10 Luglio Lug 2013 0600 10 luglio 2013

Investimenti esteri: pigmei forti e watussi deboli

Dopo l’acquisizione di Loro Piana

Gianni Berengo Gardin Lucca

Lunedì è stato annunciato il passaggio dell’80% del capitale Loro Piana alla francese LVMH controllata dalla famiglia Arnault. Si tratta di un conglomerato del lusso che lascia generalmente molta autonomia alle società che controlla, le quali sono organizzate su reti di subfornitori molti dei quali italiani. Entrambe le imprese, acquirente ed acquisita, sono robuste finanziariamente e ben gestite. L’operazione non sembra poi così negativa. Una parte del nostro dibattito sulla politica industriale riguarda gli investimenti esteri dove si oscilla tra il pianto greco per la loro mancanza e il terrore quando presunti invasori calano per comperare le nostre imprese migliori.

Alla fine del 2012 l’Italia vantava un saldo positivo negli investimenti diretti (IDE, cioè quelli a carattere permanente): la consistenza degli attivi all’estero era pari a 424 miliardi di euro a fronte di investimenti di operatori stranieri da noi pari a 276 miliardi. Segno opposto negli investimenti di portafoglio dove i possessi esteri, soprattutto di titoli pubblici (686 miliardi), erano compensati solo in parte dagli acquisti all’estero degli operatori italiani (prevalentemente fondi e gestioni) portando il saldo negativo (cioè il finanziamento estero della nostra economia) a 384 miliardi (v. grafico). Quindi, da un lato, il forte debito pubblico italiano col suo alto rendimento attira capitali volatili; dall’altro, essi escono a titolo permanente perché le nostre imprese rafforzano le loro posizioni nel mondo. Resta che i primi sono un multiplo dei secondi e negli IDE i nostri volumi sono assai contenuti: gli attivi all’estero sono attorno a un terzo di quelli francesi e tedeschi e lo stesso vale per gli investimenti esteri da noi. Ma i dati spesso non dicono tutta la verità perché gli stranieri tendono a finanziarsi indebitandosi con le nostre banche oppure usando liquidità generata nella penisola (quindi, in parte, per comperarci usano i nostri stessi soldi; ma questo non è il caso citato sopra della Loro Piana).

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Il saldo attivo dei nostri IDE è forse poco conosciuto. Tra il 2007 e il 2012 i nostri investimenti sono aumentati di 140 miliardi di euro mentre gli stranieri hanno impiegato da noi allo stesso titolo solo 20 miliardi. Pertanto, da un lato non v’è pericolo di colonizzazione, dall’altro stiamo ponendo le basi per una più robusta internazionalizzazione; scontando ovviamente alcune operazioni che potrebbero nascondere l’uscita di capitali impauriti dall’incapacità delle nostre classi dirigenti e dalla tassazione. Occorre poi considerare che l’entrata dei capitali dall’estero comporta successive uscite di redditi per interessi e dividendi. 

Tutto dipende poi dal tipo di operazioni. Singolari alcuni casi recenti che hanno riguardato Montedison, Parmalat, Bnl e Bulgari, passate tutte sotto controllo francese. Le prime due hanno subìto acquisizioni cosiddette ostili. Nel 2001, per iniziativa della Fiat che prese a braccetto la francese EdF con il sostegno di tre delle nostre banche maggiori, si è prodotto un vero “capolavoro” con lo smembramento del secondo gruppo industriale privato; le spoglie (l’energia della Edison) sono finite nel 2012 alla società pubblica francese. Forse, se nel 1963 fossero stati nazionalizzati anche questi impianti (in origine della Montecatini), avremmo combinato un guasto in meno. La Parmalat, da public company è rimasta vittima di un gruppo familiare transalpino del quale si conosceva solo l’opacità informativa (non pubblicava il proprio bilancio da diversi anni, nonostante gli obblighi di legge nazionali e comunitari). L’acquisizione della Bnl da parte della Bnp Paribas chiuse nel 2006 una serie di operazioni assai pasticciate, tra scalate, controscalate e strascichi nei tribunali. La Bulgari è l’unica operazione cristallina, essendo passata nel 2011 sotto l’ombrello della già citata LVMH per motivata decisione dei propri soci di controllo. Questo è ciò che accade quando gli assetti finanziari del grande capitale sono deboli, con buona pace dei patiti di un “mercato” che non c’è. In questa particolare fase congiunturale, poi, restano accese le luci rosse sulle grandi società del comparto bancario e assicurativo, forse le uniche veramente strategiche perché gestiscono i nostri risparmi. Il loro valore di mercato è finito talmente in basso (sotto i patrimoni effettivi) da costituire un’attrazione certa anche solo per speculare.

Cosa sta succedendo alle nostre aziende migliori, quelle del Quarto capitalismo a cui appartiene anche la Loro Piana? Nonostante l’impressione del momento, a me non pare che si vedano motivi di preoccupazione, sia perché le imprese sono tante (alcune migliaia), sia perché i takeover sono poco rilevanti. Se ci riferiamo alla categoria delle medie imprese, censite annualmente da Mediobanca e Unioncamere, i passaggi sotto controllo estero sono mediamente una decina all’anno (lo 0,3% della consistenza complessiva). Il basso numero rende inutile cercarne le motivazioni. In ogni caso, di norma, le imprese del made in Italy appaiono ben radicate nei territori e quindi refrattarie ai cambi di proprietà nonostante ciò venga sovente reclamato da alcuni economisti ingenui. Al contrario, guardando il migliaio di multinazionali tascabili, la punta di diamante del Quarto capitalismo, si nota una significativa espansione degli investimenti all’estero testimoniata dal crescente numero di consociate manifatturiere: +14% tra il 2009 e il 2011. Il blocco principale degli affari (dati Mediobanca) è nei paesi dell’Unione europea (55% del totale con ai primi posti Francia, Romania, Spagna e Germania), con l’Asia subito a seguire (17% del totale con la Cina al primo posto assoluto per numero di imprese).

Pare ripetersi anche qui il dualismo tipico italiano Grande impresa vs Distretti e Quarto capitalismo: la prima grande, ma debole; gli altri piccoli, ma forti e decisi: Il made in Italy dei “pigmei” è un fenomeno sociale e culturale: regge solo se mantiene la sua natura che si nutre sui territori. A Manhattan, in una vetrina sulla 5th Avenue si legge: my name is Salvatore Ferragamo and I am a maker of magic shoes. Sono queste le fabbriche da visitare e da emulare; è qui la speranza per il futuro di questo paese.

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