26 Luglio Lug 2013 1358 26 luglio 2013

L’evasione fiscale e l’ipocrisia dei benpensanti

Perché è importante la frase di Fassina

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Solo l’ipocrisia dei benpensanti è peggiore dell’evasione fiscale. Quando si parla di frodi all’erario, di furbetti che evadono, di tasse troppo alte o non pagate, in Italia la tentazione insopprimibile è di buttarla nel moralismo più dozzinale. Indignarsi tanto (sacrosanto!) e riformare poco è il modo migliore per lasciare tutto così com’è. Almeno fino a ieri quando Stefano Fassina, vice ministro del governo Letta, capofila dell'anima socialdemocratica del Pd, se ne è uscito a sorpresa con una frase («in Italia esiste una evasione fiscale di sopravvivenza») che a sinistra ha fatto scalpore (leggi gli strali del gran capo della Cgil Susanna Camusso e gli imbarazzi di molti colleghi di partito) e a destra ha scatenato per lo più ironie («Se l'avesse detto Berlusconi...»).

Per gli osservatori neutrali il ragionamento di Fassina è la rottura di un tabù a sinistra, dove ancora la cultura dominante è liquidare il "nero", di cui siamo con la Grecia i campioni insuperabili, come una malattia che ammorba un pezzo di Italia gretta e impermeabile al bene comune. L'evasione è giustamente così scandalosa che viene facile, con un debito pubblico del genere sul groppone, metterla al centro di ogni agenda politica (di destra, centro e sinistra). Mancano risorse? Recuperiamole dalla lotta all’evasione, è il mantra diffuso di tutti gli ultimi governi e persino tra le categorie economiche. Tutti d’accordo a parole, ma stradivisi un secondo dopo perchè in realtà manca la condivisione sulle ragioni storiche di tutto questo "nero" che circola nelle vene di un Paese da sempre refrattario allo stato esattore - nemico secolare da gabbare -, incarnato dai troppi stranieri che ci hanno dominato. Finchè non si chiarisce questo punto, difficilmente faremo passi avanti sulla lotta all'evasione.

L’Italia del Dopoguerra è infatti un Paese che fonda il proprio accumulo di benessere su una strana costituzione immateriale: un settore pubblico sterminato e inefficiente usato da ammortizzatore sociale – uno stipendio sicuro a tutti pur di alimentare il circuito dei consumi - ; un settore privato, artigiano e di piccolissima industria spina dorsale del Paese a cui si concede, quasi a compensazione, il vizietto dell’evasione. Col tempo la prassi degenera da Nord a Sud: il piccolo “nero” di provincia si fa grande evasione, se non elusione, coinvolgendo fette sempre più larghe di popolazione. Dai “giovani” pensionati ai doppiolavoristi del pubblico impiego e delle grandi aziende private, dagli studenti che lavorano a nero nei locali alle casalinghe che fanno i mestieri o il babysittering fino agli insegnanti che danno lezioni private.

Finché il patto improprio ha funzionato ha prodotto ricchezza per tutti, senza che nessuno muovesse un dito per denunciare l’imbroglio. Poi con l’ingresso in Europa e la concorrenza globale il Bengodi è finito. La crisi mondiale ci restituisce un Paese in mutande, con 100 e passa miliardi di evasione fiscale, un settore pubblico elefantiaco e un debito pubblico fuori controllo.

Per questo la frase ad effetto di Fassina è importante e non va banalizzata. Sgombra il campo delle tasse dal moralismo mainstream che va per la maggiore e soprattutto, se Fassina è onesto intellettualmente lo ammetterà, costringe tutti a spostare il fuoco sull'unico modo utile a risolvere strutturalmente la piaga dell'infedeltà fiscale: riformare in profondità un sistema paese inefficiente e costoso, dal sistema tributario alla macchina pubblica, ben oltre i veti incrociati e le accuse reciproche. E qui non serve l’indignazione bensì il bisturi della buona politica. Serve tagliare spesa improduttiva, sprechi immani e dipendenti pubblici in eccesso e insieme le tasse abnormi su produttori e lavoratori facendo davvero controlli stringenti anti furbetti, altrimenti un pezzo di evasione italiana continuerà ad essere un mezzo patologico per sopravvivere. Oltre che un grande alibi. 

Ma perché la strategia abbia successo ci vuole soprattutto un disarmo bilanciato tra parti sociali: le associazioni d’impresa devono smetterla di considerare i tanti evasori "colleghi che sbagliano"; e i sindacati devono bandire la politica dei due forni: la denuncia del "nero" fatto da padroncini gretti, e insieme l’accettazione sottobanco degli straordinari fuori busta per i propri iscritti (almeno finchè l'economia ha tirato). Troppo comodo. Senza un’operazione verità non si va da nessuna parte e di certo la coscienza fiscale degli italiani non si raddrizza a colpi di decreto. Ma con la fatica quotidiana del riformismo. Per questo la frase di Fassina non va sprecata...
 

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