27 Settembre Set 2013 1050 27 settembre 2013

I parlamentari Pdl non possono dimettersi dalle Camere

Servirebbero oltre 400 votazioni

Camera Dei Deputati 1

Il modulo con le dimissioni è stato firmato da tutti. I parlamentari del Pdl - dovrebbero mancare all’appello solo 4 senatori - avrebbero seguito compatti la linea del partito. Tutti pronti a lasciare le Camere per denunciare l’aggressione giudiziaria nei confronti del Cavaliere. Si tratta di una presa di posizione forte e inedita, che il presidente Napolitano ha definito «inquietante». Una reazione di enorme valore politico. Ma nullo, o quasi, dal punto di vista istituzionale.

La lettera di dimissioni firmata da deputati e senatori Pdl rischia di non avere alcuna conseguenza. Almeno per dei mesi. Il primo motivo è che, al momento, la richiesta è stata consegnata ai capigruppo Renato Schifani e Renato Brunetta. Perché le dimissioni vengano prese seriamente in considerazione devono essere presentate ai presidenti della Camera di appartenenza. Solo quando Laura Boldrini e Pietro Grasso riceveranno le lettere, potrà iniziare l’iter.

La procedura è tutt’altro che immediata. Non si tratta di dimissioni di massa, come molti pensano, piuttosto di dimissioni individuali. «Le sole presentabili» ha chiarito il Quirinale nella piccata nota di ieri. Dimissioni che le Camere devono approvare con un voto. Insomma, Montecitorio e Palazzo Madama dovrebbero inserire nel calendario dei lavori tante votazioni quanti sono i parlamentari che intendono fare un passo indietro. Considerando anche gli esponenti della Lega Nord - disposti a lasciare lo scranno pur di mettere in difficoltà il governo Letta - si tratta di 117 casi alla Camera e 107 al Senato.

Votazioni brevi? Non proprio. Ogni richiesta deve essere motivata davanti all’assemblea dal parlamentare interessato. E prima di essere approvata, discussa. Qui entra in gioco anche la prassi. Per essere certi della spontaneità delle dimissioni - la nostra Costituzione vieta il vincolo di mandato - durante la prima votazione le Camere sono solite respingere la domanda. Facendo un rapido calcolo, le votazioni dovranno essere almeno due per dimissionario: 234 voti alla Camera e 214 al Senato. Abbastanza per andare avanti almeno altri sei mesi. Non è l’unico ostacolo al progetto “aventiniano” del Pdl. Da regolamento, le dimissioni di un parlamentare sono votate con scrutinio segreto. Nulla assicura, così, che alla fine le richieste vengano rifiutate. Ne sa qualcosa l’ex senatore Nicola Rossi che la scorsa legislatura ha provato più volte, invano, a lasciare Palazzo Madama.

Ma se anche i parlamentari berlusconiani riuscissero a dimettersi, le Camere non rimarrebbero deserte. Al posto di ogni dimissionario deve subentrare un sostituto. È il primo dei non eletti nella lista elettorale di chi se n’è andato. E non è detto che tutti gli esponenti del Pdl che lo scorso febbraio hanno mancato l’ingresso in Parlamento siano disposti a seguire la linea del partito. Anche fosse, lo scioglimento delle Camere non è così automatico. Certo, l’uscita di scena di un gruppo parlamentare numericamente così rilevante sarebbe una novità clamorosa. Un inedito che avrebbe gravi conseguenze dal punto di vista politico. Eppure gli esperti assicurano che l’attività delle Camere potrebbe proseguire senza problemi. 

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