4 Agosto Ago 2013 0625 04 agosto 2013

Duemilatredici, fuga degli investitori dall’Italia

L’illusione dello shopping estero

Aereodecollo

L’ultimo è l’italianissimo Riso Scotti: il 25% va alla spagnola Ebro Foods per 18 milioni di euro, anche se la famiglia che possiede la ditta da 153 anni, giura che a Pavia resteranno “il cuore e la mente”, non solo le risaie. Del resto, pure i fratelli Loro Piana sostengono che la manifattura e la guida rimarranno in patria (vedremo). L’elenco delle acquisizioni si allunga e non solo nelle due F dove l’Italia resta ancora attraente: Food and Fashion. Un marchio centenario come Avio, è finito a General Electric per 4,3 miliardi di dollari, dopo essere stato venduto dalla Fiat a Carlyle e Finmeccanica nel 2003, poi a Cinven (fondi d’investimento inglesi). Ora, Rivalta e Pomigliano d’Arco diventeranno due emanazioni del comparto aeronautico del colosso americano che, per la verità, ha mostrato di fare meglio degli italiani per esempio con il Nuovo Pignone ceduto dall’Eni nel 1993.

LEGGI ANCHE: Basta chiacchiere da bar sugli investitori esteri

Insomma, Italia in vendita, anzi in svendita, visto che la crisi ha abbassato i prezzi anche per le società non quotate. Oggi chi vuole, può comperare fior di aziende per un pugno di dollari, nonostante l’euro sia sopravalutato. Ma le cose stanno veramente così? La recessione è diventata una potente calamita per le grandi multinazionali straniere? Siamo sicuri che non stia succedendo esattamente il contrario? È un destino che l’Italia debba dividersi sempre tra guelfi e ghibellini, in questo caso tra protezionisti per interesse e liberoscambisti per partito preso, senza ragionare sui dati di fatto. Proviamo, dunque, a rompere gli schemi ideologici.

Il primo punto fermo è che il flusso degli investimenti esteri si è ridotto, addirittura del 70% l’anno scorso secondo l’Unctad (la conferenza dell’Onu sullo sviluppo). Colpa della recessione, certo, ma non solo. L’Ice, nel suo studio Italia multinazionale, sottolinea che siamo di fronte a un trend di medio periodo: «Esauritasi la spinta alimentata dalla prospettiva del mercato unico continentale, che aveva favorito un discreto sviluppo delle partecipazioni in entrata nella seconda metà degli anni Ottanta, già nei primi anni Novanta l’interesse degli investitori internazionali nei confronti del Paese è scemato». Nel biennio 1991-1992 il numero delle iniziative annue si è quasi dimezzato rispetto al periodo precedente, attestandosi poco al di sopra di 100 unità. Dopo una ripresa, con un picco di 202 iniziative nel 1996, è seguito un rallentamento (1997-1998) e una nuova ripresa che ha toccato il culmine nel 2000 (219 iniziative).

LEGGI ANCHE: Investimenti esteri: pigmei forti e watussi deboli

Da allora è cominciata una nuova contrazione, che ha avuto il punto di minimo nel 2003 con sole 86 iniziative. Una ulteriore fase di crescita sull’onda della nuova ondata mondiale di investimenti diretti esteri si è interrotta nel 2008, ma in ogni caso è rimasta sempre al di sotto delle fasi precedenti: il punto massimo proprio nel 2008 ha fatto registrare solo 178 nuove partecipazioni in imprese manifatturiere italiane. Il minimo storico è stato toccato nel 2009 con 54 nuovi investimenti dall’estero e il biennio successivo non ha raggiunto quota cento. In media, nel decennio 2001-2011 si sono avute 115 iniziative annue, contro le 160 del periodo 1990-2000.

Due terzi dei dipendenti nelle imprese a partecipazione estera fanno capo a investitori europei, contro il 27,3% del Nord America, il 3,7% del Giappone e il 4% del resto del mondo. Dunque, nonostante l’illusione ottica provocata dall’arrivo di fondi sovrani arabi, magnati indonesiani (l’Inter?), oligarchi russi, l’apertura resta fondamentalmente di natura regionale e segue esattamente il flusso delle esportazioni che si dirige per due terzi verso l’Europa. Le partecipazioni nordamericane si sono ridotte in modo consistente (-20,2% in termini di dipendenti), e solo in parte ha influito il disinvestimento di General Motors in Fiat Auto nel 2005. Resta modesta la presenza giapponese, pur con un trend di crescita nell’ultimo decennio (+9,7%, sempre in termini di dipendenti). Prevalgono i settori ad alta economia di scala (47,5% del totale in relazione al numero di dipendenti), seguiti dai comparti specialistici (23,5%), da quelli basati sulla scienza (22,2%) e dai tradizionali (6,8%).

LEGGI ANCHE: L’Italia rischia l’abbandono degli investitori esteri

La tendenza principale di lungo periodo ha visto ridimensionare l’alta tecnologia: meno nove punti percentuali dalla metà degli anni Ottanta, con la perdita di oltre il 29% dei dipendenti delle imprese partecipate (-22,1% solo negli anni Duemila). Ciò riflette ancora una volta le caratteristiche strutturali dell’industria italiana. Il radicamento delle multinazionali high-tech nel Paese si è venuto indebolendo e le imprese estere appaiono poco interessate ad attingere alle nostre risorse innovative, umane e ingegneristiche.

Il flusso di investimenti esteri in Italia è la metà di quello che si muove verso la Francia e un quarto appena di quello che va nel paese più aperto, la Gran Bretagna. La debolezza italiana appare ancor più preoccupante perché negli ultimi anni la stessa Europa che pur resta l’area leader nel mondo in termini di afflusso di capitale, ha visto ridursi il movimento in entrata a favore dell’Estremo oriente e dei paesi in via di sviluppo. Nel 2012 dell’imponente flusso di 1,35mila miliardi di dollari che si sono spostati da un Paese all’altro per ragioni non finanziarie neanche 10 miliardi hanno varcato le Alpi verso Sud. Oggi l’obiettivo prioritario sembra essere quello di mantenere lo stock attuale, cioè il valore cumulato degli investimenti esteri effettuati nel passato (pari in Italia a 357 miliardi di dollari nel 2012).

Nonostante la crisi, tengono gli investimenti esteri in Lombardia, dove arriva il 70% dei capitali stranieri diretti in Italia: a fronte di un totale di circa 8.500 imprese a partecipazione estera con 886.000 dipendenti, oltre 4.100 aziende hanno sede in Lombardia con oltre 400mila dipendenti. Tra le prime 100 multinazionali presenti in Italia, 92 hanno scelto la Lombardia quale sede italiana e spesso anche europea. Lo afferma l’Osservatorio Ide della Camera di Commercio di Milano-Promos. Il fenomeno è pienamente comprensibile. Negli anni ’60 gli incentivi pubblici per il Mezzogiorno, aveva spinto le multinazionali, molte delle quali americane, a dirigersi a sud. Da tempo il fenomeno si è fermato. La fine della Cassa per il mezzogiorno ha ripristinato la logica del mercato e le imprese vanno là dove ci sono le condizioni migliori in termini non solo di infrastruttura, ma di cultura industriale. Lo spiega Paul Krugman il quale, quando ancora non era una star, ha scritto lavori importanti sulla "nuova geografia economica" che gli hanno fatto vincere il Nobel. 

Altro che barriere, altro che italianità, il rischio non è che il capitale si compri l’Italia, ma che la metta ancor più ai margini. Non la "calata dei barbari", ma la fuga. Dunque bisogna aprire ancor più le frontiere. Ne è convinto Giorgio Napolitano e lo ha detto in un suo recente intervento. Enrico Letta ha lanciato l’ambizioso progetto “Destinazione Italia” che per ora resta un’etichetta. Il grande problema italiano, del resto, quel che impedisce la crescita anche al di là dei lacci e laccioli dei quali si discute da decenni, si chiama capitale (e capitalisti). Il paese genera troppo poco dell’uno e degli altri (tra milioni di piccoli imprenditori-artigiani, i capitalisti sono solo una manciata). Il made in Italy soffre di quattro grandi debolezze: la dotazione di capitale, la governance, il sistema università-ricerca-produzione e la logistica. Insomma, i pilastri in base ai quali lo "spirito capitalistico" compie il salto nella grande industria moderna. Ecco perché lo scarso afflusso di investimenti esteri convive con un’elevata cattura di pezzi strategici dell’apparato produttivo. Meno nuove iniziative, più acquisizioni mirate. Si spiega così il paradosso dal quale siamo partiti.

La Banca d’Italia nella sua ultima relazione ha lanciato un allarme che pochi hanno colto. Gli investimenti fissi lordi sono diminuiti nel 2012 dell’8 per cento; la flessione rispetto al 2008, solo temporaneamente interrotta nel 2010, ha raggiunto circa il 20 per cento. Al netto degli ammortamenti, la spesa per investimenti si è pressoché annullata nel 2012, scendendo allo 0,2 per cento del prodotto interno lordo, oltre cinque punti percentuali in meno rispetto al valore medio del quinquennio precedente la recessione del 2008-09. La debolezza dell’accumulazione ha una componente di natura strutturale che porta a ridurre lo stock di capitale soprattutto nella manifattura.

Essa è lo specchio di una situazione che il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco ha stigmatizzato nell’assemblea del 31 maggio:

«Non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni. Le imprese sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici. Hanno mostrato di saperlo fare in altri momenti della nostra storia. Alcune lo stanno facendo. Troppo poche hanno però accettato fino in fondo questa sfida; a volte si preferisce, illusoriamente, invocare come soluzione il sostegno pubblico».

Secondo Visco, «lo spostamento dell’attività dai settori e dalle imprese declinanti a quelli in espansione richiede profondi cambiamenti nei rapporti di lavoro e nel sistema dell’istruzione. Non si tratta di prevedere i settori e le attività cui più si rivolgerà la domanda di consumo e di investimento nei prossimi decenni (come ai tempi della fallimentare programmazione, ndr), quanto di facilitare la transizione, riducendone i costi sociali, valorizzando le opportunità. L’Italia ha bisogno di condizioni favorevoli all’attività d’impresa, alla riallocazione dei fattori produttivi».

Non ha tutti i torti, dunque, Sergio Marchionne anche se la Fiat è stata a lungo la capofila del protezionismo battendosi con tutta la sua potenza per impedire che altri produttori venissero a fare auto in Italia: Mussolini bloccò la Ford, lo stesso fece Craxi mezzo secolo dopo preferendo cedere l’Alfa Romeo agli Agnelli. Abbiamo avuto per tanto tempo un imprenditore a capo del governo, ma l’Italia non è diventata business friendly, nonostante quel che sostiene la sinistra radicale. C’è stato un tecnocrate membro dell’élite del capitale mondiale (Trilateral, Bilderberg, Davos) come la destra ha dipinto Monti, ma si è concentrato sui conti pubblici e da questo punto di vista non c’è stata alcuna svolta. Anche il governo Letta ha fatto finora troppo poco per creare le condizioni favorevoli delle quali parla Visco. E forse, con questi chiari di luna politico-giudiziari, rischia di non averne il tempo. 

Twitter: @scingolo

LEGGI GLI ARTICOLI DI STEFANO CINGOLANI SU LINKIESTA

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook