27 Settembre Set 2013 1505 27 settembre 2013

Il Fmi striglia l’Italia: instabilità e banche deboli

Il giudizio di Washington sui conti

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Le tensioni sono diminuite. I rischi restano. E possono riproporsi in modo significativo, con una virulenza in grado di spaccare il Paese. È questo, in estrema sintesi, ciò che afferma il Fondo monetario internazionale (Fmi) nel suo rapporto annuale sull’Italia. Il quadro dipinto dai tecnici guidati da Christine Lagarde è a tinte fosche. Da un lato si riconosce che la recessione sta finendo. Dall’altro si avverte che l’instabilità politica è troppo elevata e potrebbe rallentare sia la crescita economica sia il processo di riforme necessarie al Paese. Sullo sfondo, un sistema bancario quasi in coma, impregnato di Non-performing loans (crediti dubbi, o Npl) e con rilevanti problemi di funding.

È finito il tempo dell’ottimismo. Questo è il messaggio del Fmi rivolto all’Italia. Una parziale ripresa delle attività economiche si sta verificando, ma è in gran lunga basata sulla domanda esterna. Questo clima congiunturale farà sì che il Pil 2013 si contrarrà di 1,8 punti percentuali, peggio delle previsioni iniziali. Per il prossimo anno è attesa una crescita dello 0,7%, che diventerà poi di 1,1 punti percentuali nel 2015. Nel triennio 2016-2018, invece, la crescita sarà compresa fra 1,4% e 1,2 per cento. Sul fronte di deficit e debito pubblico, le cose non vanno meglio. Il rapporto deficit/Pil sarà superiore al parametro fissato dall’Ue, il 3%, toccando quota 3,2% a fine anno. Il prossimo anno, di contro, dovrebbe essere entro i limiti. Nota positiva, l’Italia ha un buon surplus primario, che passerà dal 2,2% del Pil dell’anno in corso al 5,8% previsto per il 2018. In aumento, invece, il debito pubblico. La stima contenuta nell’Article IV Consultation del 2012, ovvero un rapporto debito/Pil del 127% nel 2013, è stata completamente rivista alla luce del pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione e dei contributi del Paese all’European stability mechanism (Esm), il fondo salva-Stati dell’eurozona. Si toccherà quindi quota 132% del Pil nel 2013 e 133% nel prossimo anno. Lo scenario di base vede un ritorno sotto quota 130% del Pil solo nel 2016. Ecco perché il Fmi ha raccomandato di agire tempestivamente, anche utilizzando le armi di cui si sta discutendo da mesi, come la dismissione degli asset pubblici non strategici. Anche perché la precaria situazione politica rischia di influenzare molto il futuro economico del Paese. Traduzione: lo stallo corrente può provocare più danni che il contagio della crisi dell’eurozona.

A peggiorare la situazione c’è un tasso di risparmio degli italiani che sta crollando anno dopo anno. La percentuale di risparmio è passata dal 16,4% del reddito disponibile fatta segnare nel 2005 al 12% registrato dal Fmi per lo scorso anno. I consumi, dopo un ascesa fra il 2007 e il 2011, hanno iniziato a calare nel 2012. E pure per l’anno in corso, le stime del Fmi vedono una contrazione. Il tasso di disoccupazione resterà elevato, arrivando a sfiorare il 13 per cento. Tuttavia, come ricorda il Fmi, questi sono i numeri dello scenario di base. Ogni eventuale shock, politico o economico o finanziario, potrebbe costringere i tecnici dell’istituzione di Washington a una revisione al ribasso.

Il problema maggiore, dopo l’instabilità politica, resta il sistema bancario. Il Fmi non concede spazio alla gioia. Anzi. Lo scenario dipinto dal team guidato da Dimitri Demekas e Amadou Sy nel Financial system stability assessment è di estrema delicatezza. Se è vero che durante il periodo post-Lehman Brothers le banche italiane hanno dimostrato di essere più solide delle altre compagini europee, è altrettanto vero che con la crisi dell’eurozona si sono caricate di una sequela di fardelli troppo grandi da sopportare. Il primo sono i titoli di Stato italiani che, fra il 2011 e il 2012 (ma anche oggi, in larga parte), hanno dovuto acquistare al fine di sostenere il Paese nelle aste primarie. Lo hanno fatto soprattutto grazie ai due round di Long-term refinancing operation (Ltro) lanciati dalla Banca centrale europea (Bce) fra dicembre 2011 e febbraio 2012. I circa 260 miliardi di euro che sono stati erogati per le banche italiane hanno però avuto un effetto tossico. Come sottolinea il Fmi, la dipendenza del sistema bancario italiano dalla liquidità della Bce è un elemento anomalo. Un’asimmetria, specie considerando la situazione degli altri Paesi dell’area euro.

Il secondo problema sono i Non-performing loans. Ci sono circa 260 miliardi di euro di crediti dubbi nella pancia delle banche italiane, secondo le ultime stime della Banca d’Italia. Tanti, troppi e in aumento. Questo significa, sottolinea il Fmi, che gli istituti di credito del Paese non sono in grado di riattivare l’erogazione della liquidità verso le imprese. Il tutto sebbene dalla Bce ci siano stati diversi tentativi di riattivare il suo meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Il tutto nonostante la Bce abbia concesso alle banche dell’eurozona condizioni di accesso al credito sempre migliori. Non basta.

Le raccomandazioni del Fmi in merito al rafforzamento del sistema finanziario italiano sono numerose. Si passa da una migliore armonizzazione per il calcolo delle perdite e delle svalutazioni a una più significativa vigilanza macroprudenziale. Non solo. La sorveglianza sulla struttura di governance deve essere rafforzata, come anche quella sulle compagnie assicurative. C’è poi la questione che farà forse più discutere. Il Fmi raccomanda all’Italia di adottare misure altamente impopolari come il bail-in, il meccanismo di salvataggio “interno” delle istituzioni finanziarie. In pratica, si chiede di armonizzare gli strumenti di risoluzione bancaria con quanto sta facendo l’Ue. Così, si avrebbe la possibilità di creare bad bank in modo da trasferire asset illiquidi che ora sono invece nei bilanci delle banche italiane. Su questo, dovranno agire Tesoro e Banca d’Italia.

La vulnerabilità del sistema finanziario agli shock è troppo elevata. Senza troppi giri di parole, il Fmi avverte l’Italia che se ci fosse un ritorno delle tensioni nell’eurozona, le ripercussioni sulle banche potrebbero essere elevate. Un peggioramento delle condizioni di funding andrebbe a impattare sulle imprese, che in molti casi non avrebbero altra soluzione che portare i libri in tribunale. Come sottolineato dal Fmi, la priorità è quella di mettere in sicurezza Banca Monte dei Paschi di Siena, considerata dall’istituzione di Washington una banca «sistemica». Poi, bisognerà guardare, nel breve termine, all’adozione delle raccomandazioni chiave contenute nel Financial system stability assessment.

La fase più intensa della crisi potrà anche essere terminata, ma le sfide restano. Senza l’adozione delle riforme strutturali richieste da Commissione europea e Fondo monetario internazionale, l’Italia rischia di ballare in un limbo fatto di crescita basata sulle esportazioni, e non sulla domanda interna, e vulnerabilità sistemica. Il clima di instabilità permanente aggiunge incertezza a tutto il sistema e la speranza è una sola: cercare di evitare di dover fare come la Spagna. Eppure già circolano le prime voci su una futura richiesta di sostegno dell’Italia per stabilizzare il proprio sistema bancario. Dalla padella alla brace, il passo è breve.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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