15 Ottobre Ott 2013 1930 15 ottobre 2013

Nessun taglio alla Sanità (che spreca 10 mld all’anno)

L’annuncio di Letta

Ospedale Coda

In Italia si potrebbero risparmiare 12 miliardi di euro l’anno di spesa sanitaria portando a un’efficienza media l’intero sistema. In tre anni si arriverebbe a un totale di 36 miliardi di euro. La legge di stabilità presentata martedì 15 ottobre dal governo non prevede alcun taglio nel prossimo triennio.

Le ipotesi, bollate dal presidente del Consiglio Enrico Letta come “infondate”, che circolavano fino a poche ore dal Consiglio dei ministri di martedì parlavano di 2,5 miliardi in meno per i prossimi tre anni. Meno di un quattordicesimo del risparmio possibile. Eppure tanto era bastato a scatenare le proteste dell’intero arco parlamentare e il seguente fuoco di sbarramento.

Ancor prima che la legge di stabilità venisse pubblicata il ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin (Pdl), aveva affermato «che il Servizio sanitario nazionale non può sopportare i tagli di cui si legge nei giornali». Stessa posizione assunta dal segretario del Pd, Guglielmo Epifani, dal leader dell’Udc Pierferdinando Casini e da Pierpaolo Vargiu, presidente della commissione sanità della Camera in quota Scelta Civica, che era arrivato a profetizzare «la fine del Sistema sanitario nazionale» se fossero arrivati nuovi tagli. Le loro richieste sono state ascoltate e alla fine alla sanità pubblica non sarà tolto un euro.

La spesa dello Stato per la sanità è più che raddoppiata negli ultimi 15 anni. Siamo passati dai 52 miliardi di euro del 1996 (5,2% del Pil), ai 112 miliardi del 2011 (7,1% del Pil). A causa dell’invecchiamento della popolazione e del maggior costo delle prestazioni mediche, si prevede una costante crescita anche nel prossimo futuro. Con i tagli decisi dall’allora ministro Tremonti e con la spending review del governo Monti si è evitato un aumento della spesa nel recente passato, ottenendo anzi ad un leggero contenimento. Nel 2012 si è arrivati “solo” a 110,8 miliardi di euro, cresciuti nel 2013 a 111,1 miliardi.

Senza alcun taglio da parte della legge di stabilità il 2014 vedrà aumentare il totale a un nuovo record, 113 miliardi di euro, anche a causa della sentenza della Consulta che ha bocciato l’introduzione di nuovi ticket – disposta negli ultimi mesi del governo Berlusconi - che avrebbero portato ad un risparmio di 2 miliardi di euro all’anno. Miliardi che andranno invece recuperati dalla pressione fiscale, che pure il governo Letta ha annunciato di voler abbassare di un punto nel prossimo triennio. 

Le variazioni della spesa avvenute finora, inferiori a un punto percentuale (in più o in meno), sono comunque poca cosa rispetto ai risparmi che si potrebbero ottenere con una razionalizzazione del sistema. Uno studio del Cerm (centro ricerche su competitività, regole e mercati) del 2011 spiega come intervenendo sugli sprechi si possa risparmiare una decina di miliardi all’anno.

Ci sono cinque Regioni “per le quali il gap di efficienza e di qualità risulta particolarmente acuto: Campania, Sicilia, Puglia, Calabria e Lazio”. Se si prende come punto di riferimento (o “benchmark”) la regione più virtuosa, cioè l’Umbria, si può calcolare che per raggiungere tale livello “la Campania dovrebbe ridurre la spesa di oltre il 33% e aumentare la qualità di quasi il 90%. La Sicilia dovrebbe ridurre la spesa di oltre il 24% e aumentare la qualità anch’essa di quasi il 90%. La Puglia dovrebbe ridurre la spesa di quasi il 24% e aumentare la qualità di oltre il 96%. La Calabria dovrebbe ridurre la spesa di poco più 15% e aumentare la qualità di oltre il 132% (un più che raddoppio). Il Lazio, infine, dovrebbe ridurre la spesa di quasi il 13% e aumentare la qualità di oltre il 76%”.

Tradotto in valore assoluto, la Campania – se raggiungesse il benchmark - dovrebbe liberare risorse per oltre 3,4 miliardi di euro all’anno. La Sicilia per oltre 2,1 miliardi. La Puglia per quasi 1,8 miliardi. Il Lazio per quasi 1,5 miliardi. La Calabria per oltre 560 milioni. Nel complesso, le cinque regioni più devianti potrebbero liberare risorse per circa 9,4 miliardi/anno, se si posizionassero sulla frontiera efficiente. Se lo facessero tutte le regioni, si arriverebbe appunto a 12 miliardi/anno: una riduzione della spesa sanitaria dell’11%.

Una politica di soli tagli, senza cioè una programmazione economica preliminare concordata tra Stato e Regioni, avrebbe rischiato di creare disservizi e disagi ai cittadini. Anche per questo si sono registrate forti resistenze. In base all’ultimo rapporto del Censis al «ritrarsi del welfare pubblico», determinato dalle manovre degli ultimi due governi, corrisponde «un trasferimento del costo della tutela sociale verso i bilanci familiari», segno che i tagli invece di intervenire su sprechi e costi sopra lo standard si traducono in una riduzione dei servizi per i cittadini. Il problema, sempre stando all’analisi del Censis, sono i modelli organizzativi e gestionali che stentano a valorizzare la professionalità del personale e il «controllo politico giudicato soffocante e tra le prime cause primarie di inefficienze e sprechi».

Non è quindi una mera riduzione della spesa pubblica sanitaria – per ora scongiurata – che può portare da un lato ingenti risparmi, che pure sarebbero possibili, e dall’altro un miglioramento altrettanto possibile delle prestazioni ai cittadini. È necessaria una riforma che ripensi il modello del sistema sanitario nazionale, proseguendo ad esempio sulla strada della de-ospedalizzazione e dell’aumento delle cure a casa (sempre più necessarie col progressivo invecchiamento della popolazione), e riducendo il peso della politica e delle clientele.

Twitter: @TommasoCanetta 

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