20 Ottobre Ott 2013 1500 20 ottobre 2013

Giuseppe Rossi, detto Pepito, calciatore giramondo

Fantastica tripletta alla Juventus

Pepito

Chi è il giocatore italiano di calcio più attuale di tutta la serie A? No, non è Mario Balotelli. Vi do qualche aiutino: è nato all'estero, da genitori italiani, poi, tornato in Italia, ha vissuto sulla propria pelle l’abitudine - tutta italiana - di far fuggire i propri talenti. Ancora non ci siete? Ultimo aiuto: nel periodo nero della crisi finanziaria, ha trovato qualcuno che trovasse il coraggio investire su di lui, nonostante fosse ancora infortunato. Esatto: è Giuseppe Rossi.

Ma partiamo dall'inizio. Sono gli anni Settanta, e i suoi genitori sono emigrati nel New Jersey. Lì, a Clifton, insegnano italiano e spagnolo. Il padre, Fernando, è di Fraine, provincia di Chieti, mentre la madre, Cleonilde, è di Acquaviva d’Isernia, un paese di 500 anime nell’entroterra molisano. Sono gli anni Settanta, dicevamo, e nonostante il tentativo fatto con i Cosmos, il calcio non è ancora diventato quel fenomeno di costume che negli anni Novanta regalerà successi a non finire alla nazionale femminile degli Usa e che, sotto la presidenza di Clinton, darà vita alle soccer moms.

Ma Fernando Rossi, da bravo italiano, del calcio non può fare a meno e, oltre a insegnare, si diverte ad allenare i ragazzini, spiegando loro che il pallone si può anche calciare con i piedi. È così che Giuseppe nasce negli Usa, ma già con il pallone tra tra i piedi. «Ho cominciato a 4 anni. Poi, mio padre, vedendo la mia predisposizione, ha cercato di indirizzarmi. Ma senza pressioni», racconterà qualche anno dopo in un'intervista rilasciata al "Centro". Da subito Giuseppe mostra un certo talento, tanto che a 12 anni la famiglia torna in Italia. Qui, dopo un po’ di provini, il ragazzo entra nelle giovanili del Parma. Giuseppe non lo sa ancora, ma è qui che comincia la sua vita da giramondo del calcio.

 

Lo scrive anche su Twitter, nella descrizione del proprio profilo: «…been around the world…hometown is always NJ». Sul concetto di "hometown", e sul suo significato, si potrebbe scrivere un altro articolo. Per Rossi, quella è la sua casa. La maglia azzurra, che conquista per la prima volta nel 2003 per la selezione Under 16, è un trofeo sportivo. Proprio come per l’oriundo Mauro German Camoranesi, che è nato in Argentina e che ha preso il passaporto italiano per giocare nella Juventus aggirando i limiti per gli extracomunitari.

Rossi è in Italia per cogliere un’opportunità: smettere i panni del giocatore di soccer e diventare finalmente un giocatore di calcio, quello vero. «Fraine è come se fosse casa mia, ci torno quando posso», spiegherà quando avrà già preso il volo per l’academy del Manchester United, nel 2004. Ma in realtà casa sua è un’altra, è lì, a nord di New York, dove i genitori sono andati in cerca di fortuna e da dove il padre riparte per non disperderla, ora che l'ha trovata nei piedi di suo figlio, che è ancora adolescente, ma con il pallone ha già la confidenza di un grande.

Una delle tradizioni più radicate nell'Italia contemporanea è dissipare i propri talenti. Anche se sono nati all’estero e qui ci vengono per crescere calcisticamente. Succede così che Giuseppe Rossi, nel 2004, va in Inghilterra. Una rotta molto frequentata, in quegli anni, quasi fosse una moda: e infatti il settore giovanile del Parma perde sia lui che Alberto Lupoli, che si accasa a Londra, all’Arsenal. «Io ho fatto una scelta di vita. Le polemiche non mi interessano. Ho avuto la possibilità di trasferirmi in una grande società che ha voluto scommettere sul mio talento. Devo solo lavorare e crescere per ripagare tanta fiducia», spiega mentre in serie A ci si strappa i capelli per averlo lasciato partite. Dopo che se n’è andato, ovviamente, perché le tradizioni vanno rispettate fino in fondo.

A Manchester stringe amicizia con la punta olandese Ruud Van Nistelrooy, di cui dice «è un amicone», ma non solo. Alex Ferguson stravede per lui e, anche se lo fa giocare con il contagocce, lo fa allenare sempre in prima squadra. È quasi arrivato il suo momento, e infatti in prima squadra esordisce il 10 novembre 2004 in Coppa di Lega contro il Crystal Palace. Mentre per l'Europa deve attendere il 9 agosto 2005, giorno del suo debutto in Champions League contro il Debreceni. Poi, il 15 ottobre, esordisce in Premier League, e lascia subito la firma, un gol contro il Sunderland. Mentre in Italia ci si straccia ancora le vesti, Rossi continua la sua gavetta e va in prestito a Newcastle: 13 partite, 1 gol.

Been around the world. L’Italia sembra lontana. «Penso di tornarci un giorno. Ma questa che sto vivendo è un’esperienza meravigliosa. Gioco nel Manchester United, cosa chiedere di più?». Ci torna presto invece, proprio al Parma, sempre in prestito. In 6 mesi, lui e il tecnico Claudio Ranieri salvano la squadra da una quasi certa retrocessione in serie B. Quell'anno, in 19 partite, realizza 9 gol, il primo all’esordio contro il Torino, regalando al Parma una vittoria che mancava da 10 partite.

È una scalata verso il successo. Il trofeo azzurro diventa sempre più prestigioso: arriva in Under 21, fucina di talenti. Ma Ferguson, con lui, più che un padre è un Saturno che mangia il figlio: per 11 milioni lo cede al Villareal, in Spagna. Anche qui firma il suo esordio in campionato alla grande, segnando. Nel 2008 si aprono le porte della Nazionale maggiore. Nel 2009, in Confederations Cup, tiene in piedi la baracca nella fragile Italia che l’anno dopo farà la peggiore figura azzurra nella storia dei Mondiali. Ma lui, in Sudafrica nel 2010, non ci sarà: Marcello Lippi lo scarta all’ultimo.

Sembra l’ennesima delusione di un talento destinato a restare incompreso nel suo Paese. Ma all’estero continua a far faville: In 5 anni, in Spagna, è lui a guidare il "Sottomarino Giallo", come i tifosi chiamano il Villareal: 136 partite, 54 gol.

Ma a negargli ancora il grande palcoscenico della Nazionale stavolta ci pensano gli infortuni. Due, che gli tolgono una convocazione praticamente certa, una maglia ormai tatuatagli addosso da Cesare Prandelli e benedetta dal grande Enzo Bearzot. Il Vecio, quando lo vede giocare pensa a quel suo Mundial e a un altro Rossi: e proprio da Pablito conia il soprannome di “Pepito”. Il 26 ottobre 2011 si rompe il legamento crociato del ginocchio destro. Accade al Bernabeu, proprio là dove Bearzot aveva trionfato.

Il 13 aprile 2012 si rifà male nello stesso punto, in allenamento, e dè costretto a saltare anche Euro 2012. Ma è proprio qui, quando ormai molti lo davano per finito, che ricomincia la sua carriera, finalmente in Italia. A credere in lui è la Fiorentina, che nel bel mezzo della crisi decide di puntare forte e di rischiare, investendo su un giocatore ancora infortunato: 10 milioni di euro più 6 di bonus, clausola rescissoria da 35 milioni. Nell’ultimo doppio impegno contro Danimarca e Armenia ritrova la maglia della Nazionale. In viola prende il numero 49, anno di nascita del padre, scomparso nel 2010. Ora tutto torna. 

Twitter @olivegreche

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