5 Luglio Lug 2013 1015 05 luglio 2013

Ecco perché la spending review in Italia è un’utopia

L’analisi di Luca Ricolfi per Linkiesta

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Spending review. Se ne parla da parecchi anni, almeno dai tempi della “Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica” (la cosiddetta Commissione Muraro, dal nome del suo ottimo presidente), istituita dal governo Prodi nel 2007. E qualche tipo di revisione della spesa è sempre stata implicita nei progetti di federalismo fiscale, specie quelli di più chiara matrice nordista (legge 42 del 2009). Per non parlare delle promesse (o minacce) di Mario Monti, che con Piero Giarda ed Enrico Bondi ha più volte rispolverato l’idea.

Però, all’atto pratico, si è visto molto poco. Le revisioni sono sempre state minime, i tagli modesti, i risparmi irrisori. Perché? Verrebbe da dire: perché i politici la spesa non la vogliono tagliare. Gli aumenti delle tasse sono facili, perché colpiscono poco e un po’ tutti, i tagli della spesa invece sono difficili, perché picchiano duro su interessi concentrati, pronti a far deflagrare la protesta, spesso con l’appoggio delle organizzazioni sindacali del pubblico impiego.
Ma questa storia l’abbiamo sentita troppe volte. E’ assolutamente esatta, ma non è tutta la storia. La vera domanda non è se la politica voglia tagliare la spesa: è evidente che non lo vuole. La vera domanda è un’altra: se anche lo volesse, potrebbe riuscirci?
Penso di no, e spiego perché cominciando da un ricordo personale. Mi occupo di sprechi nella Pubblica Amministrazione. Avendo studiato il problema, ho un’idea relativamente precisa di quanto si spreca in ogni regione italiana nella sanità, nella scuola, nella giustizia, nelle carceri, nell’assistenza.

Nel 2010 nella mia regione - il Piemonte - la Lega vince le elezioni. Nonostante io sia più vicino alla sinistra che alla destra, vengo invitato dai vincitori a “dare una mano” per razionalizzare la sanità, ovvero tagliare un po’ di spese e riorganizzare. La cosa non va in porto, ma sapete perché? Perché io spiego ai vincitori (Lega e Pdl) che per ridurre gli sprechi senza ridurre i servizi occorrono studi dettagliati. Io so che ci sono diverse centinaia di milioni di sprechi (grosso modo 1 miliardo di euro), ma non so dove si annidano esattamente. Un conto è sapere che in un pagliaio ci sono 10 aghi, un conto è trovarli. Quindi occorre costituire una task force, fatta di medici, infermieri, sociologi dell’organizzazione, economisti, statistici, che studia la mala organizzazione della sanità piemontese e poi, solo poi, dopo minimo 2-3 anni di duro lavoro, formula delle proposte di riorganizzazione.

I politici ascoltano, capiscono, però obiettano: noi abbiamo bisogno di risultati subito, entro 3 mesi, non possiamo aspettare 3 anni. Io contro-obietto: dovevate pensarci prima, dovevate studiare i problemi negli anni scorsi e arrivare al governo della Regione con i piani pronti. Risultato: io rinuncio, i politici vanno per la loro strada, una vera lotta agli sprechi non decolla mai. Esattamente la scena che, da anni, va in onda nel teatrino della politica nazionale: la spending review viene tirata fuori sempre all’ultimo momento, ogni volta che si devono raddrizzare i conti, e quindi immancabilmente i tagli sono lineari.

Ripensando a questo episodio tre anni dopo, però, mi rendo conto che la mia visione di allora era un po’ illuministica. Anche fosse stata previdente, anche avesse predisposto in tempo e con pazienza dei magnifici piani di riorganizzazione, una classe politica intenzionata a tagliare gli sprechi della Pubblica Amministrazione alla fine non ce l’avrebbe fatta. Per riorganizzare, infatti, non occorrono solo dei buoni piani (che non ci sono, se non altro perché richiedono tempo) ma ci vogliono anche due altre cose fondamentali: una burocrazia non corrotta, e qualche ragionevole forma di comando nella Pubblica amministrazione.

Oggi né l’una condizione né l’altra sono presenti in Italia. I dirigenti della Pubblica Amministrazione sono troppo spesso corrotti o semplicemente ignavi, mentre il personale è per lo più inamovibile (né spostabile né licenziabile), difeso dai sindacati e tutelato dalla magistratura oltre ogni limite di decenza. Nello stesso tempo, gli studi sull’efficienza della Pubblica amministrazione mostrano che, contrariamente a quanto si dice e si crede, i grandi sprechi non sono legati agli acquisti (le famose siringhe strapagate) ma all’eccesso di personale di troppe strutture, specie – ma non solo – nelle regioni del Sud.

Perciò, forse, noi editorialisti e studiosi indignati contro la casta dovremmo darci una calmata. Fossimo al governo, nemmeno noi pasdaran della “lotta gli sprechi” riusciremmo a combinare granché: se nemmeno Marchionne riesce a ristrutturare la Fiat, è ridicolo pensare che un presidente del Consiglio possa farcela a ristrutturare lo Stato.

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