fenomeno le pen
27 Ottobre Ott 2013 0627 27 ottobre 2013

Per la Francia è tempo di crisi, austerità e populismo

Un nuovo spettro si aggira per l'Europa

Hollande Eliseo

Un nuovo spettro s’aggira per l’Europa e questa volta non solo nell’Eurolandia. Una nuova questione s’impone al centro della scena politica ed economica. Non più la questione tedesca, anche se l’egemonia riluttante della Germania resta una debolezza permanente dell’intero assetto europeo. E neppure la questione italiana che nel 2011 ha rischiato di far deflagrare la moneta unica, anche se l’Italia non è ancora fuori pericolo. Ebbene il fantasma che agita da ora in poi le nostre notti indossa il berretto frigio di Marianna. Può sembrare uno sguardo nella sfera di cristallo, ma è un dato di fatto che la nuova onda di instabilità oggi ha natura politica e arriva da Parigi.

Un tempo si diceva: l’economia all’Inghilterra, la filosofia alla Germania e la politica alla Francia. Cento anni dopo, l’ordine si è invertito tra Inghilterra e Germania, perché le idee vengono da oltre Manica mentre la produzione di merci a mezzo di merci s’è spostata tra il Reno e l’Elba. Ma nell’Esagono il primato resta ancora alla politica che oggi è segnata dall’irresistibile ascesa del Front National. Può darsi che Marine Le Pen si perda tra feste, danze e bignè. Ma, adesso come adesso, è lei il fenomeno che scardina tutti gli equilibri francesi e con essi quelli dell’intero continente. L’appuntamento è fissato per la prossima primavera; il tempo stringe e il tempo gioca a favore dell’estrema destra transalpina, anche perché le principali forze politiche dell’Unione anziché reagire si sono già fatte prendere dal panico.

Marine Le Pen (Afp)

Basta guardare al consiglio europeo di questo fine settimana: sui temi di fondo si è deciso di rinviare al prossimo anno. Dietro le parole di circostanza sulle tragedie che si compiono nel mar di Sicilia, non c’è nulla; un ridicolo gruppo di studio per presentare un progetto a dicembre, rimandando ogni decisione a giugno 2014, quindi dopo le lezioni europee. Per l’euro è la stessa cosa, o forse persino peggio. Discorsi, chiacchiere, un passo avanti e due indietro, ma soprattutto domina la paura. Che cosa accadrà se la prossima primavera il FN diventerà il primo partito di Francia?

Ormai è molto più di una ipotesi, anche perché si vota con il proporzionale e non è in gioco il presidente e il governo. Dunque, è il momento migliore per misurare il grado di consenso. In base a quel che è accaduto finora, Marine prepara la sua marcia trionfale. I post-gollisti non hanno retto al tempo e al degrado di leadership dopo la brutta prova di Nicholas Sarkozy. Peggio ancora, non hanno un ricambio. François Fillon, il bello del quale si è invaghito Mitterrand nipote, sconta il peccato di essere stato primo ministro. Il nuovo presidente dell’Ump, Jean-François Copé, è così debole che c’è voluto uno scatto di reni di Sarko per evitare al partito la bancarotta. È al suo appello, infatti, che i militanti hanno risposto con una sottoscrizione straordinaria aiutati dalle detrazioni fiscali per chi sostiene i partiti (in Francia i grillini sono di là da venire).

Il partito socialista attraversa una fase del tutto parallela. La presidenza Hollande è più modesta di quanto ci si potesse attendere. E il partito non ha alternative, una volta consumato Dominique Strauss-Kahn nella sua spirale priapica. Il segretario Harlem Désir già primo presidente di SOS Racisme, sembra un omaggio al politicamente corretto mentre vecchi elefanti ed elefantesse, Laurent Fabius, Martine Aubry, il primo ministro Jean-Marc Ayrault già sindaco di Nantes per 23 anni (da quelle parti non si rottama facilmente), preparano un’altra puntata della loro comédie humaine.

Intanto, la Francia è precipitata in una crisi profonda. Finora era riuscita a evitare il peggio spendendo e spandendo, ma anche per lei è arrivata la resa dei conti con un debito che punta al 100% del prodotto lordo e soprattutto un disavanzo fuori controllo. La Ue le ha concesso tre anni, ma tutti sanno che non saranno sufficienti. Il paradosso è che Parigi sarà corretta a ingoiare la pillola dell’austerità mentre tutti gli altri l’hanno digerita. Ma proprio questo gap, alimentato dal culto per la propria eccezione, diventa una palla al piede per l’intera Unione, data la dimensione dell’economia e del mercato interno francese. Né Sarko né Hollande hanno avuto il coraggio di parlare chiaro ai propri concittadini. Entrambi hanno alimentato l’illusione del modello francese che ora si sta rivelando un boomerang impressionante sul piano economico e una catastrofe politica.

L’industria fa i conti con le debolezze a lungo nascoste sotto il tappeto. Peugeot-Citroen, il gruppo Psa primo produttore automobilistico nazionale e già tra i primi tre d’Europa, «lotta per la propria sopravvivenza», arriva a scrivere Le Monde. Ha tentato un accordo con General Motors ma non ha portato a nulla e ora viene sciolto. Arrivano i cinesi con Donfeng e il ministero delle finanze per fare da guardiano. Tutti temono (a ragione) che sia solo il primo passo per la ritirata della famiglia che ha salvato l’azienda persino dall’invasione nazista (non hanno mai collaborato, loro giansenisti rigorosi), ma non dalla grande crisi del nuovo secolo. Le multinazionali che in Francia avevano trovato un buen retiro (dove altro piazzare il quartier generale europeo se non sugli Champs-Elysées?), sono in fuga. Come Goodyear.

Il ministro dell’industria Arnaud Montebourg, un socialista altezzoso quanto neoprotezionista, sta cercando qualcuno che subentri nello stabilimento di pneumatici del gruppo americano. S’è fatto il nome di Titan International, e la Cgt (il sindacato legato ai comunisti) ha lanciato fuoco e fiamme agitando la lettera che Maurice Taylor, amministratore delegato di Titan, ha scritto a Montebourg, pubblicata dall’agenzia Bloomberg. Sentite qua: «La forza lavoro francese riscuote alti salari ma lavora solo tre ore al giorno – sostiene il manager – Ha un’ora per il pranzo e il resto delle tre ore chiacchiera. Gliel’ho detto in faccia ai sindacati e loro mi hanno risposto che questo è il modello francese». Brutale, semplicistico, ma vero. Un discorso che in Italia potrebbe essere chiamato alla Marchionne.

Il capitalismo francese è prosperato sotto le ali protettrici dello stato. Nessuno nega i suoi successi e la grande capacità pianificatrice dei dirigenti cresciuti nelle alte scuole (l’Ena, il Polytechnique) anche se restano ancorati a una mentalità da ingegneri più che da creatori o da venditori. E in una economia come quella contemporanea diventa una faiblesse. Oggi è tornato il tempo del mercante con un ritmo e uno spazio immensamente maggiori rispetto all’epoca studiata dal medievalista Jacques Le Goffe. In più, manca quel tessuto manifatturiero che ha salvato finora l’Italia dalla deindustrializzazione (il quarto capitalismo) e ha fatto la forza della Germania (il Mittelstand). È come se la Francia volesse essere impermeabile alla “mondialisation” o, meglio, come se ne potesse prendere solo il meglio, cogliendo fior da fiore, senza cambiate abitudini, strutture, istituzioni. Lo si vede anche dal dibattito culturale, tutto teso a difendere la nazione e l’ideologia repubblicana, come fa Alain Finkielkraut, ex gauchiste anti-modernista e anti-mondialista.

L’ultima fabbrica produttrice di batterie in Francia, la STERCO, che ha chiuso a Luglio (Afp)

Le tensioni con gli immigrati, le rivolte nelle banlieu, le guerre sul velo delle ragazze islamiche, i giri di vite periodici che riguardano sia la destra sia la sinistra, fino alle ultime tensioni per l’espulsione di Leonarda, la ragazza rom, mostrano che la Francia non è affatto un’eccezione neppure su questo piano. Nessuno è un’isola tanto meno può pretenderlo oggi, nemmeno quei calciatori pronti a scioperare contro l’aliquota del 75%, variante farsesca del dramma francese. La campana suona per tutti, anche se la classe dirigente francese non lo crede e l’elettorato lo rimuove. Anzi, quando vede minacciate le proprie convinzioni, si butta nel ribellismo (oggi per lo più a destra). La crescita del Front National è la conseguenza della crisi, ma non ha una radice solo economica: è il tentativo di resistere, di rilanciare l’exception française.

Se tutto ciò si materializza la prossima primavera, l’impatto è deflagrante sui post-gollisti, ma anche sui socialisti. Con una ricaduta immediata sulla politica europea. Un primo caposaldo ad essere messo in discussione è l’asse franco-tedesco, quindi l’euro che ne è la creatura. Già riluttante a cedere sovranità, la classe politica spingerà per riprendersi più poteri possibili. La conseguenza sarà una Francia fortezza dentro un’Europa più chiusa al resto del mondo. L’ala socialista moderata, quella di Hollande, tenterà di resistere lanciando un amo ai socialdemocratici tedeschi, con il rischio di rimettere in discussione a Berlino i delicati e fragili equilibri della Grosse Koalition. In passato, quando ciò è successo, la Spd si è ritratta rifiutando qualsiasi logica da internazionale socialista. Nulla suggerisce che accada il contrario. Quanto alla Ump o quel che ne resta, l’anima neonazionalista prenderà il sopravvento. Lo spirito del Generale uscirà dalla tomba di Colombey-les-deux-Eglises. E nel nome di Charles de Gaulle che voleva l’Europa dall’Atlantico agli Urali, l’Unione potrebbe sperimentare addirittura la propria disunione. Bando agli uccellacci del malaugurio. Ma guai a chi chiude gli occhi quando può vedere.

Twitter: @scingolo

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