15 Settembre Set 2013 1052 15 settembre 2013

Caos Ilva, quella furia anti industriale da combattere

Dove va l’Italia senza acciaio? Proposta

Altoforno Ilva Taranto

Ilda Bocassini, magistrato inflessibile e donna politicamente sensibile, chiede una riflessione, se non proprio un’autocritica, ai suoi colleghi sul rapporto perverso che si è instaurato ormai da decenni tra giudici, giornalisti, politici o meglio tra tre poteri che in ogni democrazia liberale competono separati, mentre in Italia hanno invaso ciascuno il terreno dell’altro. In realtà, un ragionamento a fondo va fatto anche per l’economia: chi determina la politica industriale in Italia se non i tribunali? Non parliamo della politica sindacale, con l’aggravante che è stato un sindacato “antagonista” come la Fiom a invocare la magistratura non come arbitro, ma come protagonista al tavolo della contrattazione. Si dirà che pubblici inquisitori e giudici sono lì per far rispettare la legge. E tuttavia basta guardare alla funzione terza del potere giudiziario in un paese liberaldemocratico come la Germania, per capire che il modello italiano non è esattamente il migliore, tanto più da quando la costituzione materiale ha reso in gran parte obsoleta quella formale.

La vicenda Riva-Ilva la dice lunga su chi ha in mano il bastone del comando. La famiglia di industriali ha le sue colpe e sono state ampiamente analizzate: mancati investimenti nel risanamento ambientale, oscuri giri di denaro nei paradisi fiscali (ma qui non sono certi i primi né gli unici), un comportamento arrogante quando scoppia il caso; la convinzione, più volte espressa, di poter fare e disfare, nonché disporre delle amministrazioni locali. Davanti a loro c’è una città lacerata: i lavoratori da una parte, perché Taranto ancor oggi vive sull’acciaio, e gli abitanti dei quartieri limitrofi. C’è una voglia di pulizia, di ambiente salubre, di protezione della salute. E tuttavia anche qui le cose sono molto più complesse di come vengono spesso presentate.

Quando si scrive Taranto contro l’Ilva, si dimentica di ricordare che nella primavera scorsa il referendum per la chiusura del centro siderurgico è andato deserto: ha partecipato il 19% della popolazione; non ha raggiunto, dunque, il quorum. Insomma, ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne contenga la filosofia anti-industriale. I problemi sono molto seri e difficili da risolvere. Mentre la magistratura impugna la spada per tagliare i nodi con furore alessandrino. Ora sembra aver alzato il tiro contro la proprietà stessa del gruppo. Pur sapendo che il governo o il parlamento non hanno all’ordine del giorno una nazionalizzazione (che sarebbe disastrosa).

Enrico Letta ha dichiarato “strategico” l’impianto, affidandolo a Enrico Bondi anche per proteggerlo da incursioni giudiziarie. A questo punto, i magistrati si sono rivalsi con il sequestro preventivo penale dei conti e dei cespiti, tra i quali gli altri stabilimenti. I Riva hanno licenziato i dipendenti. Ritorsione, ricatto, reazione inevitabile? L’unica cosa certa è che non si può andare avanti con la de-industrializzazione dell’Italia per mano dei giudici. Proprio mentre nel resto dei paesi avanzati avviene il contrario. Basti guardare al ritorno della manifattura negli Stati Uniti, smentendo teorie economiche semplicistiche.

McKinsey Global Institute ha pubblicato un rapporto illuminante (Disruptive technologies, May 2013) sulla nuova rivoluzione in corso che trasforma l’intera economia, compresi i servizi (si pensi solo a internet e i new media), e rilancia la trasformazione industriale grazie a nuove macchine (le stampanti 3D per esempio), alla riduzione dei costi, a innovazioni organizzative, alla nuova importanza dei mestieri e dei saperi che collocano ancora il mondo sviluppato su un gradino superiore a quello in via di sviluppo. La manifattura cambia volto, si trasforma integrandosi in modo nuovo con i servizi e la scienza, diventa di nuovo fondamentale per il mondo che esce dalla grande crisi. L’Italia, invece, è pervasa da una furia anti-industriale, da fantasie sul ritorno a un passato bucolico arricchito dal turismo: un paese di camerieri e contadini di ritorno, magari radical-chic, del tutto fuori dalla realtà.

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In una foto dell’archivio storico ILVA, lo stabilimento di Taranto (Flickr, Ilva) 

Tornando al caso Riva e dintorni, emerge ormai una vera e propria questione siderurgica che diventa paradigma della più ampia questione industriale. Un peccato che la politica sia distratta e che la cultura sia impreparata, perché in altre fasi difficili, in altri passaggi critici, le migliori menti italiane, dalle università, dalla letteratura, dai giornali (si pensi al Mondo e all’Espresso), dal cinema persino, si spremevano le meningi per affrontare la transizione del paese verso la modernità. La migrazione nelle fabbriche del nord, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le autostrade e il petrolio del cane a sei zampe, il salario e i diritti dei lavoratori, insomma per farla breve l’industria era il centro della battaglia anche intellettuale nel paese. Alla morte di Luigi Lucchini e di Steno Marcegaglia sono stati dedicati necrologi sui giornali, ma nessuno ha ragionato su cosa significa la scomparsa dei ricostruttori, quelli che hanno edificato l’Italia del dopoguerra. Che cosa lasciano? E chi lasciano?

È una domanda che riguarda innanzitutto il governo. Che cosa possono fare Letta e Zanonato sul caso Ilva? Chiedere prestiti alle banche? Perdere tempo rispolverando un “piano siderurgico” d’altri tempi che non funzionerà mai? Trattare con Bruxelles un sostegno alla riconversione? Intanto le forze politiche debbono chiarire con se stesse e con l’opinione pubblica più ampia, se vergelle, travi, coils, lamiere, bramme, interessano ancora all’Italia come interessano alla Germania o alla Francia. Poiché ne produciamo ancora in quantità, sarebbe uno spreco di risorse nazionali comprarle dai nostri vicini.
A quel punto il governo dovrebbe chiamare in campo nuovi soggetti, altri imprenditori del mestiere disposti a prendere in mano la siderurgia italiana. Ce ne sono? Ugo Calzoni, manager bresciano, per vent’anni nel gruppo Lucchini, giura di sì e propone esplicitamente di fare appello alle loro capacità e alla loro responsabilità. La sua idea (lanciata su FIRSTonline) è di mettere in piedi una cordata disposta a rilevare quanto meno Taranto e Piombino i due centri più grandi in pericolo, con un mandato di risanamento e rinnovamento ambientale e produttivo. Non un governo pianificatore, dunque, ma levatrice, una politica industriale maieutica e non prescrittiva né, tanto meno, statalista. L’idea è interessante, chissà se il ministro Zanonato avrà voglia di prenderla in considerazione? Dicendo, naturalmente: fuori i nomi e fuori i soldi.

Twitter: @scingolo

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