e aveva deciso di tenersi Il Messaggero. O almeno gli viene attribuita da Piero Ottone, vero maestro dell'aneddotica capitalistica.

Oggi come oggi, la vecchia analisi di Cefis regge meno di un tempo. La Fiat sta lasciando l'Italia (o almeno così scrivono a ogni pie' sospinto autorevoli fiatologi), quanto a Mr. Tod's, deve all'estero buona parte del proprio fatturato: la sua azienda nata da un laboratorio di calzoleria in un villaggio marchigiano è una delle multinazionali tascabili grazie alle quali l'Italia non è stata ancora spazzata via dal mercato mondiale prima dalla globalizzazione e poi dalla grande crisi. Non solo. La stessa influenza politica dei giornali è in caduta, soppiantati dalla televisione e dai nuovi media della rivoluzione internet (il fenomeno grillino lo dimostra). Oggi come oggi, si calcola che il Corriere della Sera possa determinare le preferenze elettorali di una fetta molto piccola di elettori, pochi punti percentuali. Quanto basta per spostare gli equilibri della nazione? Forse, se fossimo negli Stati Uniti, ma l'Italia resta un'altra cosa nonostante la nuova mobilità dell'elettorato.

E allora cos'é? La sindrome del trofeo da aggiungere, insieme alle squadre di calcio, alle medaglie, al cavalierato e alla commenda, per mostrare urbi et orbi il proprio successo? La risposta non c'è ancora. Tuttavia i media e gli stessi vecchi e acciaccati giornali esercitano un fascino e un potere impareggiabili. Non solo. Il capitalismo del futuro, in occidente soprattutto, ma anche nei paesi in via di sviluppo, sarà sempre più caratterizzato dai beni immateriali dei quali l'informazione, per la sua capacità di influire sugli eventi, resta incontrastata, come una Minerva nell'Olimpo del capitale.

Elkann si è innamorato dell'editoria (lo ha scritto Linkiesta) e vorrebbe creare un gruppo importante, proiettato sulle nuove tecnologie, di caratura internazionale: si fa le ossa da Rupert Murdoch o nel consiglio dell'Economist. Della Valle, pur senza abbandonare né il proprio core business né le radici nella provincia marchigiana, intende diventare un capitalista a tutto tondo, con impegni multipli (dai treni alla ristrutturazione del Colosseo) e un grande ritorno d'immagine moltiplicando il fatturato di un gruppo che vive sul brand forse ancor più che sul prodotto.

La battaglia è giunta a un passaggio chiave. Nella primavera 2012, Elkann sostenuto da Mediobanca, aveva preso il comando imponendo un suo amministratore (Pietro Scott Jovane) e un consiglio a propria immagine, emarginando Della Valle. Ma la crisi del gruppo Rcs (ha perso mezzo miliardo di euro l'anno scosso) ha imposto una drastica cura: tagli, vendita dei periodici (sono andati a Bernardini de Pace dopo che la Santanché è arrivata a un soffio), superprestito bancario da 600 milioni e aumento di capitale per altri 400 (metà dei quali però tornano alle banche per ripagare i vecchi debiti). Il piano non ha convinto Della Valle, ma nemmeno tanti soci importanti che si sono sfilati uno dopo l'altro, si è decomposto il patto di sindacato (verrà sciolto in anticipo il prossimo settembre) e l'equilibrio che aveva retto il gruppo dal momento in cui nel 2004 era uscito di scena Cesare Romiti. 

La situazione è quanto mai fluida. Giuseppe Rotelli ha messo in vendita i suoi diritti di opzione (sono 4,6 milioni). Se della Valle compera diritti lasciati liberi dai soci in ritirata che valgono pochissimo, poco più di zero, diventa azionista numero uno con il 26 per cento e arbitro della situazione. Mediobanca, al secondo posto con il 14%, sulla base del nuovo piano industriale presentato da Nagel vuole tirarsi fuori di qui a settembre.

In apparenza sembra Davide contro Golia: Tod's ha un fatturato che non arriva a un miliardo di euro, il gruppo Exor guidato da Elkann viaggia sugli 110 miliardi, seconda multinazionale italiana dopo l'Eni. Anche se le cose cambiano se si guarda agli utili: 213 milioni, raddoppiati rispetto al 2007 quando è cominciata la grande crisi, oltre metà dei quali va direttamente nelle tasche della famiglia Della Valle. I profitti netti ammontano a 398 milioni per Exor, il 30% destinato alla Giovanni Agnelli sapa. Naturalmente resta la enorme differenza di taglia, ma se è il surplus quello che fa il capitalista, Diego ha in mano una vera macchina da soldi. 

Gli Agnelli possono far valere una questione di status: essi sono l'establishment, governativi per vocazione oltre che per necessità. L’ideale per un giornale dell’establishment come il Corriere. Della Valle è un individualista, quanto di più vicino ci sia a un imprenditore schumpeteriano. Tutt'altro che sovversivo, politicamente moderato, anche se spesso inviso più alla destra che alla sinistra, nei suoi confronti si stanno moltiplicando gli attestati di simpatia, come quello di Giuliano Ferrara che pure non è mai stato ostile agli Agnelli ed è personalmente amico di Paolo Mieli a lungo dominus della Rcs oltre che due volte direttore del Corriere della Sera. 

Della Valle è in procinto di incassare 300 milioni di dollari dalla vendita della sua quota in Saks Fifth Avenue, ma certo non vuol gettarli nella fornace attuale di Rcs che ne brucia almeno il doppio. Ci vuole un nuovo piano e gli uomini giusti per realizzarlo. Circolano già dei nomi: Gianni Vallardi o Giuseppe Cerbone alla guida del gruppo (Pietro Scott Jovane, dovrebbe andare in America con Marchionne), Giulio Anselmi alla direzione. Sarebbe una candidatura di compromesso (Anselmi è stato direttore della Stampa). Ma Mr.Tod's ha molti amici tra i giornalisti: Carlo Rossella che nel 2009 voleva come direttore su suggerimento del vecchio amico e socio d'affari Luca di Montezemolo; o Enrico Mentana e Clemente Mimun, interlocutori di lunga data. Ma non bisogna mai trascurare l'ombra ingombrante di Paolo Mieli, sodale di Montezemolo. Non più come direttore, ma certo potrebbe tornare in gioco come presidente, poltrona alla quale aspira da tempo.

Quanto a Elkann, la scelta strategica è fondere Fiat auto con Chrysler e questo costerà caro. I conti esatti non ci sono, ma per liquidare Veba, il fondo dei sindacati, si stima che occorrono tra i 3 e i 5 miliardi di dollari. Poi bisogna ristrutturare il debito. Anche la Fiat è molto indebitata, però ha una forte liquidità, addirittura 18 miliardi. Circa 8 miliardi fanno capo a Chrysler: possono essere utilizzati per acquistare Chrysler? L’azienda di Detroit che ricompra se stessa?

La cassa di Exor ha una liquidità di oltre 7 miliardi di euro, ma per il momento non si apre. E per ora non vuole spendere un soldo per conquistare il Corriere. Elkann ha cercato di prendere i pieni poteri senza aumentare la sua quota azionaria, ha dato il via libera a un piano editoriale che faceva sì pagare gli azionisti (il che è sempre un bene), ma aumentava i debiti con le banche che sono già insopportabili, praticamente pari o superiori al fatturato di Rcs. Altro che carta contro carta, debito contro debito. Vedremo nei prossimi giorni quali saranno le scelte per Rcs e nelle prossime settimane quelle per Chrysler.

Infine l’ultima questione, ma certo non la meno importante: esiste quel progetto editoriale al quale faceva riferimento Nagel? Per ora, nessuno l’ha annunciato. C’è solo un piano di salvataggio che a questo punto andrà riscritto, non solo aggiustato. E chiunque vinca l’ultima battaglia di via Solferino, dovrà trovarsi un solido socio, uno del ramo, come si dice, che conosca bene il mestiere.
 

Twitter: @scingolo

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