29 Settembre Set 2013 0623 29 settembre 2013

Tex Willer, l’eroe così west che più far non si può

Link Young

Tex

Se Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galeppini fossero fratelli di sangue, come gli indiani del West, nessuno lo sa, ma il West - questo sì - ce l’avevano entrambi nel sangue. E al posto dei segnali di fumo si dedicarono con avventurosa fantasia ai fumetti, dando vita, il 30 settembre del 1948, al mitico Tex Willer, eroe più che mai. Per tutti i diavoli! Galeppini lo disegnò così come è ancora oggi, con la sua camicia gialla e lo sguardo intenso; Bonelli ne tramò gli intrighi narrativi, in sella al cavallo Dinamite, nei pressi dell’accampamento dei Navajos o a cercare guai - o a risolverli - con i suoi compagni, tizzoni di ferro. Da allora, con loro, siamo ancora un po’ tutti laggiù nel Far West.

il racconto

IL GRINGO DEL WEST

Il mio primo passo verso Ovest fu sul gradino di una diligenza parcheggiata di fronte al saloon, con la fresca brezza del mattino a spruzzare di polvere i cavalli e il sole già caldo, pronto pure lui a rincorrere l’Occidente.
La scritta sulla fiancata creava la giusta atmosfera: Overland Stage Line, mica niente, e di tutt’altro fascino rispetto a Linea di Carrozze per Trasporto via Terra, che poi sarebbe la traduzione più o meno letterale nella lingua di mammà. E ha ragione il mio amico Francesco: gli americani ci fregano con la lingua, perché Omaha e Tucson non sono come dire Piumazzo o Mirandola. No, non c’è nulla da fare, non è la stessa cosa!
Nel mio piccolo sarei partito per qualche posto del New Mexico. Probabilmente.
E chissà dove si trovava, quel posto, o il New Mexico, e se esisteva davvero, ma in fondo non è che me ne importasse più di tanto. Quel che contava era mettersi in viaggio. Per dove, era un dettaglio.
Era la prima volta che mettevo piede su una diligenza e, per quanto ne sapessi, poteva pure essere l’ultima. Nel senso che in futuro magari avrei preferito altri mezzi di trasporto, non che ci sarei rimasto secco. Speriamo...
Come tutte le prime volte unii un certo disagio alla curiosità, non sapendo cosa fosse lecito sfiorare, ma col desiderio di toccare ogni cosa: il metallo gelido della maniglia, il legno dei sedili, drappi, rattoppi di cuoio e gingilli vari. Eppure ero solo su una banale diligenza come tante, mica con Gagarin sulla navicella Vostok, che anche lì mi sarebbe piaciuto toccare qualsiasi cosa a portata di polpastrello.
Ma che ne sapevano, questi cow boy, della Vostok e dello spazio lassù?
Però, a pensarci bene, anche Yuri Gagarin che ne sapeva della Overland Stage Line? Che poi Vostok vuol dire Oriente e West, al contrario, significa Occidente, e ci sarà un motivo se sono da sempre uno l’opposto dell’altro... anche se un giorno, da qualche parte nel mondo, Est e Ovest dovranno incontrarsi pure loro, altrimenti la Terra cos’è rotonda a fare?
Mi accomodai senza dire nulla e aspettai, finché partimmo.
Non è sempre retta, la via, e se capita che sia retta la tua, probabilmente è tortuosa quella di chi ti viaggia accanto. Fu così che, lasciati alle spalle la città e il sorgere del sole, dopo poche curve e troppe buche, già le redini tirate con forza interruppero la corsa dei cavalli, della diligenza e dei passeggeri.
Sul sentiero era fermo in piedi il gringo del West, con i suoi occhi di ghiaccio e un mezzo sorriso inciso appena. Il fido Winchester sotto braccio, la camicia impolverata, cappello e stivali con i segni del tempo. Certo, chi va a zonzo tra i cactus non può pretendere di andare al gran ballo dello Zar e certo non si presenta impomatato con il frak e il cilindro sulla testa, ma un cantuccio nella diligenza è come un piatto di fagioli: non lo si nega a nessuno.
Il gringo del West salta su, scusandosi per i modi poco raffinati, fine della sosta, via col vento e da qual certo punto in poi non si sa cosa sarà. È il bello del West. Capita anche all’Est, al Nord o al Sud e la rosa dei venti non ne ha colpa, ma al West il bello è più bello, non so perché. È una sensazione strana quella dell’ignoto; di ciò che t’aspetta e non lo sai, e l’ignoto al West è più ignoto e più far che mai. Ti prende allo stomaco e causa sintomi tra i più disparati: formicolio ai piedi, vista annebbiata, respiro accelerato. Però ti aiuta a mettere in moto la fantasia e, prima che una cosa accada davvero, nella tua mente te la sei figurata già un bel paio di volte, con esiti incerti.
A meno che il gringo del West non sia seduto accanto a te, nel qual caso cambia tutto e non c’è pericolo che ti possa far barcollare.
Prendi una mappa e orientala verso la Stella Polare, poi fa’ una croce con una matita o un pezzo di carbone sul luogo esatto in cui ti trovi. Segna con un’altra croce un punto a caso alla sinistra di là. Unisci le due croci con una linea e l’itinerario è fatto. Questo è il West, ragazzi, e se da una croce arrivi all’altra con lo scalpo ancora sulla zucca avrai senz’altro qualcosa da raccontare.
Con questo pensiero la diligenza se ne scarrozzava, cigolando dietro ai suoi sei neri cavalli al galoppo, verso l’orizzonte e goodbye.
Non avrei mai detto di trovarmi un giorno là dentro, ma son tante le cose che non avrei mai detto e invece... Oltretutto, seguendo una storia è lei che decide dove portarti, e non le importa se ti tocca svegliarti ancor prima dell’alba o dormire sotto il cielo stellato. Anzi, una storia in poltrona non fa per me né, tanto meno, per il gringo e gli altri compagni di diligenza.
E dietro ogni angolo di una storia, anche lì c’è l’ignoto, che di nuovo ti prende allo stomaco e tutto il resto.
Non fa nulla se ti trovi da questa o dall’altra parte del racconto, perché l’ignoto è tanto ignoto per chi legge quanto per chi scrive, a parte quei malefici miracolati della letteratura che dalla prima battuta sulla macchina per scrivere hanno già in mente ogni cosa nei minimi particolari e ti tessono una sceneggiatura che nemmeno Penelope.
E alla fine ti trasportano in paesaggi apparentemente irreali, come la Monument Valley, più filmata di Marilyn Monroe e quasi bella quanto lei, con i suoi picchi, le pareti verticali, le pianure che vi si intrecciano e la traccia di sentiero che fugge verso Ovest, laddove oggi sfreccia la highway centosessantatrè, o one-sixtythree, che fa più America che mai.
Chissà poi se lo sapeva, il postiglione a cassetta, che stava sferragliando sulla one-sixtythree... Temo di no e anche a dirglielo non ci avrebbe badato, intento com’era a raggiungere qualche posto nel New Mexico, prima dell’ombra di Geronimo. Meglio non essergli d’impiccio, allora, che la salvezza della sua pelle era strettamente legata a quella delle nostre. E a ogni ombra improvvisa un sussulto e uno sguardo verso il gringo del West in cerca di sicurezza nei suoi occhi di ghiaccio. Certo, se sulla freccia Sioux c’era scritto il tuo nome era dura mettersi anche contro il destino, quindi di che preoccuparsi?
Di nulla. Nemmeno dei segnali di fumo in distanza.
Di nulla davvero.
Bastava arrivare al fiume e goodbye.

la fotografia

Non so perché, ma ero convinto che Aurelio Galeppini, nel disegnare il suo Tex, avesse preso come modello John Wayne, forse perché John Wayne e il Far West sono quasi sinonimi e alla fine è lì che si infila l’immaginazione. Invece pare che non si andata così. Pare. E pare che il gringo del West cui rubare le movenze fosse un altro attore del cinema di quel dì: Gary Cooper che, a guardarlo così, effettivamente a Tex ci somiglia al punto giusto. Che poi c’è chi ci trova un po’ di Clint Eastwood, in Tex, oppure di Charlton Heston, o forse dello stesso Aurelio allo specchio... E se fosse che furono loro, in realtà, a far proprie le espressioni e i gesti di Tex e del suo Far West?

il video

Se devo andare all’avventura nel Far West, con un pericolo in agguato dietro ogni cactus, senza dubbio mi faccio accompagnare da Tex, con il suo fare aggressivo e sicuro, o da uno qualsiasi dei suoi compari. Se, però, si tratta di trascorrere una serata in allegria, magari al saloon a trangugiar camomilla, quasi preferirei la compagnia di Coccobill e del suo nasone. Sempre di un eroe del Far West, stiamo parlando, e del suo cavallo Trottalemme, solamente un po’ più strampalato e con una Osusanna nel cuor.

la pagina web

Per godersi qualche ora di Far West si può guardare un film vecchio o nuovo - ce ne sono decine e decine, in bianco e nero e a colori - oppure digitare farwest sulla tastiera e vedere cosa appare. La storia del West, delle armi e delle battaglie; i guerrieri indiani e i soldati a cavallo nella guerra di secessione; il generale Custer e Geronimo Apache. Quasi quasi vien voglia di fermarsi al bivacco e gustarsi due bocconi di chili e buon appetito.

i nostri eroi

Lo sanno tutti che gli indiani d’America non sono per nulla indiani, nemmeno quando vanno in fila indiana, che non è indiana nemmeno lei, soprattutto in America... Ma ormai gli indiani sono indiani per tutti e non possiamo farci granché, anche perché chiamarli nativi è molto meno avventuroso, non credi? Sarebbe un po’ come chiamare Giuseppe, Carletto o Filippo i vari Toro Seduto, Cavallo Pazzo e Cochise. Una schifezza. E tra gli indiani d’America e delle pagine dei fumetti, spicca senz’altro Tiger Jack, compare di Tex Willer, guerriero Navajo, valoroso e tenace, abile cavaliere, capace di seguire le tracce sul terreno, un asso con pugnale, fucile e pistola. Con lui al mio fianco andrei a spasso nel West anch’io, altroché, e mi farei pure svelare qualche trucco e qualche segreto per sopravvivere in quelle valli solitarie.

Si chiama Kit Carson un altro dei compagni d’avventura di Tex, uscito dalla fantasia di Bonelli e Galeppini, ma un Kit Carson vero visse nel West e non è detto che non abbia fatto un po’ da modello per quello a fumetti.
Esploratore, guida, cacciatore e soldato, senza Christopher Carson, detto Kit, il nostro West sarebbe ancora molto far. Dal Colorado alla California, solitario o accanto a carovane di pionieri, con la divisa dei nordisti o con la giacca di pelle un po’ lisa, Kit era un pistolero niente male: si narra che un giorno uccise sei bufali con sei proiettili, sfamando per un pezzo tutti quanti al forte. Tanta fu la fama che si portò appresso, che non è difficile trovarlo – interpretato da qualche attore famoso – in un film con indiani e cow boy.

Se ti faccio il nome di William Frederick Cody, di sicuro non ti verrà in mente nessuno. Se, però, ti parlo di Buffalo Bill, scommetto che la tua fantasia si metterà a galoppare. Certo, perché Buffalo Bill è tra i personaggi più noti di quel Far West di tutti noi, dove se non si galoppa non vale. Però si chiamava davvero William Frederick Cody e adesso lo sai.
Da ragazzo fu corriere a cavallo, per la compagnia dei Pony Express e, consegnando corrispondenza, attraversò al galoppo la nazione. Poi partecipò alla guerra di secessione americana nei cavalleggeri del Kansas e, finita la guerra, fu guida tra i canyon e le vallate del West. Quando gli capitò di vincere una gara di caccia al bisonte, diventò per tutti Buffalo Bill e la leggenda ebbe inizio.
Bill divenne attore, recitando a teatro nel ruolo di se stesso, in avventure un po’ vere e un po’ no, ma piene di ogni cosa servisse nel West. Nei suoi spettacoli le scene erano a dir poco realistiche e come attori vennero chiamati anche guerrieri e pistoleri veri e già famosi di loro, come il mitico Toro Seduto e Calamity Jane. Impossibile non fare il tutto esaurito. E la leggenda non ebbe mai fine.
Dall’America Buffalo Bill girò il mondo, con il suo Wild West Show, e un paio di volte capitò anche in Italia per la gioia dei nostri bisnonni che, allora bambini, poterono lasciar galoppare la loro fantasia.

quattro domande a...

... John Wayne

Egregio cowboy, come fa - mi dica - a camminare con quel suo passo ciondolante da Far West?
Guardi, dipende innanzitutto dall’abbigliamento: gli stivali, per cominciare, con gli speroni dietro al tallone: i mocassini lasciamoli agli indiani... Poi c’è il cinturone, con la pistola legata a metà coscia: è lui che ti da il passo ondulato; con due pistole è un po’ diverso e più equilibrato. E poi c’è il cappello. Provi, lei, a camminare senza cappello. Io finisco sempre per inciampare.
E mi dica: quanti ne ha fatti fuori, di buoni o cattivi, un film dopo l’altro?
Ad essere rigorosi, nessuno, perché poi tutti si rialzano, come nei cartoni animati, e dopo le riprese si finisce insieme al bar. Ma per finta fin troppi. Anzi no forse persino pochi, perché ogni volta immagino di accoppare qualcuno che dico io e, almeno in quella scena, ho la mia bella soddisfazione. Ne avrei ancora una lista...
Ci credo. Ma parliamo del cavallo...
Ah, il cavallo... Si sa, è il miglior amico dell’uomo. Chi dice il contrario non è mai stato a cavallo o ha cavalcato un bassotto.
E nel duemila, chi è il cowboy dei giorni nostri?
Beh, dovessi girare un film sul Far West non avrei dubbi, Marione Balotelli: ha la faccia da fuorilegge ma il sorriso ghignante del bandito gentiluomo. Ha una mira niente male e una fucilata che non ti dico. E quando galoppa è uno spettacolo! Se non gli andasse bene il ruolo di bandito, gli faccio fare il capo indiano, ovviamente nei Moicani, e andrà bene lo stesso.

ti consiglio un libro

Tiziano Sclavi & Federico Maggioni - LÀ NEL SELVAGGIO WEST - edizioni BD
Esiste un Far West che non esiste, se non nella fantasia di Tiziano Sclavi - quello di Dylan Dog - e nei colori di Federico Maggioni. È un Far West tutto loro, che esiste là, nel selvaggio West, dove puoi trovare un cow boy - altrimenti che West è?! - ma anche un supereroe, un bandito e un clown, un cavaliere nella valle solitaria e, già che ci siamo, un ragioniere. E c’è pure un duello BANG BANG qua e là, e la canna fumante di una pistola. Accade nel West, che esiste anche quando non c’è.

Twitter: @andreavalente

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