6 Novembre Nov 2013 1130 06 novembre 2013

Doing Business: i numeri di cui dovremmo preoccuparci

Doing Business: i numeri di cui dovremmo preoccuparci

Disperazione Mauro B

Vista la progressione di due posizioni (se si considera il ranking rettificato, o di otto posizioni se non si considerano le rettifiche) rispetto allo scorso anno nella graduatoria Doing Business 2014, stilata dalla Banca Mondiale, qualcuno parla addirittura di un “balzo” dell’Italia; ma in realtà c’è ben poco da festeggiare.

La scomoda verità, confermata dalle analisi della banca mondiale, è che dovremmo preoccuparci parecchio per  la situazione in cui versa il nostro Paese e per le implicazioni prevedibili per gli anni a venire. Scoraggiare l’attività d’impresa significa compromettere seriamente il futuro del nostro paese  e ridimensionare il benessere che possiamo attenderci per la collettività. Un paese dove non conviene fare impresa è un paese in cui arrivano meno investimenti dall’estero dal quale le aziende scappanoe in cui quelle che restano non hanno convenienza a investire ed espandersi. Questo in prospettiva significa meno posti lavoro, meno crescita economica e peggiori condizioni di vita per chi si trova a vivere in un paese che torna indietro anziché evolversi.

Ma quanto dovremmo essere preoccupati? L’Italia è al sessantacinquesimo posto nella classifica generale di 189 paesi. Per un Paese come il nostro questo è un posizionamento pessimo e preoccupante. Infatti, restringendo la valutazione ai soli paesi ad alto reddito, l’Italia si posiziona al quarantaduesimo posto su 56. Se poi ci limitiamo a considerare solamente i Paesi ad alto reddito membri dell’ Ocse, la posizione dell’Italia peggiora ulteriormente, posizionandosi solo ventinovesima su 31 stati; superando soltanto la Grecia e la Repubblica Ceca.

In un mondo dove i fattori di produzione si spostano più rapidamente che in passato e in cui il capitale umano, da sempre il più mobile, è diventato fondamentale, scoraggiare (in termini relativi) l’attività d’impresa significa incentivare l’esodo delle risorse migliori del Paese –  sia in termini di capacità imprenditoriali che, più in generale, in termini competenze tecniche e professionali; disincentivare quelle che potrebbero arrivare dall’estero e in definitiva ridurre drasticamente le prospettive di crescita e benessere.

Non mancano le evidenze tangibili di questo impoverimento: l’Italia è stata da poco superata dalla Russia in termini di Prodotto Interno lordo; non solo, in termini relativi rispetto alla Germania il reddito pro–capite Ppp italiano è passato dal 90% del 1991 al 76% del 2012.

In un quadro generale in cui i paesi che in passato chiamavamo emergenti, oltre a crescere più velocemente cominciano a pesare più di quelli sviluppati, essere il fanalino di coda significa continuare inesorabilmente lungo la strada del declino. Questo è testimoniato anche dall’indice Where to be Born dell’Economist Intelligence Unit che ci vedeva quarti nel 1988, mentre oggi ci colloca al ventunesimo posto.

Rimanendo nel club dei paesi Ocse osserviamo che l’Italia è quart’ultima nella categoria “ottenere credito”, penultima nella categoria “pagare le tasse”, ma soprattutto è ultima in quella che riguarda la capacità di far rispettare i contratti (103° posto nella classifica generale). Questo ultimo indicatore, ci informa l’Italia è già ben al di sotto delle altre nazioni in tema di come dovrebbe normalmente funzionare uno stato di diritto e si pone come un sinistro presagio su dove potremmo andare a finire se il processo di involuzione in atto dovesse proseguire senza interruzioni.

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