18 Ottobre Ott 2013 1930 18 ottobre 2013

Singapore Connection, il nuovo calcioscommesse globale

Un’inchiesta in ebook lunga tre anni

Singapore Connection

17 settembre 2013: il dipartimento anticrimine della polizia di Singapore arresta quattordici persone. Sono gli esponenti di spicco dell’organizzazione che dal Sudest asiatico ha guadagnato milioni e milioni di euro truccando le partite dei più importanti campionati di calcio del mondo, fino a provocare un terremoto anche nella Serie A italiana. Ma la cattura del boss Tan Seet Eng è davvero la fine dell’organizzazione?
*L’ebook “Singapore Connection- Caccia ai boss del calcioscommesse mondiale” , edito da Informant, è un reportage investigativo frutto del lavoro di tre anni: Gianluca Ferraris e Antonio Talia conducono il lettore alla scoperta delle strade segrete della metropoli asiatica, tra allibratori clandestini, scommettitori incalliti, e signori della truffa già pronti a truccare il prossimo match. Fino al cuore del meccanismo finanziario che ha messo in ginocchio il calcio moderno. Nella versione iPad “Singapore Connection” contiene grafici, video a telecamera nascosta, foto, mappe dei luoghi dell’indagine: un nuovo tipo di reportage, per sperimentare gli ultimi confini del giornalismo digitale. Pubblichiamo un estratto dell’ebook, in vendita da oggi in tutti i negozi online.

Sulle tracce di Tan Seet Eng
capitolo 2

Dicono che succeda da febbraio a ottobre inoltrato. O anche dopo, se l’anno è particolarmente buono: a Singapore tutto sembra una fotografia sovraesposta, di quelle scattate un minuto dopo mezzogiorno.

Fuori dall’aeroporto Changi t’investe una luce sgranata e gli alberi di sendora lungo il viale verso la baia appaiono ancora più lussureggianti, mentre l’azzurro riflesso sui vetri dei grattacieli di Raffles Place e Marina Bay si trasforma in un turchese accecante.

Singapore è rigogliosa: nel 2009 ha superato Hong Kong per numero di milionari in rapporto alla popolazione.

Singapore è rutilante: dal 2010 è il quarto hub finanziario globale, dopo Londra, New York e la stessa Hong Kong.

Singapore è vibrante: i broker occidentali, asiatici e dei Paesi del Golfo – in fila fuori dagli uffici delle multinazionali per la pausa delle 10:30, ognuno col suo bicchiere targato Starbucks in mano - hanno tutti trent’anni o poco meno, e guadagnano stipendi da favola. Nei fine settimana si scatenano sulle piste di club sontuosi come il Pangaea e l’Altitude, oppure saltano sul primo volo verso le spiagge di Thailandia, Malesia e Filippine con la tavola da surf sottobraccio. Molti di loro sono arrivati insieme ai capitali confluiti da tutto il mondo, surfando sulla crisi del 2008: il maremoto ha devastato Wall Street, poi si è abbattuto sulla City londinese e sul resto dell’Europa, ma una volta giunto sulle sponde dell’Asia si è ridotto a un’ondata piacevole, ancora carica di opportunità.

I singaporiani e gli espatriati sanno che l’isola-metropoli può regalare fortuna e privilegi, a patto di rispettare le regole. Dietro le telecamere di videosorveglianza piazzate a tutti gli angoli di strada c’è una squadra della Singapore Police Force pronta a intervenire a ogni infrazione nell’arco di pochi minuti. Nei tunnel della metropolitana, tra una pubblicità e l’altra, gli schermi invitano il bravo cittadino a segnalare alla polizia tutti i tipi sospetti. I mozziconi di sigaretta e i chewing-gum gettati a terra possono costare circa 300 dollari di multa. Chi si mette alla guida con un tasso alcolico equivalente a due birre rischia la notte in carcere, e agli stranieri bastano due infrazioni per il ritiro del permesso di soggiorno. I tribunali condannano ancora alla fustigazione, come ha scoperto a sue spese quel ventenne svizzero sorpreso nel 2010 mentre disegnava graffiti su un treno della Mass Rapid Transit. Per chi traffica in droga è prevista la pena di morte.

Sarà forse per questo che in città il tasso di criminalità è tra i più bassi al mondo; ma anche se sui giornali Straits Times e The New Paper di solito la notizia peggiore della settimana riguarda qualche incidente stradale, le vite di oltre cinque milioni di abitanti non possono intrecciarsi quotidianamente senza esplodere in almeno due o tre brutte storie all’anno.

Nel 2013, per esempio, l’opinione pubblica rimarrà scioccata dal duplice omicidio di Kovan Road, padre e figlio uccisi a colpi di pistola da un ex poliziotto-modello, indebitato fino al collo con le vittime.

In certe zone di Singapore la prostituzione è legale, ma nello stesso periodo i media locali smascherano un giro di minorenni cinesi immigrate illegalmente e schiavizzate da un laido sfruttatore sessantenne.

Nel giugno 2012 Shane Todd - un ingegnere americano 31enne impiegato al Singapore Institute of Microelectronics - viene ritrovato impiccato nel suo lussuoso appartamento. I familiari non credono alla versione del suicidio e accusano la polizia di negligenza o malafede: nelle ultime lettere scritte prima di morire Shane era inquieto, temeva che quelle ricerche apparentemente banali che stava conducendo su un particolare tipo di semiconduttore per le telecomunicazioni avessero in realtà un’applicazione militare, e venissero rivendute dall’istituto di Singapore a un’azienda cinese collegata all’esercito di Pechino. Le autorità di Singapore riapriranno il caso su pressione dell’Ambasciata Usa, ma l’inchiesta finale si concluderà con un verdetto di suicidio.

Grattando la superficie emergono altri lati oscuri.

Singapore è uno snodo ideale per traffici di lusso e fughe nell’anonimato.

Forse, fino a qualche anno fa, quell’affascinante donna d’affari asiatica sempre in corsa tra riunioni, centri massaggi e party sulla terrazza del Marina Bay Sands, portava un altro nome ed era cittadina cinese: le banche di Singapore non fanno troppe domande sull’origine dei capitali, e da quando la stretta su Hong Kong si è fatta più pressante molti funzionari del Partito Comunista di Pechino in fuga con la cassa preferiscono riparare qui, con un altro passaporto e un’identità nuova di zecca.

Magari il broker occhialuto non tratta solamente innocue commodities: nel 2004 arrivano in città alcuni attivisti della Environment Investigation Agency in incognito, e in pochi giorni riescono a contattare numerosi intermediari capaci di spedire in tempi brevi enormi quantità di clorofluorocarburi in diverse nazioni che ne avevano bandito l’utilizzo aderendo al Protocollo di Montreal.

Può darsi che quel ricco commerciante tamil del quartiere di Little India rifornisca i miliardari cinesi e occidentali di beni proibiti come avorio e merbau, un legname prezioso di cui l’Indonesia ufficialmente proibisce l’esportazione: TRAFFIC, un’altra ONG specializzata in crimini ambientali, ha dimostrato che in città si trattano anche questi articoli.

Ma quando nel 2012 sbarchiamo a Singapore, a nessuno importa di broker infedeli, ecotrafficanti e papponi: tutta l’attenzione mediatica è concentrata sulla gang che nel giro di qualche anno ha messo in ginocchio il calcio mondiale.

A febbraio il nostro primo giro d’indagini si risolve in un buco nell’acqua: mentre in Italia infuriano le indagini di Cremona e Bari e dalla Finlandia si susseguono le rivelazioni di Wilson Raj Perumal, le forze dell’ordine di Singapore rifiutano di parlare. I vertici della Singapore Pools – unica società di scommesse legale sull’isola, controllata direttamente dal governo - non rilasciano dichiarazioni ufficiali. Due o tre amici singaporiani conoscono qualcuno che forse ha frequentato certi personaggi vicini all’ambiente delle scommesse truccate, ma anche queste fonti si rivelano nebulose e difficili da coltivare.

Poi, nel giro di qualche mese gli eventi subiscono un’accelerata. A metà luglio la polizia locale lancia Soccer Gambling 4, un’operazione condotta congiuntamente con le forze dell’ordine di Cina, Malesia, Indonesia e Vietnam che conduce all’arresto di 74 allibratori clandestini. Il pool di invisibledog.com - un gruppo di giornalisti indipendenti di Roma con ottime entrature nei Paesi asiatici - realizza un reportage per AlJazeera, riesce a mettersi in contatto con Wilson Raj Perumal e quasi avvicina Tan Seet Eng. Dainvisibledog.com otteniamo un contatto con Mohamed Yusuf Zaihan, il giornalista del quotidiano locale The New Paper che ha indagato sulla banda per primo. Mark Findlay, un criminologo della Singapore Management University, accetta di incontrarci. Gli amici del posto inviano segnali, qualcuno inizia a parlare, ed è ora di tornare a Singapore.

Forse l’impenetrabilità del crimine locale sta iniziando a scalfirsi.

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