9 Settembre Set 2013 0700 09 settembre 2013

Il governo accorpa i tribunali ma scorda gli avvocati

Dal 14 settembre in vigore il decreto

Tribunale Di Sanremo

Mancano pochi giorni alla revisione della geografia giudiziaria in Italia e, secondo quanto sostiene il Consiglio Nazionale Forense (Cnf), il governo ha varato una pessima riforma. Il 14 settembre entrerà in vigore il nuovo regime, predisposto dal governo Monti con l’allora ministro della Giustizia Paola Severino nell’ambito della spending review. In base al criterio generale - ma con alcune eccezioni - del numero di abitanti e dell’estensione territoriale verranno soppressi e accorpati 31 Tribunali, 31 Procure, 220 sezioni distaccate e 667 giudici di pace.

Non sarà un procedimento immediato. In seguito ai decreti emanati dall’attuale guardasigilli, Anna Maria Cancellieri, a decine di Tribunali è consentito continuare l’esercizio dell’attività giurisdizionale fino a esaurimento dei giudizi civili e penali pendenti. In altri casi la prosecuzione – per pochi mesi o per anni, a seconda della singola situazione - dell’utilizzo degli uffici è limitata allo svolgimento delle funzioni di archivio e deposito.

Il nuovo sistema è stato pensato per riportare il Paese in linea con i parametri europei. Prima della spending review infatti l’Italia era nella media quanto a spesa pubblica per la giustizia, ma con circa il 50% in meno dei giudici e del personale amministrativo e il 21% in più di tribunali. Peccato che, lamenta il mondo dell’avvocatura, in questo complesso procedimento legislativo gli ultimi due esecutivi abbiano ignorato il problema del destino degli Ordini forensi collegati ai tribunali soppressi.

In base alla relazione introduttiva del decreto, “non occorre alcun intervento normativo volto a disporre espressamente la soppressione degli Albi e dei Consigli dell’ordine degli avvocati costituiti presso i tribunali soppressi, atteso che tale effetto si produce, ex lege”. Opposta l’interpretazione data dal Cnf per bocca del suo presidente, Guido Alpa, che in una nota diffusa già a luglio – ma ribadita il 6 settembre in occasione dell’ennesimo decreto di proroga dell’attività di otto tribunali – sostiene che “in mancanza di un’espressa disposizione di legge concernente la sorte degli Ordini che hanno sede presso i tribunali soppressi, e di una disciplina dei rapporti di cui essi sono titolari, è inverosimile pensare che alla soppressione dei tribunali possa conseguire automaticamente quella degli Ordini forensi”.

«È un problema tecnico, non di carattere politico o ideologico», spiega Il consigliere segretario del Consiglio Nazionale Forense, Andrea Mascherin. «Gli Ordini sono enti che hanno numerosi rapporti in essere, tra personale, funzioni che svolgono, debiti e crediti. In caso di soppressione vanno comunque disciplinati. I dipendenti, ad esempio, che fine fanno? Vengono accorpati tutti di diritto? Oppure solo alcuni? E se sì, con che criteri? Stesso problema per il passaggio dei debiti e crediti da ente accorpato ad accorpante. Serve una legge che disciplini la materia o in assenza saranno gli Ordini a dare la loro interpretazione, che non è vincolante e che rischia comunque di creare difformità di situazioni nel Paese».

La nota del Cnf che solleva il problema è del 22 luglio. Da allora non avete avuto risposta dall’esecutivo?

Nessuna risposta. Né è stato chiesto un confronto su questo tema che, sottolineo, incide sulla vita di molte persone, dai dipendenti ai comuni cittadini. Inoltre si possono facilmente immaginare ricadute anche sul funzionamento della giustizia.

In che modo?

Ad esempio il registro dei difensori d’ufficio, che è afferente a un singolo Ordine, che fine fa quando il tribunale relativo viene soppresso? Gli avvocati iscritti saranno automaticamente spostati nella nuova sede accorpante? Serve una legge che lo chiarisca, altrimenti si rischia che gli atti compiuti da avvocati in situazioni poco chiare possano essere ritenuti invalidi.

Voi dunque non siete contrari all’accorpamento ma chiedete che il processo sia disciplinato con maggior cura?

No, chiarisco il punto. Il mondo dell’avvocatura è da sempre, da ben prima della spending review, a favore di una razionalizzazione della geografia giudiziaria. Ma siamo contrari al modo con cui è stata fatta dal governo: si è utilizzato un criterio generale che non tiene conto della specificità di singole situazioni. Ogni tribunale può avere delle particolarità, magari a causa degli alti tassi di criminalità organizzata del territorio o per la vicinanza ai confini e quindi in relazione a problemi legati all’immigrazione. Inoltre non è vero che ci saranno dei risparmi di spesa. Le funzioni e il personale che vengono accorpati continueranno ad avere dei costi. Si è voluto fare un provvedimento-annuncio in tutta fretta che creerà molti disagi.

Quanto alla soppressione degli Ordini nei tribunali che saranno accorpati quali sono le vostre richieste?

Come scritto nella nota noi non riteniamo che possano essere soppressi in questo modo. Vorremmo anzi che rimanessero operativi per rendere servizi al pubblico, ad esempio quelli delle Camere arbitrali o delle Camere di conciliazione. L’Ordine potrebbe rimanere a svolgere funzioni di sportello per il cittadino, garantendo un presidio sul territorio. Ma, ancora una volta, servirebbe un incontro col governo per discuterne. E il governo non dovrebbe ascoltare esclusivamente i giudici, che sono figure fondamentali in un sistema democratico ma che sono portatori di una visione di parte.

Il 14 settembre è molto vicino. Cosa succederà se l’esecutivo non colmerà questa lacuna?

Rischiamo il caos. Noi sosteniamo che gli Ordini debbano rimanere in vita, mentre secondo il governo sono soppressi ex lege. Gli atti degli avvocati di quegli Ordini, come dicevo, potrebbero essere sindacati dai giudici sotto il profilo della validità e a seconda dell’interpretazione di questo o quel tribunale potremmo avere soluzioni difformi.

L’Ordine degli Avvocati è stato spesso accusato di difendere interessi corporativi. Questo è uno di quei casi?

Assolutamente no. Quello che chiediamo va nell’interesse dei cittadini, vogliamo solo poter lavorare bene. Poi è vero che talvolta delle resistenze ci sono state, ma spesso le accuse di corporativismo nascono da una differente visione della realtà. Noi abbiamo un approccio di tutela dei diritti, anche dei più deboli, anche se questo ha un costo. L’approccio esclusivamente economico, tipicamente anglosassone, lo rifiutiamo. Quella che per noi è solidarietà e tutela delle persone viene scambiata per difesa dei nostri interessi, ma non è così.

Twitter: @TommasoCanetta

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