21 Ottobre Ott 2013 1923 21 ottobre 2013

Altro che scandalo, la Francia sapeva di Prism

Ipocrisie & segreti del Datagate

Datagate 0

“Puoi star sicuro che gli Americani commettano tutte le stupidità che riescono ad immaginare, più qualche altra oltre la loro immaginazione”, disse una volta il presidente francese Charles de Gaulle. Che i suoi compatrioti avessero mantenuto un atteggiamento cauto, e privo di sarcasmo, nei confronti dello scandalo “Datagate” aveva suscitato qualche perplessità. Di solito all’Eliseo non si lasciano sfuggire facilmente un’occasione per muovere critiche gli alleati d’oltreoceano.

Ora che le Monde ha pubblicato un articolo – uscito in anteprima il 21 ottobre - in cui si svela che laNsa americana ha spiato in un mese 70 milioni di conversazioni telefoniche avvenute sul suolo francese le cose sono destinate a mutare, almeno formalmente. Migliaia di cittadini francesi (o più), se hanno composto determinati numeri o utilizzato certe parole-chiave, sono stati intercettati automaticamente. Forse lo sono tutt’ora. Nella rete sono finiti non solo soggetti sospettati di terrorismo ma anche esponenti del mondo degli affari, della politica, dell’amministrazione.

Forse non sapremo mai il perché dell’iniziale cautela ma di certo, esploso lo scandalo, la musica è cambiata: il ministro degli Esteri francese ha convocato l’ambasciatore americano per ricevere “immediate spiegazioni”. Il ministro dell’Interno ha dichiarato di essere addirittura “scioccato”. Tutto il Paese in generale è attraversato dall’indignazione e dal dibattito su limiti e regole per l’attività di intelligence.

Ma il governo francese era già stato informato lo scorso giugno delle attività del Nsa, anche se non si sa quanto esaustivamente. Il cambio di registro nei rapporti con gli Stati Uniti risponderebbe quindi più ad esigenze di immagine che non ad una reale incrinatura delle relazioni diplomatiche. «Credo che stia semplicemente venendo fuori quel che già si sapeva da tempo», dice Francesca Bosco, membro dell’unità sui crimini emergenti dell’Unicri (United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute), co-fondatrice del Tech and Law Center  ed esperta di intelligence.

Non ci sono profili di eccezionalità in quello che sta emergendo a proposito delle intercettazioni della Nsa in Francia?

La nota di eccezionalità sta nella mole di dati intercettati, nella portata del programma Prism. Ma i vari Stati nazionali hanno dei programmi molto simili che applicano ai loro cittadini, anche col rischio di intercettare le conversazioni tra questi e persone di altra nazionalità. Inoltre la Francia era avvertita da mesi di quanto stava succedendo. Ora devono mostrarsi indignati ma non c’è niente di nuovo. A suo tempo avevano reagito duramente il Brasile e la Germania, ora altri Paesi, i termini della questione non cambiano: bisogna ripensare il ruolo dell’intelligence nelle relazioni tra Stati e, al netto della segretezza che è connaturata al tipo di attività, stabilire regole e controlli comuni.

Quindi non è pensabile che alla Francia sia stato riservato un “trattamento speciale”? In alcuni rapporti dell’intelligence americana viene inserita, insieme a Russia e Israele, tra gli Stati che – anche se molto meno della Cina – fanno spionaggio industriale a danno degli Usa. L’operazione della Nsa non potrebbe essere una forma di controspionaggio?

Penso che l’opera di controspionaggio venga diretta contro una molteplicità di Paesi, non solo la Francia. Non credo ci sia una situazione particolare. Il problema è che si sta perdendo il senso di quello che è il ruolo dell’intelligence. Siamo arrivati ad una situazione di caos in cui tutti spiano tutti e per i motivi più disparati. In questo può essere complice anche il sempre maggior ricorso ai privati in commistione col pubblico. Mi aveva colpito il caso del Brasile, quando emerse che gli Stati Uniti spiavano una compagnia petrolifera, di cui il governo di Brasilia era azionista, a fini commerciali. L’intelligence dovrebbe essere impiegata a fini della sicurezza nazionale, almeno prevalentemente. Invece stiamo scivolando verso un delirio di onnipotenza predittiva, non solo nelle situazioni scomode ma nei quotidiani rapporti con tutti i Paesi.

È pensabile che, dopo l’emersione di questo scandalo, ci siano delle ritorsioni della Francia contro gli Stati Uniti?

Da un punto di vista diplomatico no, non credo. Ma il fatto che queste notizie emergano sulla stampa e sui mass media sta avendo degli effetti importanti, che potrebbero ripercuotersi anche sui governi e sugli Stati. Questa penso sia la prima volta che le opinioni pubbliche sono rese consapevoli della portata delle nuove tecnologie. Anche le Nazioni Unite si stanno muovendo. Lo scorso settembre il consiglio dell’Unhrc (United Nations Human Rights Council) ha invitato i Paesi membri a garantire il rispetto dei diritti umani anche nel controllo delle comunicazioni. Nel dibattito sulle nuove regole che dopo questi scandali ha preso piede ora hanno peso non solo le opinioni dei privati, di quelli che operano professionalmente nel settore, ma anche quella dei cittadini dei vari Paesi.

E l’Italia? Anche le nostre comunicazioni sono state, potenzialmente, intercettate?

Il silenzio dell’Italia a proposito di questo tema è strano, finora non ci si è posti grandi domande. Ovviamente non penso che siamo andati esenti dall’essere spiati dalla Nsa, ma se non è ancora emerso niente può dipendere dalla scarsa entità della questione o da ragioni politiche. L’Italia dovrebbe comunque prendere posizione nel dibattito attualmente in corso, anche solo per il fatto di essere un membro fondamentale dell’Unione europea  A livello interno poi abbiamo dato molto potere ai servizi con le recenti riforme. Sarebbe opportuno che questi non rispondessero ad una sola persona – il presidente del Consiglio – e che venissero quindi rafforzati i meccanismi di accountability del loro operato.

Ancora una volta alla base dello scandalo di turno ci sono i dati trafugati da Snowden. Esclusa la possibilità che sia una spia al soldo dei cinesi – non si capisce perché avrebbero dovuto bruciarne la copertura – possiamo definirlo il loro “utile idiota”? Da quando è scoppiato il Datagate il tema del cyberspionaggio cinese, che fino ad allora teneva banco, è scivolato in secondo piano…

È vero che si è spostata l’attenzione dalla Cina agli Stati Uniti ma non saprei dire se è una strumentalizzazione dei cinesi o semplicemente era inevitabile che le cose andassero così. Nel mondo dello spionaggio è difficile prendere posizioni nette su praticamente qualsiasi aspetto: le cose possono sempre cambiare o essere diverse da quello che erano sembrate in un primo

Twitter: @TommasoCanetta 

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