2 Novembre Nov 2013 1115 02 novembre 2013

Chianese, vent’anni di rifiuti da Schiavone a Cosentino

Ecomafie e ipocrisie

Ecomafie

«Il traffico l’avevano iniziato mio cugino Sandokan e Francesco Bidognetti, insieme ad un certo Cerci Gaetano, che aveva già intrattenuto rapporti con dei signori di Arezzo, Firenze, Milano e Genova; il coordinamento generale era comunque curato dall’avvocato Chianese». In poche righe trascritte dalle dichiarazioni di Carmine Schiavone davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, meglio nota come “commissione ecomafie”, ci sono trent’anni di quella storia criminale che fa business sullo smaltimento illecito della “monnezza”. Non solo a sud, ma anche a nord del bel Paese.

Perché di fianco a nomi dei boss come quelli di Sandokan, al secolo Francesco Schiavone, e Carmine Schiavone si affacciano personaggi come Gaetano Cerci, titolare della ditta “Ecologia ‘89”, che trasporta e smaltisce rifiuti, iscritto alla P2 di Licio Gelli e arrestato nel 2011, e l’avvocato Cipriano Chianese, uomo border-line che agisce tra massonerie e politica, individuato da Carmine Schiavone nel 1997 come «il boss dei boss» del reparto immondizia di camorra spa.

È proprio quello di Cipriano Chianese uno dei nomi che fa dentro e fuori dalle indagini dell’antimafia napoletana e non solo. Perché se Carmine Schiavone nel 1997 afferma chiaro e tondo che oltre ai rifiuti prodotti nei territori altri ne arrivavano da «Massa Carrara, da Genova, da La Spezia e da Milano», è anche e soprattutto grazie ai rapporti instaurati da Chianese lungo tutto lo stivale. Peccato che Schiavone proprio nell’audizione rimasta segreta fino al 31 ottobre scorso si dimentichi i nomi delle persone collegate a Chianese interessate a smaltire i rifiuti al modo dei Casalesi. «Faccio solo un nome» precisa quando viene incalzato dall’allora presidente della commissione Massimo Scalia «so che Cerci stava molto bene con un signore che si chiama Licio Gelli».

«A Milano c’erano grosse società che raccoglievano rifiuti, anche dall’estero, rifiuti che poi venivano smaltiti al sud. So che in Lombardia c’erano queste società che gestivano i rifiuti ma non so chi erano i proprietari». Dopo aver ben descritto il modus operandi dell’interramento e dell’inquinamento delle falde, purtroppo Schiavone lascia tutti a bocca asciutta su questo tema.

Nel frattempo l’avvocato Cipriano Chianese e le sue società, in particolare una, la Resit, prosperano. Ad occuparsi di tale società è la magistratura napoletana e la ritroviamo nel 2013 nella relazione conclusiva della commissione ecomafia guidata da Gaetano Pecorella, nel capitolo dedicato alle vicende di Nicola Cosentino, ras del Pdl in Campania ed ex sottosegretario dell’ultimo governo Berlusconi. Attualmente è imputato per concorso esterno in associazione camorristica e corruzione e reimpiego di capitali illeciti. In merito all’indagine dirà il pm di Napoli Alessandro Milita: «nell’ambito dei rapporti tra Nicola Cosentino e soggetti terzi c’era Giulio Facchi (subcommissario ai rifiuti), soggetto direttamente controllato e pilotato da Chianese Cipriano, individuato come antagonista della cordata Impregeco, che ha sostanzialmente monopolizzato il mercato, escludendo Fibe Campania e Fibe dalla possibilità di gestire le discariche come previsto dal contratto.

Attraverso un incontro tra Chianese Cipriano e Cosentino Nicola è però stato raggiunto un accordo transattivo tra i due gruppi apparentemente contrapposti, che da lì a poco avrebbero agito in unità. Da lì a poco la Resit sarebbe stata acquisita dal Consorzio Napoli 3 e lo Stato italiano, attraverso il Consorzio territoriale Napoli 3, avrebbe assunto i costi teorici e i rischi del disastro ambientale e dell’avvelenamento che riguardava Giuliano e la discarica Resit. Fortunatamente», chiosa Milita «la Resit sarebbe stata sequestrata di lì a poco e quindi la responsabilità, che avrebbe avuto interamente lo Stato nel gestire un avvelenamento delle falde consumato da altri, si sarebbe quindi ridotta».

Chianese compariva già nelle indagini dell’antimafia campana nel 1993, riuscendo a uscire indenne dal processo, tuttavia è a Padova che l’avvocato casertano nel 2007 rientra nelle informative della Guardia di Finanza. A rimettere i riflettori sul personaggio è l’inchiesta “Ferrari Come Back” condotta dalla Direzione Investigativa di Napoli. Chianese, definito uno degli “inventori” del sistema ecomafie in Campania, vede il sequestro di beni per un totale di 13milioni di euro con il suo prestanome, Franco Caccaro, titolare della TPA, ditta produttrice di trituratori per rifiuti.

Per gli inquirenti il personaggio è “senza dubbio un imprenditore mafioso dall’anno 1988 all’anno 1996” e le dichiarazioni su di lui da parte di Carmine Schiavone sono riscontrate dalle parole di un altro collaboratore di giustizia, Angelo Antonio Ferrara: «il Chianese si occupava della raccolta di rifiuti ed era un uomo ricchissimo. Ricordo che una volta, nel corso di un incontro, ebbe a dire che incassava quasi 700 milioni al mese per questa attività».

Insomma, la situazione del Chianese e del traffico dei rifiuti campani tra legami con politica e massoneria è nota da tempo. Negli stessi giorni in cui veniva ascoltato in commissione Carmine Schiavone, venivano sentiti anche i procuratori di Napoli e Reggio Calabria Agostino Cordova e Alberto Cisterna, che confermavano e anzi, rilasciavano preziose dichiarazioni e indicazioni alla politica. Indicazioni che sono rimaste lettera morta e un verbale, quello di Schiavone secretato per i cittadini ma non per la classe politica che ha guardato praticamente impassibile il lavoro della magistratura, salvo lamentarsi nel momento in cui venivano toccati i re di denari dei partiti. Eppure già nel 1996 questa tolleranza veniva stigmatizzata tra le pagine della relazione ecomafie, una diffusa tolleranza, «determinata da una molteplicità di fattori (scarsa percezione dei pericoli connessi a questi attività, sia ambientali che sanitari; fitta rete di collusioni, soprattutto in sede amministrativa; inadeguatezza delle sanzioni finora previste) sembra aver caratterizzato, in sostanza, lo svolgersi di questi traffici abusivi». Diciassette anni dopo si scrivono ancora le stesse cose.

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