1 Novembre Nov 2013 2130 01 novembre 2013

Quarto Oggiaro, la periferia come capro espiatorio

Dopo il triplice omicidio

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«Ma tu la conosci Quarto Oggiaro?». Bisogna farsi questa domanda quando si intravede in lontananza il murales «Welcome to Quarto!», appena superato il ponte che porta da viale Certosa a questa storica zona di Milano, per le cronache un «ghetto senza via d’uscita», quasi un «cancro» di un un capoluogo lombardo che tra due anni si appresta a ospitare l’Expo 2015. Creato nel 1961 come quartiere dormitorio, per accogliere gli immigrati del Sud, gli operai dell’Alfa Romeo di Arese, questo reticolo di strade e parchi viene classificato da decenni come il Bronx, una volta come Barbon Street. 

Gli anni ‘80 e ‘90, quando l’eroina scorreva a fiumi e lo spaccio era il business principale sono purtroppo ancora un marchio di fabbrica per questo quartiere di confine, racchiuso tra quattro ponti, dove i milanesi fanno fatica a farsi un giro. Eppure il parco di Villa Scheibler, dove nel ‘400 Ludovico il Moro veniva a cacciare, tra le sedi che ospiteranno i capi di Stato durante Expo, somiglia ormai a una piccola Versailles parigina, tra fontane, orti e ciliegi. E a due giorni dall’agguato dove ha perso la vita Pasquale Tatone la gente passeggia tranquilla con i bambini, porta a spasso il cane o gioca a carte nei bar.   

«Siamo il capro espiatorio di questa città», spiega Aaron Paradiso, occhi azzurri, un sorriso contagiante, uno sguardo e una giacca di pelle che ricordano tanto il pugile Hubert del film L’Odio di Mathieu Kassovitz. Dopo gli omicidi dei fratelli Tatone, storica famiglia della zona, da queste parti sono tornati i giornalisti. E l’attenzione mediatica ha ricominciato ad accanirsi su un quartiere che in realtà prova a vivere di luce propria. E che come in molte altre zone deve fare i conti con gli sbandati, con i ragazzi che spacciano per portare a casa un po’ di soldi, con chi sbaglia e finisce “attaccato”, nel senso di arrestato. 

I problemi ci sono, ma i tempi delle sparatorie, del racket e delle rapine sono lontani. E non è stato facile parlare con Aaron, uno che da anni si “sbatte” per preservare l’identità del quartiere, aiutare i ragazzi in difficoltà e ricordare al "mondo intero" l’onestà degli abitanti. «Ci sono giornalisti che chiamano per chiederti di parlare con gente onesta, come se fossimo 40mila delinquenti. Parlano di noi solo quando le cose vanno male. Ma qui sono tutte persone lavorano e che hanno problemi come tutti. Che cercano un lavoro perché la crisi economica si fa sentire. Ai tuoi colleghi sai cosa dico: ma tornate anche qui tra un mese?». 

Sussidiarietà, mutualità e aiuto reciproco sono le parole d’ordine di una zona di periferia che fa i conti soprattutto con il passato. E con la mafia e la 'ndrangheta che hanno invaso ormai tutto il nord d'Italia. Quando si chiede ad Aaron cosa ne pensa degli agguati degli ultimi giorni la risposta è secca. «Ma che ne sappiamo noi? Come dicono in tanti qui si vede che sta finendo un’epoca. Erano vent’anni che non sentivamo più parlare di queste storie». Perché la domanda in fin dei conti è questa: ma siamo davvero in un bronx oppure in un quartiere che sconta un passato difficile ma che da anni cerca di rialzare la testa? 

Per chi non lo sapesse Quarto Oggiaro è stato inserito nel progetto europeo Smart City. Riguarda solo quattro città in tutta Europa. Quarto” potrebbe diventare presto una zona modello per vivibilità e sostenibilità. I progetti sono tantissimi. Da un orto che possa fornire “a chilometro zero” i negozi della zona fino a squadra di calcio ad azionariato popolare. «Ma le istituzioni devono aiutarci», ricorda. «Non posso di nuovo sentire le frasi di rito della politica. Che bisogna ripartire dalle associazioni e dal territorio. Sono discorsi che sentiamo da decenni. Qui stiamo lavorando e ci impegniamo da anni». Fino a oggi il sindaco Giuliano Pisapia non si è fatto vedere. E ci sarà un motivo se il politico simbolo per i quartoggiaresi è Simone Zambelli, presidente di zona in quota Partito democratico. «Ai tempi della Moratti la Lega Nord aveva ottenuto uno stabile per le ronde padane: 5 vecchietti in giro per il viale, sono durati una sera...». Del resto, da queste parti la politica non ci passa neanche per sbaglio.

Aaron è il presidente dell’associazione Unisono, gruppo di volontari che aiuta i ragazzi del quartiere che spesso hanno problemi in famiglia e devono trovare la loro strada. Sono i figli delle generazioni precedenti che scontano sulla pelle gli anni difficili dell’eroina e dell’Aids, quando il parco di Villa Scheibler somigliava a Platzspitz, il parco della droga di Zurigo. I ragazzi li chiamano i «Randa». «Sono i randagi per noi», aggiunge, «chiamarli balordi è sbagliato perché è un termine con una connotazione negativa. E tra i ragazzi il modo di parlare è importante, quasi fosse un idioma giapppnese». E per capirlo, il linguaggio, basta ascoltarsi il rap degli Lkc o di Gioventù Bruciata, gente del quartiere, altro tassello di identità di questa zona. 

Dal 2005 l’associazione ha un spazio all’interno del parco. Si chiama il Baluardo. Sulle pareti ci sono splendidi murales di Motu, un writer giapponese amico di Blu, tra i migliori street artist del mondo. «Un giorno ci si presenta davanti questo ragazzo giapponese. Era qui vicino in Ostello. Ci ha offerto di ricoprire lo spazio con dei suoi lavori: ha fatto tutto lui». Paradiso è il punto di riferimento di questo mondo che viene dipinto quasi come una zona guerra, ma che in realtà di violenza ne vede pure di meno rispetto a una serata in corso di porta Ticinese o corso Como, zona 1, tra spacciatori, risse e prostitute sedute in bar spesso in mano alla criminalità organizzata. «Per me Milano è come una ciambella» dice «il marcio è al centro, non nelle periferie». 

La storia di Quarto è la storia di Aaron. Figlio di immigrati dal Meridione, tra queste vie ha imparato a vivere tra tante difficoltà, ma soprattutto ad andare fiero del suo quartiere. In giro lo salutano tutti. «Quasi quasi un giorno propongo un referendum sull’indipendenza», scherza ricordando quando nel 1984 regione Lombardia commissionò un documentario sul Carnevale, altro vanto di una zona dove «il più a nord è di Napoli». Eppure a pensarci bene l’indipendenza è stata per tanti anni già nei fatti. Solo da un anno la fermata del passante ferroviario è stata cambiata: prima c’era scritto solo “Quarto Oggiaro” ora “Milano Quarto Oggiaro”. «Una bella differenza», chiosa, «perché chi passa pensa che siamo un paese a parte».

Sono in 80 nell’associazione di cui cinque nel direttivo. Si autogestiscono e si danno da fare. Feste di quartiere, iniziative sportive, presentazioni di libri, mostre con l’obiettivo di diventare una cittadella della street art. «Da un mese abbiamo aperto una palestra di boxe per i ragazzi - aggiunge -. Si chiama palestra popolare. La retta costa poco, ma c’è chi non ce la fa. Così abbiamo in mente di creare una sorta di Banca del Tempo. Non puoi pagare la retta? Allora aiutaci a imbiancare i muri».

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