14 Agosto Ago 2013 1740 14 agosto 2013

La povertà? A lungo è stata ritenuta utile all’economia

Scelto per voi da The Economist*

Stazione Abbandonata

Il 17 luglio l’India ha rilasciato gli ultimi dati sulla povertà del Paese. La storia che raccontano è incoraggiante: nel 2011-12 la percentuale della popolazione al di sotto della soglia di povertà era meno del 22% contro il 37% del 2004-5. Con le elezioni in vista, queste statistiche verranno certamente contestate: alcuni già borbottano che i numeri sono stati rilasciati in anticipo per fare pubblicità a favore dell’attuale governo. Ma anche se i dati appena pubblicati sono argomento del dibatto politico, è importante sottolineare ciò che non è in discussione: nessuno sostiene che una diminuzione della povertà sia una cosa negativa. […]


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Questo potrà sembrare poco sorprendente tuttavia un nuovo studio di Martin Ravaillon, professore di economia all’università di Georgetown e precedentemente direttore della ricerca presso la Banca Mondiale, scandisce l’evoluzione del pensiero socio-economico riguardo alla povertà negli ultimi tre secoli e scopre che questo atteggiamento non è diffuso da poi così tanto. Non molto tempo fa le considerazioni che oggi ci sembrano ovvie — che la povertà è un problema, che sono necessarie politiche volte a ridurre il numero di persone povere, e che ci sono dei modi per ridurre la povertà senza danneggiare l’economia — sarebbero state accolte con sospetto.

Secondo il pensiero mercantilista, che ha dominato fra il XVI e XVIII secolo, la povertà era socialmente utile. Certo, per i poveri era avvilente, ma manteneva il vigore economico assicurando l’ampia disponibilità di lavoro a basso costo. Bernard de Mandeville, economista e filosofo del XVIII secolo, pensava che fosse ovvio che «in una nazione libera in cui la schiavitù non è permessa, la ricchezza più sicura consiste in una moltitudine di poveri laboriosi». Questo tipo di atteggiamento era normale e diffuso. Le persone povere erano considerate strumentali per assicurare lo sviluppo economico; ciò spiega il perché della scarsa richiesta di politiche per ridurre la povertà; le poche misure adottate erano tendenzialmente palliative. Nel XVIII secolo le modifiche alle “Poor Laws” erano volte a evitare che shock negativi come dei raccolti miseri rendessero la vita ancora più difficile a persone che già si trovavano in condizioni di povertà. Questo tipo di politiche servivano a proteggere i poveri dai disagi peggiori, non a migliorare la loro condizione. […]


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Adam Smith ha adottato un punto di vista più umano. Per primo ha capito le conseguenze sociali e emotive che la povertà può avere, e tentò di aumentare i consensi a favore di una tassazione redistributiva: «I ricchi dovrebbero contribuire alla spesa pubblica, non solo proporzionalmente al loro reddito ma anche più che proporzionalmente». Ma anche il padre dell’economia non ha fornito una strategia coerente per far uscire le persone dalla povertà.

Nel XX secolo le ricerche di Charles Booth e Seebohm Rowntree hanno portato il problema della povertà al centro del dibattito pubblico. Questo ha a sua volta incoraggiato nuove correnti di pensiero sulle motivazioni economiche per ridurre la povertà. La scuola classica era convinta che i risparmi aggregati rappresentano un vincolo alla crescita. Dal momento che i ricchi risparmiano di più dei poveri, meno povertà, secondo questa scuola di pensiero, implicava meno crescita.


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John Maynard Keynes ha contestato questo punto di vista, argomentando che ciò che conta è il consumo aggregato, e di conseguenza ridurre la povertà potrebbe aumentare la crescita. Ma solo attorno al 1990 è emerso un quadro coerente che dimostra che alti livelli di povertà soffocano crescita e innovazione. Per esempio, diversi modelli hanno dimostrato come un accesso iniquo al credito implica una capacità (per i poveri) di investire nella loro istruzione o nelle loro aziende che è al di sotto dell’ottimo, di conseguenza l’economia in generale cresce di meno. Molti studiosi hanno poi rinforzato queste teorie con evidenza empirica che dimostrava che alti livelli di povertà iniziali diminuivano la crescita dei paesi in via di sviluppo.

Le nuove teorie sulla povertà ribaltarono anche le nozioni sul perché i poveri rimangono poveri. Spesso le colpe erano state riversate sui poveri stessi, additati come pigri, propensi all’alcolismo e incapaci di lavorare in modo disciplinato. Certe frasi si sentono ancora, occasionalmente; ma a seguito degli orrori della Grande Depressione del 1930 in molti hanno messo in discussione l’idea che la povertà è causata dai comportamenti dei poveri stessi. Gli sviluppi dei modelli economici, nel frattempo hanno permesso a molti politici di comprendere come bassi livelli di istruzione, salute e nutrizione contribuiscano a bloccare gli individui in condizioni di miseria. Le politiche a sostegno dell’istruzione o delle sanità sono auspicabili anche perché aiutano le persone ad uscire dallo stato di povertà.

La crescita di programmi di “trasferimento di denaro condizionato”, come ad esempio quello della Bolsa Familia adottato in Brasile, che distribuisce denaro ai poveri a condizione che mandino i figli a scuola o che li facciano vaccinare, sono gli sviluppi logici di queste idee. L’idea di istruire i poveri per aiutarli ad avere condizioni di vita migliori sembrava assurda nell’era di de Mandeville: «Andare a scuola anziché lavorare è sinonimo di pigrizia, più i ragazzi continuano con questo stile di vita facile, più saranno inadeguati al lavoro, una volta cresciuti», questa povertà di pensiero può sembrare arcaica, ma è durata più a lungo di quanto possiate pensare.

*Leggi l’articolo completo su The Economist

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