8 Settembre Set 2013 0807 08 settembre 2013

Il nuovovecchio album di Dylan: da “merda” a capolavoro

“Another Self Portrait”

Bob Dylan 1970

Cosa si fa quando non se ne può più, quando non si è in grado di sopportare alcuna pressione? Si manda a quel paese qualcuno o qualcosa. Se sei un cantautore, puoi farlo con un disco. Per Bob Dylan, quel disco fu Self Portrait. Uscì nel 1970, quando Dylan, ritiratosi dalle scene e interessato soltanto a curare la sua famiglia, non ce la faceva più a reggere le aspettative di chi vedeva in lui un faro artistico, politico ed esistenziale. Niente rivoluzioni musicali o poetiche, su Self Portrait

Se già in Nashville Skyline (1969) virava sul country più commerciale, abbandonando ogni velleità visionaria, in Self Portrait Dylan sembrava proprio andare allo sbaraglio. Un doppio album zeppo di covers, canzoni tradizionali e pezzi dal vivo, prodotto in maniera discutibile: molte registrazioni sembravano trascurate, per non dire dell’aggiunta d’una dose fuori misura di archi. Vendette bene, ma fu distrutto dalla quasi totalità dei critici. Non era mai successo. Fernanda Pivano lo definì «distratto e sarcastico».

«What is this shit?» («Cos’è questa merda?»), si chiese Greil Marcus su Rolling Stone, in quella che sarebbe diventata una delle più celebri stroncature di sempre (forse più celebre del disco stesso). La pubblicazione di New Morning, qualche mese dopo, migliorò un po’ il quadro. Ma per un nuovo capolavoro assoluto, Blood on the Tracks, sarebbero dovuti passare altri cinque anni. A tutt’oggi, il periodo a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta è considerato tra i più oscuri della carriera di Dylan. A gettare nuova luce, svelando qualche sorpresa, provvede ora il decimo volume della Bootleg Series (ovvero gli archivi dylaniani): Another Self Portrait (1969-1971).

Esce fuori che Dylan era in gran forma anche allora. E che le fasi preparatorie sono più interessanti del prodotto finale. Self Portrait resta un album sciatto, soltanto piacevole a tratti. Another Self Portrait è una raccolta coesa, che colpisce per la freschezza delle interpretazioni e la coerenza della scaletta. Gli arrangiamenti sono quasi sempre semplici – chitarra acustica, pianoforte e pochi altri strumenti – e fanno emergere con eleganza (l’eleganza dell’autenticità, quella che sembrava persa nel Self Portrait del 1970) la voce di un Dylan tutt’altro che demotivato. Alcuni pezzi sono delle vere gemme. Ballate antiche come Pretty Saro e Spanish Is the Loving Tongue sono interpretate con una dolcezza rara per Dylan. Canzoni tradizionali come Little Sadie sembrano scritte ieri. In Only a Hobo compare Harry Traum, virtuoso dell’ukulele. When I Paint my Masterpiece e If Not for You, rilette con piano e violino, acquistano nobiltà.

L’operazione ha i suoi meriti anche dal punto di vista filologico. L’edizione standard è un doppio cd di versioni alternative, live e pezzi inediti (li abbiamo appena lodati). Quella deluxe aggiunge, in altri due cd, il concerto all’isola di Wight tenuto con la band nel 1969 e la rimasterizzazione di Self Portrait. Le note di copertina portano la firma di Greil Marcus, lo stesso che a proposito di quest’album parlava di «merda», quarantatrè anni fa.

Quando il manager di Dylan gli ha fatto sentire il materiale riscoperto, probabilmente è saltato sulla sedia. Anche perché è più chiara, con Another Self Portrait, la continuità di fondo del lavoro di Dylan. Le canzoni tradizionali non erano certo una scoperta recente per il Bob del 1969-70: alcune, come House Carpenter, le suonava già prima di incidere il disco d’esordio. La tradizione è ancora oggi – soprattutto oggi - il palinsesto su cui il nostro intesse la sua opera. Da Love and Theft (2001) in poi, gli album di Dylan assomigliano a dei viaggi indietro nel tempo. Hanno uno spirito non molto lontano da quello che guidò le session di Another Self Portrait. Suonare un country senza connotati politici poteva apparire reazionario alla fine degli anni Sessanta, ma adesso? Quarant’anni dopo, possiamo e dobbiamo andare oltre la linea retta per leggere l’evoluzione di una carriera: «Non ho mai guardato alle canzoni come ‘buone’ o ‘cattive’, ma soltanto a differenti tipi di buone canzoni», dice lo stesso Bob. Conviene prenderlo in parola.

Ma se Another Self Portrait restituisce un Bob Dylan lucido dove non l’avremmo mai pensato, il mistero sulle motivazioni dell’uscita di Self Portrait resta. Se alla base c’era un buon lavoro, perché poi mettere in commercio della “merda”? Per come la racconta Dylan, fu uno scherzo crudele rifilato a un pubblico altrettanto crudele. Bob era scomparso dalle scene nel 1966, dopo un incidente in moto. Non diffondeva commenti politici e non cantava più canzoni di protesta. Ma ancora veniva additato come «Grande fratello della ribellione, Grande sacerdote della protesta». Non voleva saperne neanche di avere una posizione di guida nell’evoluzione del rock. «Qualche volta, nel passato, avevo scritto ed eseguito canzoni molto originali che avevano esercitato una grande influenza. Non sapevo se mi sarebbe capitato ancora e non me ne curavo», dichiara nell’autobiografia Chronicles.

Avere dei figli aveva cambiato tutto, per lui. «Anche le orribili notizie della cronaca, l’assassinio dei Kennedy, di Martin Luther King, di Malcom X…Non li vedevo come figure di rilievo che erano state assassinate, ma come padri le cui famiglie erano state colpite» (ancora Chronicles). Ma smettere con la frenetica vita pubblica condotta fino a poco prima non aveva fermato i fanatici disposti ad accamparsi intorno alle sue case, in campagna a Woodstock o in città, a New York. Chiedevano un leader. E lo denunciavano come venduto all’industria dello spettacolo. Dylan decise di prenderli in parola. «Feci uscire un album (un doppio) dove non feci altro che tirare contro un muro tutto quello che avevo sottomano. Quello che ci restava attaccato lo pubblicai, poi andai a raccogliere anche il resto che non ci era rimasto attaccato e pubblicai anche quello» (Chronicles).

Doveva essere qualcosa di talmente brutto da far disilludere una volta per tutte i fastidiosi ingenui della “Woodstock Nation” (è Dylan a chiamarli così in un’intervista). In più, doveva essere una sorta di «bootleg prodotto in proprio», per contrastare il materiale piratato che allora cominciava a girare tra gli appassionati. Funzionò? Sì e no. Gli estremisti politico-musicali non mollarono Dylan ancora per un po’. E la damnatio memoriae su Self Portrait è durata fino ad oggi. Per fortuna, Another Self Portrait ci fa capire meglio che, alla fine degli anni Sessanta, Dylan non stava affondando. Semmai, era in ritirata strategica. Per riprendersi se stesso e le radici della sua arte. 

Twitter: @frank_riccardi

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