23 Luglio Lug 2013 1703 23 luglio 2013

Un distretto delle startup è possibile, anche in Italia

Ipo sempre più rare in Piazza Affari

Traderhappy

Purtroppo la quotazione di una società in Italia è evento tanto raro quanto la nascita di un royal baby, per questo val la pena di capirne di più. Dopo McLink e la patinata Italia Independent di Lapo Elkann, la prossima settimana sarà ammessa alle quotazioni Digital Magics. Il segmento è sempre quello: l’Aim, dedicato alle Pmi e mai decollato davvero causa lancio con tempismo sfortunato, in piena crisi finanziaria. La società è presieduta da Enrico Gasperini, numero uno (riconfermato) di Audiweb e vecchia volpe del mondo digitale, che spiega a Linkiesta come è nata l’idea di andare a racimolare capitali freschi sul mercato, com’è il suo rapporto con le banche e come mai, in Italia, non sono le leggi ma l’organizzazione a mancare per creare un ambiente favorevole allo sviluppo di un “distretto” delle startup. 

Siamo agli sgoccioli. Qual è il giorno dell’Ipo? 
Questa settimana richiesta definitiva di ammissione quindi la prossima, se tutto va bene, si parte.

Perché la scelta di quotarvi in Italia?
L’idea di quotarci sull’Aim nasce dalla riflessione che ci sia spazio per sviluppare un segmento dedicato alle startup, che diventi un elemento competitivo dell’Italia per stimolare l’interesse degli investitori e portare sul mercato le startup che crescono grazie al nostro aiuto. Creare un mercato di questo tipo è possibile anche in Italia. Lo dico perché in questi mesi ho incontrato imprenditori, fondi e family offices che hanno dimostrato grande entusiasmo. Insomma, non è la liquidità a mancare ma hub e piattaforme per agevolare gli investimenti. Penso che si possa puntare su questa tendenza per costruire opportunità profittevoli  per i tanti investitori che in italia non sanno cosa fare. Speriamo si possa creare una “passione nazionale”. 

Cosa manca al sistema-Italia?
In Italia ci sono molti talenti che ci riconoscono tutti: creativi nel campo del marketing, persone intraprendenti. Siamo pur sempre il paese delle Pmi. Ciò che manca del tutto è l’organizzazione di un mercato degli investimenti che vada nella direzione dei progetti più a rischio, manca – in altri termini – il mondo del venture capital. Il sistema di finanziamento delle Pmi basato su banche territoriali oggi sta scomparendo, e si deve invece sviluppare un sistema di finanziamenti a lungo termine verso società non immediatamente profittevoli. Serve uno sforzo condiviso per far nascere un distretto che possa creare posti di lavoro, in collaborazione con enti territoriali, università e anche la Borsa. Noi italiani abbiamo uno straordinario difetto: non siamo capaci a organizzarci, quindi più che le norme manca la capacità di attuarle velocemente. Abbiamo un fenomenale deficit gestionale, basti pensare ai fondi europei, già stanziati ma spesi poco e male. 

Digital Magics ha chiuso il 2012 in perdita per 269mila euro rispetto ai 2 milioni di utile del 2011, mentre i ricavi sono rimasti sostanzialmente stabili a 3 milioni di euro circa. I debiti sono scesi da 6,4 a 5,4 milioni. Nel frattempo avete varato un prestito convertibile da 3 milioni di euro e approvato un aumento di capitale da 10 milioni. Il vostro business sembra “a onda”, dipende da quando e quanto riuscite a valorizzare le società in portafoglio?
È un business che si sviluppa su periodi che vanno anno per anno. In questi primi anni siamo riusciti a costruire 35 imprese e fare 6 exit con un IRR (tasso interno di rendimento, ndr) del 30%, quindi diciamo che i primi sei anni di lavoro sono stati positivi, ma il bilancio dipende dalle plusvalenza dalle società che si vendono. Oggi abbiamo oltre 25 partecipazioni e vorremmo costruirne una al mese, rivolgendoci al mercato contiamo di raggiungere il traguardo di una liquidità costante e di accrescere il Nav (il rendimento del portafoglio, ndr). Abbiamo organizzato in passato un prestito convertibile che ci ha aiutato ma che è stato un modo per far contribuire al progetto la nostra rete di business angels, e infatti è stato sottoscritto da loro. Abbiamo voluto premiarli con uno sconto del 20% sul prezzo d’ingresso in Ipo, pari a 7,5 euro. 

Che rapporto ha con le banche lei che si occupa di attivi con elevato rischio di finire annoverati nelle sofferenze o negli incagli?
Nell’early stage le banche sono assenti: si tratta di aziende molto piccole quindi non hanno ancora le caratteristiche stringenti per richiedere credito, ed essendo fuori dall’area del credito devono fare ricorso a investitori privati. I decreti attuativi del Decreto Sviluppo Bis favoriscono le startup anche dal punto di vista dell’accesso al credito. In generale, dal mio punto di vista ci sono alcuni istituti che sono più avanti e cito Intesa Sanpaolo e Banca Sella che hanno dei fondi apposta per investire nell’early stage, ma sono ancora troppo piccoli quindi mi auguro che il sistema bancario rafforzi enormemente questo settore che si pone a cavallo tra equity e crediti commerciali, costruendo degli strumenti rispettosi delle regole di Basilea III. 

Twitter: @antoniovanuzzo

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