31 Ottobre Ott 2013 1200 31 ottobre 2013

Arrivederci Kashagan, niente petrolio fino al 2014

Le difficoltà di Eni nel Caspio

Kashaganeni

In gergo chimico è una parola di appena tre lettere: H2s. È questa la «bestia nera» del giacimento petrolifero di Kashagan in Kazakistan, vicenda di cui si è parlato durante la presentazione della trimestrale di Eni, ieri pomeriggio. Si tratta dell’acido solfidrico che si trova nei gas a bassa profondità dove si estrae il greggio. Nocivo per la salute e noto per il forte odore di uova marce, da decenni rappresenta il vero problema dei petrolieri. Se negli anni ’60 per sfiatare i giacimenti si usavano le cosiddette “fiaccole”, abolite dopo anni di proteste degli ambientalisti, ora l’idrogeno solforato passa attraverso tubi speciali che permettono così di scinderlo dal petrolio. 

Ebbene a Kashagan, dopo dieci anni e 41 miliardi di euro di investimenti, qualcosa non sta andando nel verso giusto da quando sono iniziati i lavori di estrazione partiti l’11 settembre del 2013. Gli ultimi tre stop alla produzione sono infatti stati causati da «crepe nelle tubature» che trasportano il gas: in pratica i tubi si squagliano e non riescono a reggere gli acidi. E la produzione, a quanto pare, potrebbe riprendere solo nella primavera del 2014, perché in inverno non si potrà operare per il freddo. 

Lo stesso ministro per il Petrolio e il Gas della Repubblica del Kazakistan, Uzakbaj Karabalin, dopo il primo stop a settembre aveva già evidenziato il problema, spiegando che per risolvere la fuoriuscita era stata abbassata «la pressione del gas» e «fermati i pozzi». Ora, però, a quasi due mesi dalla partenza, la questione inizia a farsi spinosa. Perché il 31 ottobre scadono i primi accordi tra il consorzio North Caspian e il governo di Nazarbayev, con il rischio di incorrere in costose penali. E in Kazakistan c'è chi si domanda se non sia stato fatto tutto con troppa fretta. Forse perché se il consorzio  non avesse avviato l'estrazione del petrolio entro tale termine sarebbero state emesse delle sanzioni pecuniarie nei loro confronti? Anche per questo è entrato in funzione un solo pozzo al posto di cinque? Al momento le operazioni di estrazione di petrolio e gas nel giacimento sono sospese, sino a quando non saranno pronti i risultati di ispezione. E  molto probabilmente, le forniture in transito del greggio di Kashagan tramite il sistema «Transneft» inizieranno non prima del secondo trimestre del 2014. 

La vicenda, che non sembra trovare spazio mediatico nelle nazioni che tramite le loro aziende petrolifere partecipano al consorzio, sta invece caratterizzando il dibattito in Kazakistan. Ne parlano da mesi giornalisti ed esperti. Anche perché, dopo che il terzo incidente fu annunciato alla stampa con due giorni di ritardo, c’è chi ha iniziato a mettere in dubbio la sicurezza di chi lavora nel giacimento. Del resto, osserva il giornale Kursiv.kz, «Il petrolio estratto presso il giacimento di Kashagan costituisce potenzialmente un pericolo mortale per la salute dei lavoratori: la concentrazione di acido solfidrico in forma gassosa (16%) presente nel petrolio e nel gas è molto alta. Proprio per questo motivo Kashagan è più simile a una fabbrica chimica che a un pozzo di trivellazione, dove è fondamentale evitare fuoriuscite e, qualora esse dovessero verificarsi, è necessario localizzarle velocemente e tempestivamente».

Secondo fonti locali come Oleg Egorov, professore dell'Istituto di Economia del Ministero dell'Istruzione e della Scienza della Repubblica del Kazakhstan, non sarebbe ancora stata costruita una base con scialuppe di salvataggio per garantire la sicurezza dei lavoratori. Parole smentite da fonti vicine al consorzio, che spiegano come, invece, i sistemi di sicurezza siano ai massimi livelli tecnologici, dalle scialuppe alle dotazioni per i lavoratori, fino ai sistemi d’allarme su tutti gli impianti. 

Ma perché i tubi si squagliano? Come è possibile che a distanza di così tanti anni di lavoro non ci siano ancora le condizioni ottimali per estrarre il petrolio? Sergej Smirnov, caporedattore del portale Oilnews.kz spiega nel dettaglio il problema: «Ritengo che le voci in merito a una presunta obsolescenza delle attrezzature in funzione a Kashagan siano fondate. I guasti potrebbero essersi verificati non perché si sia inizialmente proceduto a installare apparecchiature obsolete, bensì perché ormai la vita utile dei materiali è finita. Come ben noto, si prevedeva di iniziare a produrre petrolio atto alla commercializzazione già nel 2005. Da allora sono passati già 7 anni, ed è possibile che le apparecchiature siano rimaste depositate troppo a lungo nei magazzini, oppure che siano state installate ma mai utilizzate». E poi Smirnov aggiunge: «In entrambi i casi, la loro efficienza non ne ha certo giovato, soprattutto se non si è proceduto a tempo debito a effettuare la necessaria manutenzione. Oggi le autorità hanno evidentemente iniziato a fare pressione sui vertici del consorzio, esigendo la messa in funzione del giacimento e tutte queste "quisquilie" sono state nascoste sotto il tappeto». Per la cronaca, le condotte sono fornite dalla società giapponese Nippon Steel & Sumitomo Metal. 

Il comunicato diffuso ieri dalla società assieme ai conti del terzo trimestre non fornisce indicazioni precise sulla tabella di marcia «L’11 settembre 2013 è stata avviata la produzione del first oil del giacimento giant di Kashagan», si legge nella nota, che prosegue: «Il target produttivo di breve termine è fino a 180.000 barili/giorno. In una fase successiva è previsto il conseguimento del plateau produttivo dell’Experimental Program di 370.000 barili/giorno». Rispondendo alla domanda di un analista nel corso della conference call, il direttore finanziario di Eni, Massimo Mondazzi, ha minimizzato: «Dal punto di vista del consorzio non ci sono penali da pagare al governo kazako», aggiungendo che «il consorzio è focalizzato nel risolvere i problemi e rientrare dai costi di esplorazione».

Due giorni fa c’è stato l’avvicendamento alla guida di Agip Kco, con Guido Brusco al posto del veterano Umberto Carrara, che ha seguito tutta la difficile fase di sviluppo del giacimento del Kashgan. Fonti del Cane a Sei Zampe lo motivano come un passaggio di testimone tra chi ha traghettato il progetto dalla fase di start-up alla piena operatività e chi si occuperà invece della gestione dello status quo. Secondo le indiscrezioni raccolte dal giornale Ak Zhaik, nei mesi scorsi Carrara era stato indicato come prossimo presidente di Nomad, nuova entità derivante dall’inglobamento di Agip Kco in Ncoc, il consorzio a cui partecipano Eni, ConocoPhillips, ExxonMobil, Royal Dutch Shell, Total, la nipponica Inpex, la China National Petroleum Corp (Cnpc) e la locale KazMunaiGaz. Ak Zhaik spiega inoltre che le lungaggini burocratiche e la guerra interna ai membri del consorzio avrebbero rallentato la procedura di cessione – e dunque l’uscita di Eni – degli asset del Cane a sei zampe a uno dei partecipanti del North petroleum caspian consortium (Ncoc), compresa l’isola artificiale di Bolashak, costruita proprio per estrarre il petrolio nelle condizioni proibitive del Caspio.

Guardando ai conti al 30 settembre (vedi tabella sopra), la società evidenzia un utile netto al terzo trimestre salito a quota 3,99 miliardi (+61,9% sul medesimo periodo 2012), ma per via della plusvalenza da 3 miliardi registrata sulla cessione del 28,57% di Eni East Africa, titolare del 70% dei diritti minerari dell’Area 4 di scoperta in Mozambico, alla cinese China National Petroleum. Eppure l’utile operativo adjusted nei nove mesi si è contratto del 35,2% rispetto al 2012. Colpa della «rilevante perdita operativa registrata dal settore Ingegneria & Costruzioni nel secondo trimestre 2013 a causa della revisione delle stime di redditività di importanti commesse». Quest’ultima divisione ha portato in dote 238 milioni rispetto ai 387 del settembre 2012 (-38,5%). Scendono anche i ricavi da 94 a 88 miliardi, e il debito, che da giugno a settembre passa da 16,5 a 15,1 miliardi. In attesa che il Kashgan parta davvero. 

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