6 Novembre Nov 2013 1130 06 novembre 2013

C'è una città dove la sinistra italiana vince, in Usa

La vittoria del democratico De Blasio

De Blasio 0

C’è un posto dove la sinistra italiana vince in carrozza. C’è un posto, al contrario di tante altre capitali in cui si sono registrati clamorosi insuccessi, in cui la sinistra italiana non delude. C’è una piccola regione rossa dove la sinistra italiana ha costruito un modello riformista efficace ed elettoralmente vincente. È una grande capitale dove non ci sono sussulti di consenso, problemi di successione, tracolli elettorali. Una città dove non è arrivato nessun Guazzaloca a guastare la narrazione democratica, una metropoli dove gli elettori non hanno mai avuto la tentazione di andarsi a cercarsi un Alemanno per punire la sua classe dirigente, tanto è vero che il predecessore Bloomberg è sempre stato un sindaco liberal, mezzo democratico mezzo repubblicano. È una città dove la sinistra italiana ha costruito un granitico blocco di consenso che parte dagli intellettuali per arrivare fino agli ultimi e ai diseredati, una città dove c’è un candidato che viene da una famiglia povera e che è riuscito a conquistare il consenso dei grandi borghesi: l’unico problema é che questa città,  dove la sinistra italiana vince, non è in Italia ma in America, e si chiama New York.

Per questi motivi, se non altro, il caso di Bill De Blasio merita di essere studiato. «Un ringraziamento speciale alla mia famiglia e ai miei amici italiani», ha detto, il neo eletto sindaco di New York, parlando in italiano e dicendo: «Grazie a tutti». De Blasio ha una moglie nera e poetessa, dei figli afroamericani, aveva un logo della campagna elettorale tutto rosso, senza fondali azzurri, stelle e strisce,  e ha ricordato i suoi amici e parenti a Roma e a Sant’Agata dei Goti, in provincia di Benevento. È un esempio di come si possa vincere senza dover rinnegare le proprie radici, e di come si possa essere una eccellenza italiana nel mondo, Di come si possono raccogliere voti, malgrado le tentazioni della tolleranza zero, promettendo programmi di assistenza sociale:

«La nostra città non deve lasciare nessuno indietro».

Credo che la storia di De Blasio sia in qualche modo una parabola, che dovrebbe farci capire qualcosa che spesso ci sfugge: gli italiani all’estero funzionano, e funzionano proprio perché sono italiani, proprio perché non si annacquano in un qualsiasi cliché metrosexual, proprio perché non cercano di essere carini e fichetti proprio perché hanno quel tricolore che sta sopra le loro teste, come un marchio di fabbrica, come una ennesima declinazione del made in Italy: ma anche una scintilla nel cuore.

Ma gli italiani nel mondo vincono anche, ed è forse questa la notizia, perché hanno qualcosa di più: portano con loro la forza dell’Italia senza i problemi dell’Italia. Hanno il talento senza il difetto fatale, hanno la virtù senza il contraveleno di un ambiente che corrompe ogni cosa, senza i sofismi astrusi della politica italiana, senza la maledizione del compromesso.

Quando vince, De Blasio, non si deve preoccupare delle larghe intese, delle tessere, dei segretari regionali Renziani o Cuperliani, dei centouno franchi tiratori, di cosa dice Paola Binetti sulle unioni civili, dei cortei sulla casa con infiltrazioni violente, dei black blok. Il nuovo sindaco di New York, quindi, porta in America quel valore aggiunto che è la capacità degli italiani di mediare, di inventare, di trovare il migliore punto di convergenza possibile dentro un dilemma di un problema complesso.

Peró De Blasio non si porta dietro la zavorra delle diatribe, delle discussioni bizantine, delle lotte intestine fra fazioni di guelfi e ghibellini che in Italia continuano dalla notte dei tempi. De Blasio non ha qualcuno che gli rompe le scatole se propone di cancellare la produzione degli F35 destinare dei fondi ai programmi sociali, De Blasio non ha qualche clericale che si mette di mezzo se parla dell’opportunità del divorzio breve. Insomma, se vogliamo trarre una lezione da questo nuovo campione e della sinistra italiana, è la capacità di spogliarsi dei propri difetti nazionali, che è proprio quello che rende grandi i nostri connazionali nel mondo.

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