11 Ottobre Ott 2013 0715 11 ottobre 2013

Viaggio all’Ilva, perché Taranto non poteva non sapere

Tra Telecom e Alitalia il bubbone Ilva

Ecco 093

TARANTO - Nel 1957 Guido Piovene pubblicava «Viaggio in Italia». Un reportage che ha raccontato, chilometro dopo chilometro, il paesaggio in cambiamento prima del boom industriale. Almeno così lo chiamano i libri di scuola. Le prime tappe di una storia che avrebbe cambiato in modo radicale grandi aree della penisola. Della sua sosta nella città dei due mari scriveva:

Ma il meglio della vita di Taranto vecchia è all’aperto, sulla banchina, tra la muraglia delle case e il Mar Piccolo. È uno dei posti più vivaci dell’Italia del Sud, e non saprei trovarne di paragonabili; sembra illustrare una novella orientale, di quelle dove i pesci parlano e sputano anelli preziosi. Forse perché la merce si espone e si vende con i vecchi metodi, vi è qui una vera comunione tra il porto, la gente che grida e i fondi marini. (…) Questo porticciolo orientale, questa popolazione di pesci e molluschi, è uno dei migliori ricordi italiani; è così nell’insieme il ricordo di Taranto, città di mare tersa e lieve, tanto che passeggiandovi sembra di respirare a tempo di musica.

Chissà come sarebbe stato per quel lucido scrittore del ‘900 immaginare la Taranto della sua vecchiaia e quella di oggi. Chiusa tra l’Ilva, l’Eni, i cementifici, l’Arsenale e una marea di piccole discariche abusive che di fatto uniscono il centro con le estremità della città. Fino a Statte da un lato e il quartiere Paolo VI dall’altro. Basta prendere l’auto, fare un giro e imboccare vie a caso per rendersi conto dell’abbandono diffuso. Un esempio? Nel 2012 la piazza del mercato del quartiere Tamburi cede e trascina nella voragine un furgone. Tre feriti. Sotto c’e una delle gallerie Ilva che fanno scorrere l’acqua di raffreddamento tra il mar Piccolo e quello Grande.

In molti hanno puntato il dito sull’azienda. Ma proprio in questi giorni il perito del tribunale ha messo per scritto il suo lavoro. Sette anni prima del crollo c’era stata una serie di avvisaglie. Invece di un intervento immediato c’è stata la totale assenza di manutenzione tra il 2005 e il 2012, la mancanza del «collaudo tecnico amministrativo» che il comune di Taranto avrebbe dovuto compiere entro qualche mese dalla fine dei lavori avvenuti a gennaio 2005 e, soprattutto, la condotta della fase progettuale e realizzativa dei lavori caratterizzata da «tante e tali leggerezze», si legge su un quotidiano locale, «che hanno annullato il principio delle condizioni di sicurezza posta a base di ogni processo di questo genere». Senza manutenzione adeguata qualunque città sprofonda.

Così anche Piovene, prima di morire nel 1974 e 17 anni dopo il celebre libro, ha potuto assistere all’inaugurazione del IV centro siderurgico Italsider da parte di Giuseppe Saragat. E letto delle norme varate nel 1971 passate alla storia come legge anti smog. Nei propri occhi, lo scrittore ha potuto racchiudere prima le speranze di ricchezza e poi l’ansia di un declino fatto di malattie per le donne e gli uomini e di degrado per l’ambiente. La sua vista si è fermata al 1974. I tarantini hanno invece continuato a guardare negli occhi la decadenza delle propria terra. A volte le colpe sono arrivate da vicino, dalle amministrazioni locali, altre volte da lontano. Da Roma.

«Il Comune di Taranto», si legge in una interessante tesi dell’università di Perugia sulla politica industriale della città pugliese attraverso le vicende Ilva, «inizia realmente a percepire il problema ambientale stimolato anche dall’emergere di un nuovo associazionismo attivo nella città. A gennaio del 1971, la Giunta Comunale nega la licenza edilizia per i lavori d’ampliamento, a marzo dello stesso anno il Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno invita il Comune alla concessione della licenza, concessione che arriva a ottobre dello stesso anno. In precario».

Ma si sa che in Italia non c’è niente di più definitivo del precario. Il presidente del Consiglio all’epoca dei fatti è Emilio Colombo. I governi successivi però non fanno passi indietro. L’acciaieria è strategica. Vengono concessi tre dei cinque sporgenti per l’attracco delle navi che scaricano materia prima e imbarcano prodotti finiti. Gli occupati complessivi nell’impianto passano in quel decennio da 6.000 a 13.000. Nel frattempo, il mondo sta cominciando a cambiare. Cadono i muri e inizia quella che oggi chiamiamo globalizzazione.

Taranto invece resta la stessa. Il polo siderurgico è in affanno e l’unica soluzione che la politica immagina è privatizzare. Ma non su modello inglese. Sembra quasi che si sia cercato un solo obiettivo: salvaguardare l’occupazione. Arriva così la famiglia dei Riva. E un’intera provincia si affida loro sperando che possano riportare i bei tempi andati (che in realtà forse non sono mai esistiti). I Riva fanno un percorso molto diverso, quello che oggi tutti conoscono grazie alle inchieste giudiziarie. La città e l’intera provincia sembrano invece non fare nulla.

Nel 2008, quando la devastazione ambientale è ormai palese, il 75% del Pil di tutta l’area di Taranto proviene ancora dall’Ilva. E il 76% di tutte le merci in entrata e in uscita dal porto hanno come destinatario e mittente l’acciaieria. Nessuna diversificazione. Si andava incontro a un muro fatto di polveri inquinanti e tumori. E nessuno ha pensato che una volta esploso il bubbone non sarebbe stato possibile semplicemente spegnere la fabbrica. A molti forse sarebbe piaciuta una nuova Bagnoli. A molti piacerebbe tutt’oggi. Statalismo a go go. Soldi a pioggia (la criminalità ringrazierebbe). E nessuna responsabilità. 

Così si è arrivati al bivio attuale: o la salute o il lavoro. Lo stesso spartiacque su cui i sindacati e i politici oggi sbraitano. Ma è chiaro che chi vive a Tamburi, il quartiere a pochi metri dall’Ilva, questo bivio non lo vuole. Nessuno dovrebbe trovarsi con una scelta tale. Oggi l’Ilva sta cercando di rimettersi al passo con i tempi. Servono quasi due miliardi di euro. E, in aggiunta, un piano industriale in grado di mantenere la competitività. L’ipotesi è un graduale addio al carbone. Una non facile, ma interessante, riconversione allo shale gas. Quindi eliminare le cokerie. «Al posto del carbone fossile», ha dichiarato al Sole24Ore Carlo Mapelli, consulente di Ilva per l’applicazione dell’Aia, «si vuole utilizzare il gas naturale come materia prima del processo dal quale si ricavano monossido di carbonio e idrogeno, ottenendo così un nuovo materiale, che prende il nome di pre-ridotto».

Ad oggi nel mondo se ne producono circa 5 milioni di tonnellate al mese (più 13% rispetto al allo stesso mese del 2012), soprattutto in Iran, India, Messico e Arabia Saudita. Dove c’è tanto gas. Del senno di poi ne sono piene le fosse. Ma se Taranto avesse costruito il rigassificatore, probabilmente oggi la conversione sarebbe più facile. Gas naturale liquido a disposizione e a buon prezzo. Certo l’opera sarebbe stata complessa. Avrebbe imposto dragaggi di fondali da tempo inquinati. La trasformazione dei fanghi in rifiuti. Qualcosa di imponente. Meglio così non fare nulla. Tanto non si può nemmeno contare su quello di Brindisi.

Dopo undici anni di attesa, inchieste e malaffare, British Gas ha abbandonato il progetto e la Puglia. Così oggi non c’è il gas. Ma i fondali restano inquinati. Le cozze del mar piccolo vengono in parte buttate via perché crescono a contatto di diossina e policlorobifenili e diventano loro malgrado il simbolo di Taranto. Di come le cose si tirano per lungo. Si è arrivati così alla terza stagione di fila compromessa. Già nel 2011 appariva chiaro che la produzione del primo seno del mar Piccolo non fosse più possibile e che quindi si sarebbe dovuto provvedere a spostare la mitilicoltura nel mar Grande. Ma tra pareri (Marina Militare, Porto, Acquedotto di Puglia) e rilascio di concessioni e regolarizzazione degli abusivi sono trascorsi 18 mesi preziosi. Forse adesso avverrà il trasloco e così potrà partire la bonifica di quel tratto di mare quasi chiuso. Progetto previsto dalla legge 171 del 2012. Chi pensa che a Taranto ci sia solo l’Ilva si sbaglia. C’è anche Taranto da riformare.

(Foto di Sergio Paleologo)

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