18 Settembre Set 2013 0615 18 settembre 2013

«Come sono Fico», Farinetti scuote gli imprenditori

Made in Italy. Guarda le videointerviste

Farinetti Segre

BOLOGNA - Le denunce, la disillusione, il rammarico, prima. La voglia di credere a risalite vertiginose, anche se in apparenza utopiche, poi. Lo spartiacque di Farete, la kermesse fieristica dedicata all'incontro tra le imprese ai tempi della crisi organizzata da Unindustria Bologna e Lega Coop, avviene in un momento ben preciso. Quando Natale Farinetti, in arte Oscar, patron di Eataly, all’inizio del suo primo intervento accende il fuoco d’artificio: «L’Italia in dieci anni sarà il Paese più ricco e florido d’Europa. Agroalimentare, moda e turismo ci trascineranno verso il primato. Se avremo finalmente un governo di cinque anni, possiamo farcela anche in 3–4 anni». Per poi lanciare la sua nuova creatura: Fico, Fabbrica italiana contadina, già ribattezzata come “nuova Disney World del cibo”. Un colosso dell’agrifood italiano, che Farinetti lancerà in contemporanea a Expo 2015. «Mille nuovi assunti, cinque milioni di visitatori in un anno...»

Tutti a testa in su a guardare le girandole nel cielo. «I 47 milioni di turisti che arrivano in Italia sono pochi rispetto agli 80 milioni della Francia. Se in tre anni raddoppiamo il numero di visitatori, il valore della produzione aumenterebbe di oltre 200 miliardi, generando tasse, tra Irpef, Irap e Iva, di oltre 50–60 miliardi. E noi stiamo qui ad arrovellarci sull’Imu», continua entusiasta Farinetti, strappando un applauso, che aveva tutta l’aria di una liberazione.

Guarda la videointervista a Oscar Farinetti

Fino a quel momento le mani si erano scaldate solo per le (sacrosante) denunce lanciate nel discorso introduttivo dal presidente di Unindustria Bologna, Alberto Vacchi. «Siamo stanchi». «Basta chiudere gli occhi davanti alla questione industriale». «Investire dove la presenza dello Stato significa iper–regolamentazione diventa un atto di fede, non una scelta razionale», sono state alcune delle prime lamentele. Ma anche il resto del discorso non aveva lasciato spiragli all’ottimismo: «La tentazione (di uscire dall’Italia) può essere forte». «I decisori ascoltino di più chi vive l’economia reale». «Negli ultimi anni abbiamo osservato ben poco impegno politico per il rispetto dei principi costituzionali» sulla promozione delle condizioni per il diritto al lavoro. E ancora: «Devo constatare con rammarico che il rapporto banca/impresa si è ulteriormente deteriorato». «Siamo stanchi di ripetere da anni che si deve abbassare il cuneo fiscale». «Siamo stanchi di sentire luoghi comuni senza proposte concrete» (sulle facilitazioni per le micro imprese).

Per arrivare alle conclusioni amare: «Trovo nel pensiero dei nostri associati un denominatore comune: la consapevolezza della debolezza delle politiche industriali, la sensazione che il nostro Paese abbia perduto il significato dell’impresa nella generazione di ricchezza, la domanda di politiche appropriate che facilitino la vita della imprese e la loro crescita virtuosa».

Poi, dopo le denunce, ecco la frustata e il cambio d’aria. Farinetti comincia con le stoccate agli stessi imprenditori, a partire da Bernardo Caprotti: «Il tempo che dedica a fare polemiche e a scrivere libri, lo dedicasse ad aprire negozi a Manhattan e a Pechino». Perché se i nostri prodotti alimentari generano un export di 31 miliardi di euro, contro i 77 della Francia e gli 80 dei Paesi Bassi, la colpa, per il presidente di Eataly, è da rintracciarsi nella mancanza di reti commerciali all’estero. Mentre Carrefour e Auchan portano i prodotti francesi in Cina e nel resto del mondo, «ai nostri imprenditori manca il coraggio di andare all’estero e creare reti». «Quando mi sveglio ogni mattina, penso che noi italiani siamo solo lo 0,83% nel mondo. Andare all’estero è necessario». 

Anche se, «la voglia di investire in Italia non mi passa mai. La burocrazia c’è in tutto il mondo. Pure negli Usa, che pure hanno un vero sportello unico per le imprese al contrario di noi, per vendere alcol c’è bisogno del triplo dei permessi che in Italia, e i sindacati hanno un peso rilevante», soprattutto per le assunzioni. «Tutti parlano dei soldi, ma i soldi sono l’ultimo dei problemi in ordine di tempo. Prima bisogna avere le idee». E lancia il “tormentone del 2014” di Eataly: “Ci riesco”. Dal vago sapore del “Yes, we can” obamiano. Ma “Ci riesco” è un acronimo: «Ci vuol dire “coraggio” e “immaginazione”. Riesco vuol dire “responsabilità”, “innovazione”, “energia”, “semplificazione”, “coscienza” e “onestà”». 

Guarda la videointervista a Paolo De Castro

Una percezione in positivo dell’Italia che, per paradosso, contagia soprattutto gli investitori stranieri. «È incredibile che l’Italia non sia il leader in Europa nel settore del cibo, in particolare nella ristorazione, dato che è piena di imprenditori energetici e dinamici», ha detto Luke Johnson, creatore della catena inglese Pizza Express. Un imprenditore che ha aperto nel mondo 500 ristoranti, di cui il 75% di cucina italiana, anche se nessuno ha mai avuto un briciolo di capitale italiano.

Qualche ora più tardi sarà Elizabeth Robinson, cofondatrice del fondo di venture capital Nicox Research Institute Business Angel, a spingersi addirittura oltre: «L’Italia è il Paese dove le start up hanno più possibilità di accesso ai finanziamenti. Se si hanno delle idee è più facile farsi notare in Italia che nella Silicon Valley».

Con ben più scetticismo è stato accolto l’entusiasmo di Farinetti dagli imprenditori italiani presenti, anche se per lui sono arrivati gli assist dell’ex ministro dell’Agricoltura Paolo De Castro - «Ci vorrebbero mille Farinetti» - e del vicepresidente di Confindustria Gaetano Maccaferri - «Ci vuole una petizione per proporlo come prossimo ministro dello Sviluppo economico». «A quello che ha detto Farinetti non credo. Anche se mi ha migliorato la giornata», dice per esempio, Sauro Barzini, della pmi Ocis.

«È il tipico stile Farinetti – commenta Marcello Chenin, della società di consulenza strategica Aretè – . La situazione è un po’ diversa, anche se noi diciamo alle aziende di aggredire il mercato. Uno degli investimenti suggeriti con maggiore forza è investire in Kazakhistan». Anche chi lavora nel mondo della tecnologia non vede il bicchiere mezzo pieno. Fino agli anni Ottanta c’era troppa libertà fiscale, ora i controlli sono eccessivi e la burocrazia è diventata invasiva. Abbiamo una grande creatività ma le eccellenze vengono frenate», dice Mirco Bettini di Alfacod, una delle aziende che ha introdotto il codice a barre in Italia.

Guarda la videointervista ad Andrea Segrè

Tanto entusiasmo da parte di Farinetti coincide con il lancio di Fico, la “Fabbrica Italiana Contadina”, chiamata anche Eatalyworld, o la Disneyworld del cibo. Nascerà a Bologna, proprio nel Centro agroalimentare bolognese, che sarà un socio pesante, dato che l’altro promotore è Andrea Segrè, presidente del Caab. Da qua alla fine dell’anno il progetto deve trovare risorse: da 50 a 100 milioni di euro, quanti quelli che servono per un outlet di grandi dimensioni, per una struttura di 80mila metri quadrati dedicati al cibo di qualità.

Secondo Farinetti non saranno soldi pubblici, se non per le infrastrutture d’accesso. «Sono fondamentali, ci deve essere il treno che entra, servono shuttle dall’aeroporto e dal centro della città», ha detto. Eataly darà un suo contributo, ma non i 20 milioni ventilati in indiscrezioni di stampa. «Servono 50 milioni – ha detto Farinetti – la mia idea è 100 enti che mettano 500mila euro a testa». Grazie a Fico, la città di Bologna nella visione di Farinetti potrebbe raddoppiare il suo flusso turistico: per il primo anno le previsioni sono 5 milioni di persone, «anche se penso che arriveremo anche a 10, di cui 8 milioni stranieri».

I numeri sono alti. Semplice il punto di partenza. «L’idea è di mettere insieme l’altissima domanda di turismo e di cibo italiano con le piccole imprese. Sarà come una Disneyworld, in cui i turisti vedono la bellezza dell’agroalimentare italiano», dalla produzione alla trasformazione. Dovrebbero esserci 30 ristoranti, 40 laboratori, 50 punti vendita. Poi orti, campi di grano, mulini, frutteti, vigneti, stalle, acquari. Si mangia ciò che si produce, dal latte ai formaggi, dai salumi alla farina, si vende a chilometro zero.

L’anno di apertura è il 2015, quello dell’Expo. Non è ancora chiaro se l’inaugurazione sarà contemporanea alla manifestazione milanese (con il rischio di drenarne buona parte del pubblico, visto il tema identico) o se sarà successiva. Farinetti (si vedano le interviste video) propende per l’inaugurazione alla fine dell’esposizione universale, mentre Segré non si sbilancia.

Numeri più univoci riguardano i posti di lavoro: dovrebbero essere mille, che salgono a 5.000 con l’indotto. «Io godo ad assumere i giovani», dice Farinetti, ma sul tipo di contratto non c’è più da scommetterci, visto che nell’ultimo locale di Eataly, quello di Bari, per ora gran parte delle persone assunte ha avuto contratto interinale, in attesa di una definizione delle licenze.

Twitter @lidiabaratta@fabrizio_patti

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