30 Settembre Set 2013 0921 30 settembre 2013

Beni confiscati, la burocrazia è peggio della mafia

Il viaggio di “Per il nostro bene”

Casa Jazz

L’idea di base è tanto semplice quanto nobile: confiscare i beni conquistati illegalmente dalla criminalità organizzata per restituirli alla collettività. La sua realizzazione, però, non è affatto scontata. C’è un Codice antimafia da rispettare (e da rivedere), un’Agenzia nazionale con i suoi uffici da consultare e la solita cascata di timbri, delibere, pratiche, scartoffie che rimbalzano tra tribunali e uffici comunali. «La faccenda della confisca e del recupero delle proprietà dei mafiosi non è una linea retta, ma un gomitolo», scrivono Ilaria Ramoni e Alessandra Coppola nel libro Per il nostro bene (Chiarelettere). Sottotitolo: “La nuova guerra di liberazione. Viaggio nell’Italia dei beni confiscati”. Con tanto di vademecum finale per seguire il percorso dal sequestro all’assegnazione dei beni. Anche dall’estero. 

Sono passati più di trent’anni da quando, sull’onda dell’emozione per l’uccisione di Pio La Torre prima e Carlo Alberto dalla Chiesa poi, nel 1982 prese forma la legge Rognoni-La Torre che introdusse nel Codice Penale italiano l’articolo 416 bis, con l’“associazione di tipo mafioso” e la confisca dei beni appartenuti ai mafiosi  Qualche anno dopo, nel 1996, dopo le stragi del ‘92-‘93, la legge 109 del 1996 aggiunse un tassello: il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Facendo vivere una seconda vita a case e terreni che erano stati di boss e padrini. «Cosa più brutta della confisca dei beni non c’è», confessò il boss Francesco Inzerillo ai nipoti. L’obiettivo è colpire i piccioli dei boss, «lasciarli nudi. E mostrarli così alla gente».  Perché la lotta alle mafie è soprattutto economica.

Dove c’era la cabina armadio di Francesco «Sandokan» Schiavone, a Casal di Principe, Caserta, c’è l’ufficio di un’associazione per bambini autistici. Dove il piccolo Giuseppe Di Matteo era stato sequestrato, ucciso e sciolto nell’acido, nel Corleonese, c’è un giardino della memoria frequentato da studenti. Dove un narcotrafficante legato alla ‘ndrangheta aveva fatto incidere nel marmo cerchi e iniziali dai misteriosi richiami massonici, in un appartamento di viale Jenner a Milano, si trascina il passo incerto di un anziano

A dicembre 2012 l’Agenzia per i beni confiscati conta 11.238 immobili e 1.708 aziende. Numeri da mettere sotto la lente d’ingrandimento. Così si vedono terreni gravati da ipoteche, ville danneggiate, terreni occupati, appartamenti confiscati solo in parte e indivisibili. E soprattutto imprese, la maggioranza delle quali già avviata alla liquidazione. «Un bene recuperato appieno resta una vicenda straordinaria, che deve tenersi sulle proprie gambe, perché la struttura complessiva da sola non la regge. Le amministrazioni locali di frequente non vogliono o non ne sono capaci. Gli istituti bancari fanno i propri calcoli, spesso in malafede». E l’Agenzia nazionale dei beni confiscati, nata nel 2010 come “sportello unico”, da sola non basta: non ha risorse né competenze sufficienti, ed è costretta a lavorare sull’onda dell’emergenza più che sulla programmazione. Manca persino un linguaggio comune sul valore dei sequestri. Ogni giorno nei comunicati stampa si leggono le cifre più varie. Né esiste un criterio unico per fare i calcoli.

Il libro di Ilaria Ramoni (che di mestiere fa l’avvocato e amministratrice giudiziaria e che per molti anni è stata referente dell’associazione Libera di Milano) e Alessandra Coppola (giornalista del Corriere della sera)è un viaggio nell’Italia confiscata. Tra quello che si è riuscito a riconquistare e quello che invece resta sprecato. Una mappa di storie che non partono dalla Sicilia estrema o dalla Piana di Gioia Tauro, ma dal Piemonte, con l’omicidio del magistrato Bruno Caccia, il 26 giugno del 1983 a Torino. Lì vicino c’è una cascina, a San Sebastiano da Po, che porta il nome del magistrato e quello di sua moglie Carla. Una cascina confiscata alla famiglia di Domenico Belfiore, il “nonno” che da Gioiosa Ionica (Reggio Calabria) negli anni Sessanta aveva portato nel Nord Ovest tutta la famiglia. Con tanto di caprette per produrre il formaggio. Un uomo comune, per i suoi compaesani, che dopo la confisca nel 1998 raccolsero addirittura le firme per un referendum comunale che impedisse l’assegnazione del bene ai «drogati» del Gruppo Abele.

I Belfiore vennero sgomberati dalla cascina solo nel 2007. Nove anni dopo. Il giorno in cui le autorità finalmente entrarono in possesso del bene, lo trovarono devastato. Prima di partire, i Belfiore avevano avuto il tempo di portare via le proprie cose e distruggere l’impianto elettrico, i tubi dell’acqua e del riscaldamento, i marmi e il legno. Tutto da ricostruire. Una situazione che si ripeterà spesso in questo viaggio.

Perché i tempi tra la confisca e l’assegnazione sono lunghi. Soprattutto se in mezzo c’è un’ipoteca.Nel frattempo mafiosi e parenti continuano a vivere negli appartamenti ormai di proprietà dello Stato. O vanno in rovina, e il lavoro da fare per il riutilizzo raddoppia. Le storie raccontate seguono un percorso a zig-zag: due passi avanti, uno indietro, ancora uno avanti e tre indietro. Un “balletto” che interessa il Paese, scrivono le due autrici, e non solo il Sud o il Nord cosiddetto “infiltrato”. Tra un passaggio e l’altro, tra un timbro e l’altro, ci sono furti, piante che muoiono, erbacce che crescono. 

Nelle pagine del libro entriamo nel castello mediceo di Raffaele Cutolo, «con le rubinetterie d’oro nei bagni e le batterie in rame nelle cucine», oggi andato semidistrutto. C’è la casa di Tano Badalamenti a Cinisi, con uno dei primi videocitofoni della storia, segno di potere in una terra di scarsa ricchezza. «Ci passava un mondo davanti a quel videocitofono. Politici e tutori dell’ordine, sodali e questuanti», compreso il padre di Peppino Impastato, il ragazzo di Radio Aut torturato e fatto esplodere sulla ferrovia per Trapani dai sicari del boss. Nella lista dei beni confiscati si trova perfino un pezzo di patrimonio dell’Unesco: un ex ristorante nei Sassi di Matera di proprietà di “Ninì Guagliò”, coinvolto in traffici di droga ed estorsioni. E poi ci sono i beni nelle zone sotto assedio: «Ecco, in un paese come Platì, che cosa si può fare di una casa confiscata ai «Castani»? Quale associazione accetterebbe mai di affrontare questa trincea?»

Ci sono luoghi che hanno così visibilmente cambiato pelle che andrebbero studiati e riprodotti, perché trasmettono un messaggio immediato: prima era un luogo chiuso di violenza e soprusi, adesso è una cosa bella, trasparente, aperta. La Casa del Jazz a Roma, per esempio: la villa del cassiere della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti, in stagione di investimenti culturali veltroniani, trasformata in un’oasi della musica, con la sala concerti, lo studio di registrazione, la biblioteca, il parco. I campi degli Arena a Isola di Capo Rizzuto, Calabria, che nessuno osava coltivare e che adesso, anche grazie all’intervento di Libera, producono i «finocchi della legalità»

Sono case e non solo, riempite di quegli oggetti simbolo del potere arrogante dei boss. Nei corridoi affrescati, nei passamano in noce, nell’ingresso neoclassico in stile Scarface, nel marmo blu brasiliano, c’è tutta la potenza e la debolezza della criminalità organizzata. Che ostenta così il controllo sui territori. Case di lusso, molte volte, nelle quali i mafiosi vivevano spesso come topi in gabbie dorate. Perché è questa la vita che aspetta ai sodali delle mafie. Per dirla con Peppino Impastato, «una montagna di merda». Che con il riutilizzo sociale dei beni può trasformarsi in concime. E forse l’immagine emblematica del libro è quella di Giovanni Impastato, fratello di Peppino, che si affaccia dal balcone della casa di Tano Badalamenti, a cento passi dalla sua casa, diventata “Casa Memoria” solo nel 2011. 

Ma non ci sono solo i recuperi di successo, come quello di Cinisi. Ci sono anche i recuperi a metà. Con il mafioso che resta il vicino della porta accanto. Succede spesso, è quasi la norma. Da una parte i parenti del mafioso-proprietario, di lì la cooperativa, l’associazione o la casa-famiglia che ha preso posto in una porzione del bene, perché il bene è stato confiscato solo in parte. Sulla buca delle lettere il cognome di ‘ndrangheta. Accanto, il nome dell’associazione a cui è stato assegnato il bene. Da una parte il bene occupato, dall’altro la terra liberata. Che è un paradosso, ma anche una vittoria. La mafia sconfitta (a metà) da eserciti di malati, disabili, emigrati, anziani, madri, bambini, disoccupati.

È questo il risultato di sequestri e confische che spesso altro non sono che atti burocratici maturati nel chiuso dell’aula di un tribunale, lontani dalla realtà. La villa sull’Appia antica, a Roma, per esempio, confiscata per due terzi a un esponente della Banda della Marranella (erede della Magliana), è indivisibile. La moglie è rimasta ad abitarci. Così, il bene è inutilizzabile e tutte le spese della villa, comprese quelle di gestione straordinaria, sono a carico dell’Agenzia, cioè del contribuente. 

La strada per la liberazione di questi luoghi è tutta in salitaCi sono sabotaggi, distruzioni, intimidazioni, oppure intralci burocratici, amministrazioni locali che si mettono contro, adirittura la banca che ha fatto credito al mafioso e adesso non accetta di annullare il debito  e perfino giudici che annotano un’altra particella catastale e sequestrano il bene sbagliato. Come è successo nella villa di Piddu Madonia sul litorale di Santa Croce Camerina, Ragusa, dove la famiglia del boss continuava a trascorrere indisturbata le vacanze. Perché nella misura di prevenzione il bene confiscato per errore era un altro.

Per tenere le redini della gestione dei beni confiscati è stata creata nel 2010 un’Agenzia nazionale. Con sede a Reggio Calabria. Una sede simbolica, ma scomoda da raggiungere. Tanto che il consiglio direttivo si riunisce il più delle volte a Roma. Uffici romani, per giunta, per i quali l’agenzia «paga quasi 25.000 euro d’affitto al mese, 295.000 all’anno». Proprio a Roma, che conta un terzo di beni confiscati e vuoti. Ma il personale è poco. E soprattutto, manca personale specializzato.

Nel 2007, durante un’audizione in Commissione antimafial’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi avvertiva: i beni confiscati «andrebbero gestiti in modo da assicurare non solo la loro conversione, ma anche la produzione di un reddito e l’incremento del valore»  A partire proprio dal salvataggio delle aziende appartenute ai boss. Su dieci aziende confiscate in Italia, nove non ce la fanno. Al Nord come al Sud, il futuro di un’azienda sottratta alle mafie è sempre uno: la morte. «Il problema è che tutte queste aziende, quando vengono rimesse nel mercato, non hanno più quel potere negativo aggiuntivo, quel superpotere, quegli anabolizzanti che consentivano di sopportare le pressioni del libero mercato», spiega nel libro il dirigente della divisione anticrimine della Questura di Trapani, Giuseppe Linares. Liberate dal laccio mafioso, le imprese si trovano davanti la realtà: «La fila dei creditori che prima, col boss, non osavano presentarsi; le banche che concedevano prestiti con facilità e all’improvviso chiudono le casse; i sindacati che non osavano parlare e adesso portano il conto di tutte le rivendicazioni arretrate».

In una situazione così critica, è così scandaloso parlare della vendita dei beni confiscati ai privati? Attualmente, la legge lo consente solo per le aziende. E per gli altri beni i pareri sono discordanti. «In pieno centro a Napoli, ho un piccolo magazzino confiscato all’interno di un ristorante di persone perbene. Il Comune non sa cosa farsene, il ristoratore lo pagherebbe a peso d’oro perché gli serve, ma io non posso vendere al privato e noi teniamo un bene che mi fa statistica e che non ho ancora destinato», ammette Giuseppe Caruso, direttore dell’Agenzia Nazionale. Il rischio è sempre lo stesso: che la mafia si ripresenti sottoforma di un prestanome e acquisti di nuovo il bene. «Certi immobili non hanno tanto valore simbolico, ma vanno potenziati per fini sociali perché la città, la comunità del luogo, si ricordi che ha vinto una battaglia di democrazia», replica don Giacomo Panizza, che con la sua comunità di «gente in carrozzina» ha espugnato un fortino di ‘ndrangheta a Lamezia Terme. Il punto, però, è che spesso queste battaglie si vincono quando è ormai troppo tardi.

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