7 Novembre Nov 2013 1045 07 novembre 2013

Stage, le nuove norme non bastano per evitare gli abusi

Il monitoraggio del gruppo Adapt

Tirocinio

Stage e tirocini: è questa, dopo la stagione del precariato, la nuova frontiera dello sfruttamento per i nostri giovani? Nell’immaginario collettivo pare proprio di sì. Tirocinio è una parola divenuta oramai sinonimo di abusi e assenza di tutele. Le proteste e le sempre più numerose denunce hanno spinto il legislatore a un intervento di “tutela”. Così facendo il legislatore, invece di promuovere e garantirne la funzione originaria di formazione pratica dei giovani, ha assecondato un processo di assimilazione dello stage a una sorta di contratto di inserimento che, proprio per questo motivo, va presidiato in termini normativi, salariali e sanzionatori. 

Lo dimostra in modo netto il primo rapporto di monitoraggio del gruppo di ricerca Adapt (www.adapt.it) che ha censito e analizzato le normative regionali di attuazione delle linee-guida Fornero dello scorso 24 gennaio 2013. Il tutto con una implicita contraddizione: quella di applicare logiche giuridiche e contrattuali a un metodo formativo, quello pure tanto celebrato della alternanza del modello duale tedesco, enfatizzando il profilo dello scambio economico per la prestazione resa piuttosto che la componente di apprendimento da sottoporre a una rigorosa certificazione delle competenze acquisite. Il rischio è quello di alimentare un circolo vizioso. Perché se il tirocinio viene utilizzato non per la valenza formativa ma come una vera e propria alternativa, a basso costo, ai contratti di lavoro si finisce, per un verso, per rendere inadeguate le mini-tutele e le mini-retribuzioni predisposte dalla legislazione di attuazione della legge Fornero e, per l’altro verso, per precludere ogni possibile tentativo di rilancio del contratto di apprendistato pure enfaticamente indicato come il contratto principe di inserimento dei giovani nel mercato del lavoro.

Utilizzare il tirocinio come più o meno facile modalità di inserimento dei giovani, per il basso costo del lavoro, perdendo così di vista la funzione formativa, è un errore concettuale e prima ancora di visione che verrà pagato dagli stessi giovani sul lungo periodo. I tassi occupazionali e livelli di crescita economica dei prossimi anni dipenderanno, infatti, dalla qualità e dalla produttività del lavoro. Un tirocinio pensato e utilizzato come strategia per riprogettare il modo di fare scuola e università, con maggiore attenzione alle competenze utili per occupabilità e ai fabbisogni professionali, avrebbe certamente una importante proiezione per l’ingresso stabile dei giovani nel mondo del lavoro. Là dove un tirocinio di mero inserimento al lavoro finirebbe per consolidare le prassi di utilizzo “usa e getta” dei giovani che, se ingaggiati per il basso costo, verrebbero poi abbandonati al loro destino per essere sostituiti con nuovi stagisti una volta superati i limiti temporali massimi di utilizzo. 

Una ricerca del gruppo di Adapt su una banca dati di 15.000 cv pervenuti per le selezioni del dottorato di ricerca in formazione della persona e mercato del lavoro dell'Università di Bergamo mostra in effetti in ogni curriculum una reiterata serie di tirocini, curriculari e non, nella modalità mordi e fuggi, senza alcuna progettuali e utilità ai fini di un inserimento dalla porta principale nel mercato del lavoro. Con il rischio, da non sottovalutare, che una lunga transizione dalla scuola al lavoro costellata di stage più o meno estemporanei, rende poi ancora più complesso l’accesso di quel giovane a un vero contratto di lavoro. 

L’esperienza internazionale e comparata, così come le buone prassi italiane che pure non mancano, dimostrano invero che il tirocinio sia tanto più efficace e meno soggetto a sostituirsi a un regolare contratto di lavoro quando è parte integrante di un percorso formativo. Nei Paesi in cui il tirocinio è collocato in una posizione intermedia e ambigua si registrano invece le maggiori criticità. In questa categoria rientra ora anche l’Italia dove il tirocinio, dopo la riforma Fornero e l’attuazione delle linee-guida a livello regionale, è definito in maniera ambigua e viene promosso dall’attore pubblico come una esperienza positiva a priori, anche quando svolta in assenza di un vero piano formativo e senza seguire una direzione chiara, contribuendo di fatto ad alimentare gli abusi.

Colpa del legislatore, certamente, aggravata dalla proliferazione di sovrabbondanti normative regionali che fanno dell’Italia una sorta di maschera di Arlecchino con tutele e protezioni a macchia di leopardo a seconda della Regione in cui viene svolto il tirocinio. Colpa però anche di quanti, per reprimere gli evidenti abusi, hanno scelto la soluzione più comoda ma fuorviante spingendo per la contrattualizzazione di quella che era una semplice esperienza formativa di carattere pratica, fino al punto di introdurre un compenso per la prestazione resa che varia ora, da Regione a Regione, su una fascia tariffaria (talvolta calcolata a ore come si fa per l'operaio in fabbrica) che oscilla tra i 300 e i 600 euro. 

La nostra convinzione è che proprio in questa “paghetta” riconosciuta al tirocinante si nascondono ora i rischi più grossi in termini di sfruttamento del lavoro dei giovani. Non più di fatto, ma anche per la legge dello Stato lo stage diviene ora un contratto di inserimento al lavoro, di durata variabile tra i sei e i dodici mesi, senza alcun vero vincolo o percorso formativo. Uno strumento poco costoso per le aziende che sicuramente lo preferiranno ad altre formule più impegnative come l’apprendistato su cui il legislatore ha molto puntato e che, tuttavia, proprio per questo non decolla. 

Twitter: @martina_ori  @Michele_ADAPT

*Michele Tiraboschi è ordinario diritto del lavoro Univeristà di Modena, coordinatore scientifico ADAPT

 Marina Ori è dottoranda in formazione della persona e mercato del lavoro, Università di Bergamo, ADAPT junior fellow

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