27 Settembre Set 2013 0938 27 settembre 2013

Fra le imprese in crisi, c’è anche il recupero crediti

Gli effetti della contrazione economica

Cassa

1.332 imprese, circa 20mila addetti e 983 milioni di Euro di fatturato complessivo, con una crescita del 9% tra il 2010 e il 2011. Se fosse un qualunque altro settore, ci sarebbero tutti gli ingredienti per celebrare una delle (poche) sacche di resistenza della nostra asfittica economia. Addirittura, potremmo spingerci a considerarlo come una delle colonne portanti su cui ricostruire la nostra perduta competitività. Se fosse un qualunque altro settore, dicevamo. Se quelle 1.332 imprese non operassero nel campo del recupero crediti. Se gran parte di quei 20mila addetti non fossero, di fatto, degli esattori (meglio: agenti di recupero). E se quei 983 milioni di fatturato complessivo non fossero in buona parte – 744 milioni, quasi il 75% – riscossioni nei confronti di debitori inadempienti.

Settore anticiclico per eccellenza, la riscossione dei crediti è uno dei pochi settori che hanno beneficiato del crac di Lehman Brothers e di tutto quel che è successo dopo. La gelata della domanda, la crisi di liquidità delle banche, l’aumento esponenziale di incagli e sofferenze di questi ultimi anni hanno favorito l’emersione e il consolidamento della pratica di cedere i propri crediti a società terze specializzate nel soluzione delle controversie con i debitori inadempienti per vie stragiudiziali. Società che, a loro volta, si sono ulteriormente specializzate, hanno investito nel personale (oltre 2000 nuove assunzioni nel 2011, +12% rispetto al 2010) e nella sua formazione, nella tecnologia e nei processi, nella gestione di attività e servizi diversi, complementari alla riscossione.

Per quanto la loro attività poggi su inoppugnabili principi di etica economica – i contratti si rispettano, i debiti si pagano – le società di riscossione, a braccetto con Equitalia, sono oggi nell’occhio del ciclone di famiglie e imprese la cui ricchezza è drasticamente diminuita a causa della perdurante recessione (-17 miliardi di Euro nei primi nove mesi del 2012, secondo la Banca d’Italia). Soprattutto ciò accade a causa di metodi non del tutto ortodossi (telefonate a parenti e colleghi, visite ai vicini di casa) cui alcuni agenti di riscossione – a loro volta lavoratori a progetto o partite iva pagate a provvigione – ricorrono per mettere pressione psicologica e sociale sulle spalle del debitore inadempiente, sovente provato già di suo dalla propria vulnerabilità finanziaria.

Che ci crediate o meno, quella scattata dal “Terzo Rapporto Annuale sui Servizi a Tutela del Credito” presentato nello scorso mese di Maggio da Unirec, l’unione nazionale delle imprese a tutela del credito è la fotografia di un settore che sta cominciando ad avere qualche difficoltà. In teoria, il mercato – il loro, perlomeno – dovrebbe essere in crescita. Stando ai dati del Cerved, al terzo trimestre 2012 erano 370mila (il 7% sul totale) le imprese che avevano ritardato almeno un pagamento di oltre due mesi rispetto alla scadenza prefissata, 47mila le imprese che avevano subito almeno un protesto (+8,8% rispetto al 2011) e 22mila le imprese protestate (+16% rispetto al 2011, +45% rispetto al 2007). Non solo: Banca d’Italia ha infatti registrato un forte aumento percentuale degli incagli e delle sofferenze nei comparti dei mutui, del credito al consumo e dei prestiti personali. Cosa succede allora? Succede che va troppo male e che i debitori inadempienti, nonostante le pressioni e le proposte di accordo stragiudiziale (che prevedono soluzioni conciliative concordate con il debitore, come piani di rientro più soft e la cancellazione di parte dei debiti) non hanno comunque abbastanza risorse per farvi fronte.

Lasciamo che siano i dati a parlare: nel 2012 alle imprese associate a Unirec sono state affidate circa 35 milioni di pratiche di riscossione (il 6% in più rispetto ai 32,8 milioni del 2011, l’81% in più rispetto ai 19.172 del 2007) per un ammontare complessivo di 43 miliardi di Euro, il 2% del PIL italiano (+14% rispetto al 2011, +282% rispetto al 2007). Di questi 43 miliardi, il 59% (25,4 miliardi) è relativo a pratiche di tipo bancario/finanziario (rate di mutui o prestiti, credito al consumo, scoperti di conti correnti bancari, fino alle famigerate carte di credito revolving), il 34% (14,6 miliardi) a bollette di luce, acqua, gas e servizi telefonici e il restate 7% (3 miliardi) a crediti commerciali di altra natura.

Ebbene, di questi 43 miliardi, ne sono stati recuperati solamente 9,3, pari al 44,1% delle pratiche e al 21% degli importi. Gli utili del settore, di conseguenza, sono calati di ben 14 punti percentuali. Le serie storiche, peraltro, mostrano un’altra interessante tendenza. Mentre il trend degli importi recuperati è in calo pressoché costante dal 2007 ad oggi, quello relativo alle pratiche estinte mostra un andamento a “gobba”, con un picco nel 2010 (53,3% di crediti recuperati) e un calo nel biennio successivo, fino al 44,1% del 2012. Un dato che potrebbe suggerire quanto negli ultimi due anni sia stato difficile trovare un accordo con i debitori inadempienti, anche su cifre inferiori o spalmate su un periodo più ampio.

Pur in tutta la sua anticiclicità, c’è una cosa che accomuna il recupero crediti agli altri settori: che quando c’è crisi, a soffrirne (e morirne) sono i pesci piccoli. I primi a farne le spese sono gli agenti di recupero, la cui provvigione media è scesa dal 6,32% al 5,47% del 2012. Allo stesso modo, hanno chiuso il bilancio in perdita il 25% delle imprese sotto i 5 milioni di fatturato e il 37% di quelle sotto il milione. Dati, questi, cui si sommano prospettive per il 2013 non certo rosee. Il centro studi di Unirec prevede un ulteriore incremento delle pratiche da gestire e dei volumi di crediti da recuperare, ma anche un altrettanto ulteriore decremento del tasso di recupero e dei fatturati delle imprese. E se la “ripresina” è lontana anche per loro…

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