3 Ottobre Ott 2013 0845 03 ottobre 2013

Intesa, comanda Bazoli ma Torino prepara la successione

Si allontana la riforma del duale

Giovanni Bazoli

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, deve averlo pensato domenica sera, chiedendo esplicitamente che nel comunicato stampa in cui si annunciava la nomina di Carlo Messina a consigliere delegato al posto di Enrico Cucchiani non fosse menzionato alcun riferimento alla riforma del duale chiesta dalla Compagnia di San Paolo. Il principale azionista (9,9%) dell’istituto avrebbe approfittato della moral suasion di Bankitalia, che da tempo chiede forme più snelle di governo societario, e dell’uscita dell’numero uno di Allianz Italia per esprimere la necessità di una riflessione in merito. Istanza formalmente accolta da Bazoli nel corso dell’assise di domenica scorsa. 

Tuttavia, il percorso è lungo e irto di ostacoli. In primis c’è l’incertezza politica, che pesa come un macigno sui 100 miliardi di titoli di Stato in pancia all’istituto. Poi le tempistiche: per archiviare il duale è necessaria una modifica dello Statuto di Intesa ratificata da un’assemblea ordinaria o straordinaria. Infine il difficile equilibrio tra l’anima torinese e milanese all’interno del sistema monistico prossimo venturo. Sebbene ogni ragionamento sia prematuro, sono in molti a chiedersi con quale moneta (probabilmente la nomina del presidente) l’ente guidato da Sergio Chiamparino scambierà il ridimensionamento di poltrone e presenza sul territorio. Nel sistema duale, infatti, spetta al consiglio di sorveglianza – espressione delle Fondazioni azioniste – nominare il consiglio di gestione, il “consiglio di amministrazione” della banca.

Non è un caso che i torinesi siano tornati a farsi sentire, e non solo perché Sergio Chiamparino e il presidente del consiglio di gestione di Ca de’ Sass, Gian Maria Gros-Pietro, condividono provenienza geografica, credo politico e amici come l’attuale sindaco della città, Piero Fassino. Ventidue mesi fa i sabaudi hanno giocato un ruolo fondamentale nel compromesso che portò alla nomina di Enrico Cucchiani, quando Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo e sodale di Giovanni Bazoli, puntava su Vittorio Grilli. Già nel 2010 la Compagnia di San Paolo aveva visto sfumare la candidatura dell’ex ministro del Tesoro Domenico Siniscalco alla presidenza del consiglio di gestione, in favore di Andrea Beltratti. Il quale, a sua volta, ha poi lasciato la poltrona a Gros-Pietro. 

Eppure la defenestrazione dell’ex Allianz e la repentina nomina di Carlo Messina, per quanto uomo estremamente apprezzato a Torino, dove peraltro ha sede la Banca dei Territori da lui guidata, rimane pur sempre opera di Bazoli. Così come l’ingresso di Francesco Micheli nel consiglio di gestione. Ovviamente il tutto con l’appoggio di Giuseppe Guzzetti. Da qui l’accelerazione repentina sulla governance operata dalla Compagnia di San Paolo. Peraltro, alla luce della rivalutazione delle quote di via Nazionale nel bilancio di Intesa, che è il principale azionista di Palazzo Koch, la moral suasion della vigilanza sembra più che sopportabile. Sulla riforma della governance sembra che i torinesi abbiano dalla loro Carifirenze, azionista al 3,37% dell’istituto, ma il vero obiettivo è preparare la successione. Nel 2016 Bazoli andrà a naturale scadenza, e Gros-Pietro, a quanto risulta, sembra un nome gradito allo stesso professore bresciano. Di acqua sotto i ponti, comunque, ne deve passare ancora molta. 

Intanto, dal punto di vista operativo i primi effetti della “decucchianizzazione” cominciano subito a farsi sentire. Con una circolare interna, il nuovo consigliere delegato (al suo esordio in consiglio martedì) ha azzerato la struttura di consulenza – in gran parte composta da manager con esperienza in Goldman Sachs e Rothshild – che Cucchiani aveva interposto tra lui e le prime linee del management:

«Si comunica che, nell’ottica della progressiva semplificazione delle strutture organizzative, viene a cessare l’unità Staff del Consigliere Delegato e CEO. Il personale preposto alle attività di cui alla predetta struttura viene temporaneamente assegnato all’unità Operazioni Strategiche e Progetti Speciali. Modificato Ordine di Servizio n. 3/2013 del 26/06/2013».

Ora che nel consiglio di gestione si siedono tre dei quattro top manager (Micciché, Messina e Micheli, Castagna è uscito non senza polemiche qualche mese fa) cresciuti internamente sotto la guida di Corrado Passera, sarà più facile gestire le partecipazioni “di sistema” come Telecom, Alitalia, la holding Carlo Tassara e i treni Ntv di Montezemolo. Nodi venuti al pettine tutti insieme nelle ultime tre settimane.

Per quanto riguarda l’ex compagnia di bandiera, oltre che azionista all’8,8%, l’istituto è esposto per diverse centinaia di milioni tra finanziamenti e contratti di copertura sul prezzo del petrolio. Servono subito 200 milioni per garantire la continuità aziendale, ma gli istituti di credito sono poco propensi a investire, men che meno alla luce degli imminenti stress test Eba. Ieri è arrivato anche il via libera alla ristrutturazione del debito della holding del finanziere franco-polacco Romain Zaleski, verso cui Intesa è esposta per 1,2 miliardi di cui 800 svalutati. Oltre alla moratoria al 2016, all’ingresso di una maggioranza di indipendenti nel consiglio d’amministrazione e alla trasformazione in azioni di 650 milioni di debiti, le banche avranno facoltà di incrementare le loro quote se le perdite supereranno un terzo del capitale e se avanzassero ulteriori crediti dopo la vendita di tutti i beni del gruppo. La cui continuità aziendale è garantita dalle attività sul territorio della Valcamonica (l’acciaieria Metalcam e la centrale idroelettrica di Terzo salto di Esine). 

I buchi in bilancio “di sistema” non offrono a Messina molto tempo per pensare. Eppure, paradossalmente, se lo vorrà il nuovo consigliere delegato può contare sul suo ex superiore, Enrico Cucchiani: come specificato oggi su richiesta Consob, il manager bocconiano manterrà il suo posto da direttore generale – senza peraltro siglare alcun patto di non concorrenza – fino al primo aprile 2014, percependo 900mila euro (con auto e autista personale) arrivando così a maturare i requisiti per la pensione. Si sa mai che i suoi contatti internazionali tornino utili al nocciolo duro degli azionisti storici, invece che spaventarli. Proprio su quest’ultimo punto, ieri Gros-Pietro ha specificato che l’addio di Cucchiani non è legato alle vicende della Tassara ma «risponde a un’esigenza del sistema dirigenziale della nostra banca di sviluppare maggiormente i rapporti tra il ceo e i suoi primi riporti», aggiungendo: «gli è stato chiesto di rimanere ancora qualche mese per assicurare una transizione fluida ed efficace, in particolare su un terreno a lui più congeniale, quello del collegamento con le istituzioni internazionali della finanza». 

Twitter: @antoniovanuzzo 

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