1 Novembre Nov 2013 1045 01 novembre 2013

I teenager lasciano Facebook

Le nuove regole sulla privacy

Facebook Utenti

Facebook sta perdendo gli utenti adolescenti, ed è intenzionato a reagire. Ne abbiamo avuto certezza il 16 ottobre, giorno in cui sono cambiati i termini di servizio, consentendo ai teenager dai 13 ai 17 anni di condividere contenuti con chiunque sul social.

Non più condivisioni con i soli appartenenti alla tua rete sociale. Anche se Facebook scrive che è per far sentire la voce dei più giovani, la sensibilità non c’entra nulla. Quando cambia una policy, di solito, il motivo è uno: soldi. La voce degli adolescenti arriverà forte e chiara agli investitori. Si tratta molto probabilmente di una strategia per riconquistare i più giovani, i quali utilizzano servizi di concorrenti costantemente in crescita. I social alternativi non hanno restrizioni, ai teenager piacciono, e Facebook si adatta al mercato.

All'inizio questa perdita era solo un timore. Nel Report annuale del 1 Febbraio 2013 agli investitori si legge: «Pensiamo che alcuni dei nostri utenti, in particolare i giovani utenti, siano a conoscenza di altri prodotti e servizi che sostituiscano Facebook». Nel documento, che si riferisce all'anno precedente, si rende noto che tra i social più apprezzati dai giovani c’è Instagram.  A maggio, il Pew Research Center pubblica uno studio che mostra il lento esodo degli adolescenti da Facebook ad altri social. 

Poi il timore è peggiorato: è diventato una prospettiva spiacevole. Quest’estate un’adolescente ha spiegato su Mashable che tra i suoi coetanei nessuno era interessato a Facebook. Era Ruby Karp, il cui articolo diventava virale con oltre 52 mila condivisioni. Ci siamo tutti interessati a quel post prevalentemente per due ragioni: la prima è che il titolo lanciava l’allarme agli investitori: «Sono una tredicenne e nessuno dei miei amici utilizza Facebook»; non era interessante solo sociologicamente, ma anche perché il capitale sociale adolescenziale è di gran valore. La seconda ragione è che a dire quelle cose era una ragazzina che non andava ancora alle superiori. Karp ha la percezione di Facebook come fosse un profilo Linkedin, cioè un luogo noioso per adulti. Quando si è iscritta la sua unica amica era sua nonna. Poi, con la sicurezza di una sociologa consumata, scrive: «I teenager sono follower. Siamo questo. Se un mio amico ha una nuova applicazione figa, la voglio anche io. Vogliamo quello che fa tendenza, e, se Facebook non la fa, i teenager si disinteressano». Tutto chiaro.

giornali iniziano a sollevare il problema adolescenziale di Facebook e Mark Zuckerberg passa il tempo a smentirli. Mente. In una conversazione con Atlantic la contro argomentazione che usa è che non c'è alcun esodo di teenager: «Basandoci sui nostri dati, semplicemente non è vero». A lui non interessano le percezioni o le analisi giornalistiche: è vero che i report indicano che c'è una flessione, ma rimane sempre il leader dei social network. Sempre in quella conversazione aggiunge un dettaglio significativo. Dice che il suo obiettivo non è mai stato di creare qualcosa di cool, ma vedere Facebook come uno strumento al pari dell'elettricità: «Forse anche l'elettricità era cool quando è nata». O forse no.

Belle parole, ma purtroppo sono proprio i dati a irrompere nel discorso. In ottobre l'istituto Piper Jaffray & Co analizza l'uso dei social network su un campione di teenager, concludendone che i più frequentati e utilizzati sono Snapchat, Twitter, Whatsapp e Instagram (la quale è stata acquistata nell'aprile del 2012 al doppio del suo valore: 1 miliardo di dollari. A Zuckerberg non serviva solo implementare un servizio di photosharing, questo è ciò che poteva dire pubblicamente, bensì voleva i dati di milioni di user e assicurarsi un collegamento con gli utenti più giovani).

A million dollars isn't cool, you know what's cool? Sì, lo so: Teenager. Non c'è nessun utente più prolifico di un teenager. Che i dati siano importanti per Facebook, Mark Zuckerberg lo ammise molto prima che Snowden e Greenwald ci imponessero di parlarne. In un raro momento di candore, in una intervista radiofonica del 2010 alla CBS, è lui stesso ad ammettere: «Aiutiamo a condividere informazioni, e quando lo fai, sei più impegnato (engaged) nel sito, e ci sono più annunci sul lato della pagina. Più condividi, più il modello funziona».

Certo che funziona. I ricavi di Facebook del terzo trimestre dell'anno sono superiori alle stime, – merito della pubblicità su mobile –, gli utenti attivi sono 728 milioni, ma c’è una tendenza negativa che preoccupa investitori e CEO: gli adolescenti usano sempre meno il servizio. Il CFO David Ebersman ha ammesso che c’è una diminuzione dei contenuti giornalieri pubblicati dalla fascia giovane. Pubblicano di meno perché usano di più dei sostituti.

Ruby Karp, la tredicenne che ha attirato la nostra attenzione, non solo spiegava a Mark Zuckerberg quel che lui negava per tutta l’estate, ma lo faceva evidenziando ogni punto debole di Facebook: il problema del bullismo, la complessità dell’interfaccia rispetto a Twitter, la pubblicità basata sui tuoi interessi. Per criticare il gli sforzi di Facebook a voler piacere a tutti i costi ai giovani, si è persino spinta a spiegargli un classico dell’amore non corrisposto («più mi insegui più ti respingo»), concludendo con la verità: «Facebook ha bisogno dei teenager perché siamo quelli che lo terranno in vita nel futuro più prossimo. Ma per farlo dovrà correggere alcuni suoi aspetti». (Se non è un ghostwriter trentenne degli avversari Snapchat e Twitter c'è da aspettarsi che questa ragazzina sia stata assunta.)

Uno come Mark Zuckerberg, che crede che l'elettricità sia cool, riuscirà a far tornare masse di adolescenti a postare ininterrottamente foto, status, e informazioni personali per poterne collezionare i dati? Tra le sue ossessioni, è ovvio, c'è sia eliminare per sempre quel concetto novecentesco di privacy, sia realizzare il progetto pubblicitario di una vita: voi mi dite cosa vi piace e io ve lo do. Si paventa addirittura la possibilità di soprassedere su una legge che tutela i preadolescenti, inferiori a tredici anni, dall'acquisizione dei loro dati. Come fosse un cavillo cui soprassedere. Dopotutto, quale modo migliore se non iniziare a educarci fin da piccoli?

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