11 Ottobre Ott 2013 1511 11 ottobre 2013

Con Poste Alitalia tocca il fondo e inizia a scavare

Scelto per voi da Lavoce.info

Alitalia Aereo 0

In nome dell’italianità la nostra compagnia di bandiera è stata lentamente affossata. L’ultimo della lunga catena di errori porta il nome di Poste Italiane. Una soluzione assurda perché priva di ogni logica industriale e che rischia di compromettere la situazione dell’acquirente.

CAPITANI CORAGGIOSI O INTERESSATI?

Le compagnie aeree, si sa, sono un business fragile e nel mondo nomi famosi hanno conosciuto l’onta del fallimento: da Panam a Swissair. Alitalia è in crisi cronica da decenni, progressivamente affossata da un accanimento terapeutico condotto nel nome dell’italianità che ha salvato la forma della proprietà nazionale, a prezzo di soluzioni sempre più pasticciate per non dire vergognose.

Era chiarissimo che i “capitani coraggiosi” del 2008 erano mossi o da interessi immediati (i crediti di Banca Intesa ad Alitalia e soprattutto Air One) o che intendevano acquisire crediti politici (Riva e Ligresti, tanto per capire qual era il clima). Così come era chiaro che le ipotesi di profitti elevati e monopolistici sulla rotta Milano-Roma erano assolutamente irrealistiche, nonostante fossero la chiave di volta dell’intero piano industriale, prontamente benedetto da consulenti “indipendenti”.

Ma poiché non c’è limite al peggio, l’idea che una società che rischia di dover lasciare gli aerei a terra perché non ha più i soldi per pagare il carburante possa essere salvata dall’intervento di Poste Italiane appare come una trovata degna del miglior teatro dell’assurdo. Al di là dell’iniezione di capitale immediato che ne può derivare, quali altri benefici può portare una simile soluzione? Poste Italiane in realtà è un conglomerato finanziario, perché ormai lettere, pacchi e cartoline rappresentano meno di un quinto dei ricavi totali. Il grosso viene dai servizi assicurativi (57,5 per cento) e finanziari (22 per cento).

POSTE ITALIANE: UN’OPERAZIONE INSENSATA

Insomma, poiché il suo patrimonio è detenuto al 100 per cento dal Ministero dell’Economia, è l’ultima banca pubblica in circolazione e dunque l’unica che possa prestarsi ad un’operazione politica per quanto azzardata, così come si era prestata nel recente passato alla costituzione della Banca del Mezzogiorno, fortemente voluta dal Ministro Tremonti e dimostratasi assolutamente inutile. E l’unico punto di contatto con il trasporto aereo è dato da una partecipazione di una piccola società Mistral (110 milioni di ricavi, di cui oltre un terzo infragruppo), così florida che nell’ultimo bilancio il suo valore è stato ridotto di 12 milioni.

Non solo: sempre nel bilancio 2012 si legge che il 19 luglio di quell’anno Poste aveva pubblicato “una sollecitazione all’invio di una manifestazione di interesse per l’acquisto della partecipazione totalitaria attualmente detenuta nel capitale di Mistral Air Srl al fine di valutarne la cessione a un operatore selezionato”. Decodificato: “toglieteci questo peso dal bilancio. A qualunque prezzo”. Ovviamente, il mercato ha manifestato sì, ma il più totale disinteresse. E adesso questa aziendina traballante e poco amata anche dal suo azionista unico dovrebbe diventare il taumaturgo che risolve la crisi aziendale più cronica della storia dell’aviazione civile mondiale? Ma mi faccia il piacere, direbbe Totò.

Ma soprattutto: ammesso che il ministro Saccomanni sia disposto ad avallare questa scelta scellerata, sarà interessante vedere se il consiglio di amministrazione di Poste Italiane riuscirà a trovare una motivazione per una decisione priva di ogni logica industriale, che rischia di compromettere la situazione dell’acquirente, che ha un profitto interessante in valore assoluto (1 miliardo di euro) ma una posizione finanziaria netta già negativa (-1,9 miliardi), a causa dei 40 miliardi di conti correnti postali, che costituiscono la principale passività. Nonostante questo, Poste Italiane è chiamata ad un contributo significativo di 75 milioni, che si aggiungono ai 200 che dovrebbero versare i capitani coraggiosi, in forme peraltro tutte da definire.

Insomma: il tragico destino di Alitalia è una lunga catena di errori commessi dall’azienda, dal sindacato e dalle forze politiche di ogni colore. Sembrava che si fosse toccato il fondo con l’ultima trovata, confezionata da Berlusconi e guidata da Colaninno. Nossignori; per Alitalia vale sempre la vecchia battuta: quando hai toccato il fondo, comincia a scavare.

Originariamente pubblicato su lavoce.info

Profilo di Marco Onado*

E' stato professore ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari nelle Università di Modena (1972-1984) e di Bologna (1984-2001). Visiting Professor presso l'University College of North Wales (1984) e Brown University (1989). Membro del Comitato Scientifico di Prometeia (Associazione per le ricerche econometriche, Bologne), Consob, Ente per gli studi monetari bancari e creditizi "Luigi Einaudi" e delle riviste "Banca Impresa e Società" e "Mercato Concorrenza Regole". Commissario Consob dall'ottobre 1993 all'ottobre 1998 (in tale periodo ha fatto parte di varie commissioni, fra cui la "Draghi" per la preparazione del Testo Unico della Finanza). Consigliere CNEL, Consiglio Nazionale dell'Economia e Lavoro (esperto di nomina Presidente della Repubblica), Editorialista de "Il Sole 24 Ore". Attualmente, insegna Diritto ed Economia dei Mercati Finanziari e Comparative Financial Systems presso l'Università Bocconi di Milano. Le sue aree di interesse scientifico sono la struttura dei sistemi finanziari e i confronti internazionali (anche come coordinatore della ricerca dell'Ente Einaudi "Verso un sistema bancario europeo). Gli aspetti economici della regolamentazione dei mercati e degli intermediari finanziari. La corporate governance delle società quotate. La microeconomia dei mercati finanziari.

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