30 Luglio Lug 2013 0612 30 luglio 2013

Si vive di più, giusto andare in pensione più tardi

Pensioni e falsi miti da sfatare

Eta Media

 In questi giorni, i giornali si sono occupati degli ultimi dati Inps, segnalando – tra le altre cose – l’aumento dell’età effettiva alla pensione, che in corso d’anno dovrebbe assestarsi sui 61 anni e mezzo: un anno in più rispetto alla media del 2011. Questo aumento nasconde molte disparità tra settori o storie contributive diverse, ma non c’è dubbio che gli interventi degli ultimi anni (riforma Fornero compresa) stiano mostrando i loro effetti. Dopo il rilancio dei dati, via Twitter e dintorni, sono partite lamentele e ironie sul fatto che, riforma dopo riforma, la pensione verrà ormai percepita “nella tomba”. Ma è proprio così?

L’aumento dell’età in cui si va in pensione finisce per accorciare gli anni della propria vita in cui la si percepisce? O l’allungamento della speranza di vita va di pari passo? Ecco i dati.

Da alcuni anni, Eurostat pubblica statistiche sull’età media di uscita dalla forza lavoro. Il dato annuale riflette l’età media alla quale, in quell’anno, sono uscite definitivamente dal mercato del lavoro le persone in età compresa tra i 50 e i 70 anni. Questo dato può essere confrontato con l’altro, sempre Eurostat, sulla vita attesa a 60 anni (intorno ai quali si colloca l’uscita dal mercato del lavoro un po’ in tutti i paesi europei).

Figura 1 - Età di uscita dalla forza di lavoro e vita attesa a 60 anni (2001=100)


Fonte: Elaborazioni LinkTank su dati Eurostat

La serie storica disponibile è breve e va dal 2001 al 2010. Quanto basta, però, per tracciare delle tendenze. Posto pari a uno il valore del 2001, in Italia l’età d’uscita dal lavoro è dell’1% più alta nel 2010, dopo un andamento oscillante tra il -1% e il 2% (si veda il primo grafico, che riporta i dati anche per Germania e Francia). Molto più marcata, invece, la tendenza dell’aspettativa di vita, che nel 2010 è aumentata del 7% rispetto al 2001, divaricando la forbice rispetto all’età di uscita dal lavoro.

Questa forbice non esiste solo in Italia. In Germania, l’età d’uscita è aumentata del 3%, l’aspettativa di vita di poco meno del 6%. In Francia, gli stessi numeri danno il 3,5% e l’8,5%. In questo rapido confronto internazionale, tuttavia, l’Italia mostra la forbice più ampia e, nel contempo, la più lenta progressione nell’età d’uscita dal lavoro.

Figura 2 - Differenza fra l'età di uscita dal lavoro e speranza di vita

Fonte: Elaborazioni LinkTank su dati Eurostat

La differenza tra l’età dell’uscita definitiva dal lavoro e la speranza di vita corrisponde al periodo durante il quale si deve fare affidamento su redditi diversi da quelli da lavoro e, in particolare, sulla pensione maturata.

Per l’Italia (si veda il secondo grafico) questo periodo “da pensionati” è passato da circa 20,5 anni a oltre 22 tra il 2001 e il 2010. In Francia, si è passati da poco meno a poco più di 21,5 anni (raggiungendo i 22 nel 2007 e 2008). In Germania, la durata è rimasta sostanzialmente stabile a 18 anni, pur con una contrazione nel 2003 e un aumento a 18,5 nel 2008. Nel confronto internazionale, l’Italia è il paese con la tendenza relativamente più forte: circa 1,5 anni in più durante gli ultimi 9 anni, circa 2 mesi all’anno. Insomma: niente paura, alle generazioni che sono appena andate o si accingono ad andare in pensione restano molti anni durante i quali godersi l’agognato frutto dei propri risparmi contributivi. Discorso diverso per le generazioni future, che – al di là delle leggi sull’età pensionistica minima – dovranno molto probabilmente lavorare più a lungo per maturare il diritto a una pensione sufficiente a garantire il proprio tenore di vita.

Un altro aspetto da considerare è che nella fascia d’età considerata (50-70) il motivo principale d’uscita definitiva dalla forza lavoro è il pensionamento, ma potrebbero essercene anche altri, in primo luogo problemi occupazionali prolungati con conseguenti effetti di scoraggiamento. Tuttavia, indipendentemente dai motivi, l’allargamento della forbice tra l’età d’uscita e la vita attesa segnala l’accumularsi di tensioni economiche e sociali non di poco conto:
1) l’aumento del carico sugli occupati per il finanziamento delle pensioni (leggi: cuneo contributivo e suoi effetti distorsivi);
2) l’aumento del carico fiscale sugli attivi per il finanziamento di altre prestazioni sociali a favore dei non occupati di età avanzata e non ancora percettori di pensione;
3) l’aumento della quota di Pil da dedicare alle pensioni e quindi non disponibile per gli altri istituti di welfare, con funzioni redistributive importanti a tutte le età.

Di conseguenza, l’allineamento stabile tra la progressione dell’età in cui si esce dal lavoro e l’aumento della vita attesa dovrebbe diventare una regola aurea su cui impostare le riforme del mercato del lavoro, delle pensioni e del welfare nel loro complesso. In fondo, dietro un velo d’ignoranza, chi non accetterebbe un patto tra un anno di lavoro in più in cambio di un anno in più di vita attesa? Potrà sembrare un paradosso, ma questa regola aurea è essenziale anche per il buon funzionamento di qualsivoglia “staffetta generazionale”. Infatti, occupare i giovani favorendo il pensionamento degli anziani, quando il peso del finanziamento delle pensioni che ricade sui giovani stessi diviene troppo alto e distorsivo, più che un aiuto può rivelarsi una polpetta avvelenata.

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