8 Luglio Lug 2013 1712 08 luglio 2013

Il modello tedesco e quei miti da sfatare

Made in Italy, consumi e produttività

Germania Manifattura

Lunedì primo luglio l’European Council on Foreign Relations (che si definisce il primo think-tank paneuropeo sui dibattiti informati) ha pubblicato un interessante scritto di Sebastian Dullien. Il tema è la replicabilità del modello tedesco in Europa (A German model for Europe?).

Nello scritto si pone tra l’altro un’attenzione particolare al confronto con il nostro paese. L’autore enfatizza la politica tedesca («Agenda 2010»), distinta soprattutto dagli interventi sul mercato del lavoro a partire dal 2003. Argomenta circa un conseguente aumento della competitività realizzato dalla Germania rispetto al resto dell’Eurozona con particolare riferimento ad alcune «periferie» (sic!) come Spagna e Italia. Peccato che tragga i dati dall’Ameco, una fonte che a mio parere andrebbe semplicemente soppressa, tale è la confusione metodologica che ne caratterizza le statistiche almeno sino al 2008.

Tracciando il grafico dei costi unitari nominali del lavoro evidenzia un vantaggio “relativo” dei tedeschi di ben 25 punti percentuali accumulati tra il 1999 e il 2011. L’osservatore superficiale potrebbe trarne la conclusione di un abnorme costo italiano. Questo è uno dei mantra più ricorrenti; ma non è così. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics americano, assai attendibile, nel 2011 il costo orario del lavoro nella manifattura era pari in Italia a 36,17 dollari, contro i 47,38 della Germania (31% in più). È ben vero che nel 1999 i tedeschi ci superavano del 47%, ma il contenimento del rincaro che hanno ottenuto grazie alle politiche citate sopra li lascia ancora molto distanti da noi. E le diligenti rilevazioni dell’Unione Industriale di Torino, pur rimarcando la diminuzione della forbice, li danno nel 2012 ancora al 24% in più.

Ma per valutare la competitività occorre guardare anche alla produttività. Dunque, dobbiamo chiederci se quella differenza di “appena” un quarto nei salari sia sufficiente a rimediare al divario di produttività. Stando ai dati Ameco, che il Dullen pure riporta graficamente, l’aumento medio di produttività dell’Italia – sempre dal 1999 al 2010 – sarebbe stato inferiore alla metà di mezzo punto percentuale. Credo di aver già dimostrato gli errori statistici che portano a questo risultato (European Planning Studies, iFirst Oct 2012) e non mi ci soffermo; invito però a valutare le serie più recenti pubblicate dall’Eurostat (che risentono dell’aggiustamento metodologico, sia pur parziale, operato per l’Italia dall’Istat nel 2011). Nel pieno della crisi, dall’inizio del 2008 al primo trimestre 2013, il deterioramento del Pil italiano rispetto a quello tedesco è stato di quasi 10 punti, ma la perdita relativa in termini di produttività si è limitata ad appena 2,5 punti, in massima parte dopo la metà del 2011 (vedi sotto grafico produttività).

Le nostre imprese si collocano in situazioni diverse a seconda delle categorie. Le grandi multinazionali soffrono un distacco di produttività a livello globale assai rilevante: 25% in meno nel 2011, molto più del costo del lavoro che è sotto solo del 15% (qui gioca la media dei costi negli stabilimenti di proprietà, italiani ed esteri). Nel Quarto capitalismo, invece, che si confronta con il Mittelstand, per la produttività siamo sotto appena del 9% (dato 2009) contro un minor costo del lavoro anche qui del 15% (fonti: indagini internazionali R&S Mediobanca). Sembra chiaro perciò che la nostra migliore manifattura resti competitiva. 

Quanto al costo del lavoro che, ripeto, vede la Germania ancora tra i paesi più cari del mondo, lo stesso Dullien mette in guardia dall’emularne la politica a causa di “esternalità negative”. Evidentemente ha studiato bene Keynes e il Capitolo 19 della sua Teoria Generale dove dimostra che una riduzione dei salari finisce con il ridimensionare la domanda globale ingrassando i rentier (oggi diremmo la finanza speculativa) a scapito degli stessi imprenditori.

Non dobbiamo dimenticare che il successo tedesco da un lato è assai atipico nel contesto dell’eurozona, dall’altro si basa proprio sulla debacle dei maggiori competitor ai quali sono state legate le mani attraverso la politica di austerità nei conti pubblici. I 17 paesi dell’euro contavano a fine 2012 ben 18 milioni di disoccupati (a valere sui 26 milioni complessivi dell’Ue). Non potranno essere assorbiti riducendo i salari; occorre diffidare dei funzionari comunitari (incapaci di vedere a tempo debito i conti falsi della Grecia e di prevedere i problemi di Cipro) che propongono continuamente la cantilena delle riforme strutturali disinteressandosi di chi non ha lavoro (vedi sotto grafico disoccupazione).

La manifattura italiana è competitiva, a patto che la ripresa del mercato interno la faccia funzionare a dovere, che le banche la sostengano e il governo riesca a spingere le grandi imprese verso qualità, innovazione, made in Italy e flussi esportativi: sono questi i veri segreti della Germania.

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