Fenomenologia di Russell Coutts, il velista “stronzo”

Il Maradona della vela

Russel Coutts
14 Settembre Set 2013 1400 14 settembre 2013 14 Settembre 2013 - 14:00

“Russel Coutts? È uno stronzo”. Asshole, per essere precisi. È una definizione che ricorre abbastanza frequentemente nelle parole di chi lo conosce e ha lavorato con lui. Lui che vale 8,5 milioni di euro e si fa arrivare la nuova Bmw dall’estero per non pagarla troppo. Lui che negli ultimi anni ha cambiato armatore e bandiera con la stessa frequenza con cui ci si cambia la maglietta d’estate. Lui che, simpatico o no, resta l’atleta che ha praticamente vinto tutto quello che si può vincere nel circuito della vela.

L’attuale CEO del team americano di Oracle, gioiello dell’ingegneria nautica di proprietà del numero uno della Oracle Corporation, Larry Ellison (tra i dieci uomini più ricchi al mondo, secondo Forbes) è in grado di suscitare sentimenti diametralmenti opposti. L’accusa che gli viene mossa è, in sostanza, quella di aver preferito i soldi alla vela.

Il sospetto era nato quando nel 2000 decise di seguire l’imprenditore elvetivo Ernesto Bertarelli e buttarsi nell’impresa di far vincere la Coppa America a una nazione senza sbocchi sul mare. Coutts aveva appena vinto la sua seconda America’s Cup con i kiwi di Team New Zealand come defender, ossia vincitore dell’ultima edizione.

 

Era adorato da una nazione intera, la Nuova Zelanda, come un eroe. Poi è arrivato uno svizzero particolarmente danaroso, gli ha sventolato sotto il naso un contratto di due milioni di dollari (sembra) e Coutts ha mollato pecore e kiwi per seguire i soldi. Pardon, “Alinghi e un’occasione irripetibile” stando alle sue parole. Evidentemente aveva dato tutto quello poteva dare a Team New Zealand, velisticamente parlando. E poco importa che una volta firmato il contratto debba girare per Auckland con le guardie del corpo. Poco importa che i neozelandesi si sentano profondamente traditi e presi in giro (tanto per capirci è come se Francesco Totti passasse alla Lazio sostenendo di non averlo fatto per soldi), Coutts ha un progetto grandioso e Bertarelli è l’uomo che può realizzarlo.

Il suo intento è quello di rivoluzionare la vela e in particolare la Coppa America, vuole creare barche sempre più veloci e spettacolari, vuole disegnarle, progettarle e timonarle. Un po’ troppo per Bertarelli che, dopo aver vinto con lui l’edizione 2003 dell’America’s Cup, lo licenzia.

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Forse aveva capito davvero chi era Russell Coutts: un uomo sostanzialmente viziato dalla vela, con un ego che si è costantemente nutrito di vittorie. Perché Coutts, comunque, è un fenomeno. Si dice che le notti prima dei match race contro Luna Rossa le abbia passate a guardare video delle regate della barca di Patrizio Bertelli, volume al minimo. Pignolo, quasi maniacale. Deve avere tutto e tutti sotto controllo. E infatti quando capisce che non avrà carta bianca col patron di Alinghi il rapporto comincia a incrinarsi. Non ci sarà mai una versione ufficialmente condivisa sulle motivazioni del divorzio. Nei comunicati stampa, Bertarelli lo accusa di non aver voluto timonare in alcune regate, di non aver più motivazione. Russell ribatte dicendo che nessuno di quelli che lo conoscono può pensare che queste parole siano vere. Il risultato comunque e che Coutts non regata più con Alinghi e Bertarelli (in qualità di defender della successiva America’s Cup) fa in modo che il neozelandese sia escluso dall’edizione successiva.

«Se fosse un pesce sarebbe uno squalo: buttagli un pezzo di carne e lui se lo sbranerà». Con queste parole lo definiscono i suoi ex colleghi. È in questo momento, apparentemente difficile, che nasce il brand “Roussell Coutts”. È come se si fosse svegliato una mattina e avesse detto «se nessuno vuole regatare con me, allora creo un altro circuito di regate tutto mio». Coutts disegna gli R(ussell)C(outts)44, dei monoscafi che, sul sito della classe, vengono paragonati ad automobili di «Formula 1 disegnate da Michael Schumacher».

Il circuito degli RC44 è frequentato da miliardari con l’hobby della vela, uno sfizio costoso. Nel 2012 vinse Peninsula Petroleum, seguita da Team Aqua, il cui armatore è Christopher Bake, direttore della Vitol, una delle più importanti compagnie di società di trading. Nel suo profilo si legge «quando ho visto una foto di un RC44 ho immediatamente deciso che ne volevo una». Regatava anche Russia’s Synergy, di proprietà di Valentin Zavadnikov, uomo d’affari di Mosca. Per comprarsi un RC44 bisogna spendere minimo 500mila euro e occorre mettere in conto una spesa cha va da 400 a 800mila per competere sui circuiti internazionali.

 

Nel 2011 la ESPN aveva calcolato che il brand “Russel Coutts” valeva 10 milioni di dollari, considerando gli interessi attorno all’America’s Cup e agli RC44: 11 eventi in totale tra Lous Vuitton Trophy, RC44 vogliono dire circa 800mila dollari a evento. A questa cifra bisogna aggiungere anche lo stipendio che dal 2007 prende da Larry Ellison (si parla di qualche decina di milioni). Certo, non si sa se dopo questa disastrosa America’s Cup il contratto verrà rinnovato.

Emirates Team New Zealand

Sono state sollevate moltissime critiche su questa Coppa America così voluta dal duo Coutts-Ellison. La spettacolarizzazione tanto invocata dal neozelandese non c’è mai stata. Il San Francisco Chronicle ha definito questa edizione «L’evento nautico più fallimentare mai visto dopo il Titanic». Meno della metà degli spettatori previsti e un investimento a perdere i 22 milioni di dollari per la città di San Francisco. Solo quattro equipaggi sui 15 di partenza hanno partecipato alle regate. Un marinaio di Artemis, Andrew “Bart” Simpson, è morto annegato a maggio in allenamento. Oracle è stata sanzionata di due punti per aver truccato gli AC45, aumentandone il peso a prua di 2.5 kg. Un fatto mai successo in tutta la storia della Coppa America.

«Forse i multiscafi progettati così sono stati un errore», ha ammesso Coutts in un’intervista al New Zealand Herald: essere un buon velista non significa necessariamente essere un buon manager, e Russell Coutts lo sta sperimentando a sue spese.

Twitter: @mezanini  

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